giovedì 17 aprile 2014
Nel primo trimestre il Pil fa «solo» +7,4%. Il regime ritenta la carta degli investimenti.
COMMENTA E CONDIVIDI
Chissà se è vero che quando un correntista della banca rurale di Yancheng si è presentato nella sua filiale per ritirare 200mila yuan (più o meno 23mila euro) l’impiegato gli ha detto che i soldi non c’erano. La banca nega che sia mai successo, ma la gente non gli ha creduto e a fine marzo per tre giorni centinaia di cinesi si sono messi in fila con i carrelli per portare via tutti i loro risparmi. Hanno interrotto l’assalto alle filiali solo dopo che gli impiegati della banca hanno letteralmente tirato fuori i soldi, cioè hanno aperto le casseforti e hanno impilato mazzette di banconote in bella vista dietro i vetri delle casse, e dopo che Wei Guoqiang – il sindaco di questa città da 7,5 milioni di abitanti a quattro ore di macchina da Shangai – ha giurato che i depositi «sono protetti dalla legge». Una formula per dire che, in ogni caso, il governo garantirà i risparmiatori.La ressa da panico allo sportello non è lo spettacolo a cui la Cina ci aveva abituati. Quest’anno, però, è diverso. Ieri il governo cinese ha pubblicato i dati sulla crescita del Pil nel primo trimestre. Il 2013 si era chiuso con un Pil in espansione del 7,7% rispetto all’anno precedente. Per il 2014 il governo si è dato un obiettivo di crescita del 7,5%. Gli analisti prevedevano per il primo trimestre un +7,3%, il dato ufficiale è una via di mezzo: +7,4%. I numeri che arrivano da Pechino vanno sempre presi con molta cautela, è diffuso il sospetto che le cifre siano "corrette" a seconda delle esigenze del regime. Ieri il Financial Timescitava diversi osservatori indipendenti che, valutando i diversi indicatori aggiornati dal governo, vedono una crescita "reale" più bassa, vicina al 7% netto. Anche con il dato ufficiale siamo comunque ai livelli più bassi degli ultimi cinque anni e diversi osservatori prevedono per questo trimestre un dato anche peggiore.Il problema non è semplicemente che il Pil cinese non corre più come una volta (anche perché continua a tenere un ritmo doppio rispetto alla crescita globale), il problema è che il modello di crescita adottato negli ultimi anni dal regime sembra non funzionare più. Pechino ha reagito al rallentamento dell’economia mondiale con un gigantesco programma di investimenti in infrastrutture e welfare. La Banca centrale ha messo a disposizione 4mila miliardi di yuan (570 miliardi di dollari) per aprire cantieri in tutto il paese. Parallelamente le banche hanno concesso prestiti sempre più generosi alle imprese e alle famiglie. Quando la Banca centrale ha visto che i soldi in circolazione iniziavano ad essere troppi ha imposto una stretta si è sviluppato un sistema di finanziamenti paralleli (le cosiddette “banche ombra”) che ha continuato a gonfiare la bolla del credito. Il risultato è che il debito totale della Cina, quello che include il debito pubblico e quello privato, è passato dal 2008 al 2012 dal 130 a oltre il 200% del Pil.Gli investimenti, però, non sempre portano ritorni. Difatti molte delle aziende che si sono indebitate per partecipare al grande cantiere cinese adesso sono al collasso. Se a gennaio l’intervento di un misterioso “salvatore” aveva evitato che il fondo China Credit Trust non riuscisse a rimborsare una sua obbligazione, a inizio marzo nessuno ha impedito che Chaori Solar, società attiva nel fotovoltaico di Shangai, non ripagasse i suoi creditori ed entrasse così nella storia come il primo default di un bond aziendale cinese. C’era un argine governativo, almeno fino all’anno scorso: il governo cinese era sempre pronto a intervenire per evitare i fallimenti delle grandi aziende. Ma l’insolvenza di Chaori ha fatto capire concretamente che quell’argine non c’è più, o almeno non è più invalicabile. Difatti qualche settimana dopo è arrivato il secondo default, quello di Xuzhou Zhongsen Tonghao, costruttore di materiali per l’edilizia incapace di rimborsare un’obbligazione da 180 milioni di reminbi.Sono fallimenti coerenti con la nuova linea del governo, ora pronto ad accettare qualche “esemplare” caso di insolvenza per fermare la corsa del credito. È un gioco pericoloso, però, perché è sempre difficile gestire la paura che debiti non rimborsati creano nel sistema. Le code davanti alle banche di Yanchgen stanno lì a ricordarlo.Sarà un caso, ma è dopo avere visto quelle scene che il regime cinese ha presentato un mini-piano di stimolo per evitare che la frenata sia troppo brusca. Ci sono tagli fiscali per le piccole imprese, ma il cuore del piano sono ancora le infrastrutture: da un lato l’accelerazione dei cantieri ferroviari (che quest’anno dovranno porre 6.600 chilometri di binari, mille in più del previsto), dall’altro la costruzione di quartieri popolari al posto delle baraccopoli in diverse aree del paese (quasi 5 milioni di famiglie coinvolte). Ancora investimenti, dunque, per un totale indicato in circa 1,2 miliardi di yuan, circa 140 miliardi di euro. Ieri, dopo i dati che hanno certificato la frenata del Pil, Pechino ha annunciato un secondo intervento: saranno ridotti i requisiti di capitale delle banche nelle aree periferiche, così da liberare nuovo credito nelle province. Il modello di crescita, dunque, non cambia: aumento della liquidità e nuovi investimenti. Nella speranza che parallelamente accelerino i consumi interni, l’ingrediente che manca alla crescita cinese perché il paese non sia dipendente solo dall’export. Nel primo trimestre gli acquisti dei cinesi sono cresciuti del 12,2%, più del +12,1% previsto ma meno del +13,6% del trimestre scorso. È un altro rallentamento preoccupante. Preoccupante per la Cina ma anche per il resto del mondo, considerato che Pechino nel 2013 ha costruito quasi un terzo della crescita economica globale. Una brusca frenata cinese è qualcosa che le fragili riprese di Europa e Stati Uniti ancora non possono permettersi.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: