sabato 2 maggio 2015
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La botta è forte, fa il paio con i dati Istat sull’occupazione nient’affatto entusiasmanti, e Matteo Renzi non fa nulla per nasconderlo. «Un bel regalo del governo Monti», commenta con i suoi collaboratori. Poi, dall’hotel di Milano nel quale si rifugia - rinunciando anche al concerto d’inaugurazione di Expo per mettersi subito in contatto con Padoan - lancia l’ordine al Mef e al ministero del Lavoro: «Niente dichiarazioni e numeri a vanvera. Leggiamo bene la sentenza e poi decidiamo cosa fare». Prudenza e accortezza, però partendo da un principio: «Chi ha diritto riavrà i soldi indietro senza trucchetti, significa che rafforzeremo ancora la spending review. Può essere l’occasione per fare un’operazione di giustizia sociale dopo anni di sacrifici chiesti ai pensionati». Dunque ci potrebbe anche essere un decreto subito, prima delle regionali.Certo la partita è davvero complicata. «Calma e gesso», fa sapere ufficiosamente Palazzo Chigi in serata. «Non è facile, ma siamo qui per risolvere problemi complessi ereditati dal passato. Non siamo preoccupati, daremo una risposta certa e chiara ai pensionati, le criticità possono diventare opportunità». La decisione di scandagliare la sentenza nel dettaglio prima di fare dichiarazioni ufficiali è appropriata. Il governo cercherà qualsiasi appiglio per risparmiare qualcosina rispetto alla cifra mostruosa di 5 miliardi. C’è un precedente, già suggerito da Cesare Damiano al premier, che riguarda l’esecutivo-Prodi: allora, nel 2008, il blocco dell’indicizzazione riguardò le pensioni otto volte superiori alla minima (4mila euro lordi mensili), e la Consulta non ebbe nulla da ridire. Cambiare la norma-Fornero, magari raddoppiando la soglia dopo la quale non scatta l’adeguamento, potrebbe far spendere 1 miliardo in meno, a occhio e croce.Renzi non vuole allarmi. E non vuole sentir parlare di aumenti di tasse per coprire la spesa imprevista. «Non se ne parla, dimagrirà lo Stato». Va da sé che la somma sarà restituita a rate e sarà spalmata in quattro anni. Messa così, già comincia ad essere gestibile. Il premier ha dato ordine di smentire, per il momento, anche qualsiasi «automatismo» per cui, a parziale copertura dell’errore commesso nel decreto Monti-Fornero, si userebbe il tesoretto di 1,6 miliardi annunciato qualche settimana fa (tesoretto, tra l’altro, che per il momento è più virtuale che reale). Però il rischio che accada è forte, è inutile nasconderselo. Il sogno di un provvedimento per gli indigenti resta, ma alla bisogna quei soldi saranno usati per le pensioni, specie se serviranno ad evitare aumenti di tasse.Alla luce di queste considerazioni si comprende perché Palazzo Chigi, Tesoro e Lavoro abbiano visto male le dichiarazioni a caldo del viceministro all’Economia Enrico Morando («L’adeguamento va corrisposto e l’impatto sul bilancio è pesante»). Non che Morando dica il falso (il viceministro tra l’altro si chiede perché la Consulta non abbia tenuto in considerazione l’articolo 81 della Carta sull’equilibrio dei conti pubblici), ma questo è il momento di tacere e vagliare tutte le strade possibili. C’è anche da affrontare in sede europea il problema posto da Francesco Boccia: in pratica, il deficit degli anni oggetto della sentenza potrebbe essere rivisto. Dal punto di vista tecnico, infine, bisogna capire se la sentenza riguarda solo il biennio 2012-2013, quando l’indicizzazione fu bloccata del tutto per gli assegni tre volte superiori alla minima; oppure se, come sembra, tocca anche il 2014-2015, quando l’indicizzazione è ripresa ma con scaloni a scendere per le prestazioni più alte.Dal punto di vista dei conti pubblici, i presunti 5-7 miliardi di extracosto peseranno di più sui bilanci 2012-2013 e di meno sul 2014-2015, con impatto sul debito da spartire in modo proporzionato su ciascun anno. Andranno dunque riviste le stime macroeconomiche del Def di quest’anno, e le Aule saranno chiamate a votare sia per la correzione dei dati sia per autorizzare l’emissione di nuovo debito.
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