martedì 17 maggio 2016
​Dopo l'allarme sul rischio cancro, secondo fonti della Commissione il comitato di esperti avrebbe deciso di non adottare per ora alcuna misura sulla gestione del rischio di sicurezza alimentare.
Così Bruxelles scivola sull'olio di palma
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​Per l’Unione europea l’olio di palma sta diventando molto più scivoloso del previsto. La decisione che è nell’aria potrebbe presto sollevare un vespaio di polemiche. Secondo fonti della Commissione europea, alla riunione appena tenutasi del comitato di esperti Industrial and Environmental Committee (un gruppo di lavoro nell’ambito della Paff, la Standing Committee on Plants, animals, food and feed), nello specifico la sezione Toxicological Safety of the Food Chain, sarebbe stato deciso di non adottare alcuna misura per la gestione del rischio di sicurezza alimentare esploso dopo il rapporto choc di due settimane fa dell’Efsa, l’Autorità europea per la Sicurezza alimentare istituita nel 2002 dall’Ue, con sede a Parma. A investire la Commissione europea del caso era stato in primis il nostro ministro della Salute, Beatrice Lorenzin all’indomani del clamoroso parere scientifico dell’Efsa sui potenziali effetti tossici, addirittura cancerogeni, dei contaminanti presenti nell’olio di palma (GE, 3-Mcpd e 2-Mcpd), sviluppati in particolare durante le fasi di lavorazione industriale ad alta temperatura (200° C) del prodotto grezzo.Problema che riguarda anche altri olii vegetali e margarine, senonché l’olio di palma ne contiene questi contaminanti da 6 a 10 volte di più. L’utilizzo di questo grasso tropicale ha preso sempre più piede nell’industria alimentare perché ha un’ottima resa durante la lavorazione e per il suo basso costo rispetto ad altri olii. Basso è anzitutto il costo della manodopera, essendo le palme da olio coltivate in molti Paesi in via di sviluppo, dall’Africa tropicale al Sud Est asiatico (Indonesia in testa) all’America latina. Coltivazioni intensive che sono oltretutto all’origine di una vera e propria emergenza umanitaria, il land grabbing (rapina delle terre) che da vent’anni sta provocando autentiche deportazioni di popolazioni, cacciate dalle loro terre e dai loro villaggi (rasi al suolo per far posto alle piantagioni di palme) dalle multinazionali con la complicità dei governi locali, artefici di una deforestazione senza precedenti. L’olio di palma rappresenta ormai un terzo della produzione mondiale di grassi e la distribuzione annua è di 66,22 milioni di tonnellate (7,33 milioni per l’olio di palmisto).L’olio di palma è ormai presente in gran parte degli alimenti, non solo industriali: merendine, biscotti, grissini, cracker, fette biscottate, prodotti da forno di ogni tipo e persino alimenti per l’infanzia. E in questo caso il rischio per la salute diventa ancora più elevato. «L’argomento non è nuovo – dice l’avvocato Dario Dongo, esperto di diritto alimentare e fondatore del sito www.greatitalianfoodtrade.com –. L’Efsa riferisce che la quantità di GE (glicidil esteri degli acidi grassi, ndr) negli olii e grassi di palma è stata dimezzata negli ultimi 5 anni, grazie a miglioramenti del processo produttivo. Nello stesso periodo però in Italia il consumo di olio di palma negli ultimi 5 anni è quadruplicato, vanificando così la riduzione dei rischi legati al progresso tecnologico». L’Italia è infatti tra i primi paesi importatori d’Europa. Stando ai dati Istat le importazioni sono passate da 274mila tonnellate del 2011 a 821mila tonnellate del 2015, registrando un +300%. L’assunzione media pro-capite è di 12 grammi al giorno. «Un paio di mesi fa – ricorda Dongo – l’Istituto superiore di sanità affermava con allarme che i bambini italiani assumono il 49% in più di grassi saturi di quanto indicato dalle tabelle Larn (i livelli di assunzione di nutrienti ed energia, ndr) e dall’Efsa e che buona parte dell’eccesso (il 41% della quantità massima) è dovuto al consumo di olio di palma aggiunto negli alimenti industriali».Ora però, dopo il dossier choc dell’Efsa, non si tratterebbe più soltanto di eventuali danni cardiovascolari e di aumento dell’obesità (i bambini italiani sono al primo posto in Europa), ma persino di tossicità e cancerogenità. Rischi denunciati già in passato. Nel 2004 l’Università di Praga rivelò la presenza di contaminanti già allora noti come cancerogeni in alcuni vegetali raffinati, tra cui l’olio di palma spiccava per elevata tossicità. Nel 2007 l’autorità tedesca per la tutela dei consumatori e la sicurezza alimentare lo confermava in oltre 400 prodotti. «I simposi internazionali presenziati da Big Food, le multinazionali dell’industria alimentare mondiale, nell’ultimo decennio – rivela Dongo – si sono concentrati su come ridurre i livelli di tossicità dell’olio di palma durante la raffinazione. Ma i loro stessi ricercatori davano atto di non riuscire al di sotto di una soglia accettabile. La loro strategia si è allora spostata sul campo della comunicazione, con campagne pro-palma che ne esaltavano persino la salubrità. Ci sono abbastanza documenti per provare che siamo di fronte a un Palmaleaks: un attentato alla salute delle persone, bambini in testa». Eppure, stando a quanto trapela da fonti interne alla Commissione europea, pare che l’allarme dell’Efsa (già lanciato invano tre anni fa) potrebbe passare ancora una volta sotto silenzio.
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