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Economia
L'INTERVISTA AL MINISTRO
Giovannini: a settembre
il reddito minimo
Eugenio Fatigante
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Enrico Giovannini lancia una nuova sfida all’indomani del via libera definitivo al "suo" primo decreto sul lavoro: è l’ora di pensare sul serio anche a un reddito minimo di inserimento. Stanco dopo una notte passata in piedi per l’ennesima vertenza da gestire («Fino alle 6 e 30 della mattina ho seguito l’accordo per Thyssen/Berco») e per il successivo Cdm, il ministro ripercorre i suoi primi cento giorni (e passa) da ministro.

È soddisfatto alla vigilia delle ferie?

Premesso che non saranno ferie, ma solo qualche giorno di vacanza (ne farà tre in una capitale europea, ndr), certamente lo sono per l’approvazione del decreto lavoro: aver ottenuto il sì del Parlamento 20 giorni prima della scadenza e senza la fiducia è stato un ottimo risultato. Accanto al quale ho però motivi d’insoddisfazione, per il mancato via libera ad alcuni decreti attuativi che avrei già voluto operativi.

Quali?

In primo luogo il nuovo Isee, che garantirà interventi più equi da parte dei Comuni e che ha raccolto pareri lusinghieri in Parlamento, anche se ci riserviamo di apportare qualche modifica prima del disco verde finale. E poi la riforma degli ammortizzatori in deroga, un problema molto complesso con pareri del Parlamento, delle Regioni e delle parti sociali.

Eppure circola la sensazione di un governo che ha fatto poco in questi 100 giorni.

La sento anch’io questa diceria, e mi stranisco un po’ perché molto invece è stato fatto. Forse pesa la mancanza della drammatizzazione dovuta allo spread, e forse si è trascurato il fatto che non abbiamo dovuto fare la classica manovra di metà anno. Sia chiaro: la situazione sociale resta gravissima, eppure abbiamo fatto tante cose in un quadro di limiti esterni molto forti. E senza parlare di quello che non si vede, come la quantità di tavoli di crisi aziendali che stiamo gestendo. Ma io guardo a quel che resta da fare: il grande tema della riduzione del costo del lavoro, quello - altrettanto grande - della riforma dei servizi all’impiego, gli esodati, la povertà. È un puzzle molto complesso, e sono tutti interventi che devono stare insieme dal punto di vista concettuale, oltre che delle risorse necessarie.

Quali novità sono in vista?

A metà settembre sarà pronta una prima proposta sul reddito d’inserimento, prevista dal programma di governo, la cui mancanza ha spinto negli anni a creare dei "surrogati", come le pensioni d’anzianità e la mobilità lunga. Si sono create così delle distorsioni, mentre serve uno strumento di contrasto alla povertà, da agganciare alla disponibilità a rimettersi sul mercato del lavoro. È all’opera una commissione presieduta dal vice-ministro Cecilia Guerra e ne fanno parte anche esperti che hanno lavorato al Reis (il reddito d’inclusione sociale, ndr) elaborato da Acli e Caritas.

Per farlo partire servono però fondi di svariati miliardi. Vista la penuria di soldi, trova giusto investire 4 miliardi sull’abolizione dell’Imu?
Ridurre le tasse è qualcosa che va fatto al più presto. Ma bisogna discutere sul mix più idoneo in questa fase congiunturale. Perché all’origine della crisi c’è anche un elemento psicologico, oltre che l’effetto ricchezza (in negativo) della riforma pensionistica e di un’imposta come l’Imu, che ha contribuito a far calare il valore delle attività immobiliari. L’Imu, insomma, ha un valore simbolico, ma anche economico. Più in generale, serve un sì rapido del Parlamento alla delega per la riforma fiscale.

E quindi?
La priorità è la riduzione del costo del lavoro. Al riguardo, vorrei notare che il decreto lavoro può essere importante per ridurre il cuneo nelle imprese che assumono: per un’azienda con 10 addetti che fa 2 assunzioni il cuneo fiscale medio si ridurrà di 4 punti per 18 mesi; per una di 100 che assume 10 persone, il beneficio è di due punti. Ridurre le tasse sul lavoro per tutti è molto costoso, ma bisogna andare in quella direzione. Da economista dico che spostare la tassazione dalle persone alle cose, come indicava già Tremonti, è la prospettiva di medio periodo. Da contemperare però con un intervento sull’Imu.

Se i 794 milioni per gli incentivi del dl lavoro sono un primo passo, pensa di potenziarli?

È già fonte di soddisfazione vedere, come rilevato dall’indagine che abbiamo affidato a Unioncamere, che le imprese guardano con interesse a questo strumento. Se poi il "tiraggio" degli incentivi sarà elevato, potremo vedere con le Regioni di destinare a questo scopo anche alcuni fondi strutturali 2014/20 della Ue. Alcune Regioni, come il Friuli e il Piemonte, si sono già fatte avanti per una sperimentazione della "Garanzia giovani". Ma questo è solo un pezzo della storia...

Che altro bolle in pentola?

C’è la "struttura di missione" che abbiamo insediato con tutti gli enti che si occupano di lavoro (Regioni, Province, Miur, Isfol, Italialavoro e Unioncamere), chiamata a riprogettare entro ottobre una riforma dei servizi all’impiego in cui si valorizzi anche il ruolo dei privati. È uno dei "buchi neri" che rende difficile trovare lavoro in Italia: basti dire che noi spendiamo per questa voce 500 milioni l’anno, contro i 5 miliardi della Germania che ha la disoccupazione al 7,5%. La loro ridefinizione è la premessa all’utilizzo dal 2014 dei fondi europei per la Youth guarantee al centro del pacchetto lavoro fissato dal Consiglio Ue di giugno.

Alcune critiche affermano che l’azione del governo Letta ha favorito soprattutto l’occupazione "under 30", lasciando scoperte le altre fasce d’età. È così?

È una percezione errata, e una polemica un po’ stupida. A parte che per altre categorie, come le donne e i lavoratori oltre i 50 anni, operano già altri incentivi previsti da leggi precedenti e che nel dl lavoro c’è una misura pure per i fruitori dell’Aspi, il fatto è che sono proprio le fasce d’età fino ai 29 anni quelle che risultano più scoperte rispetto al beneficio dell’Aspi stessa. E bisogna capire che quei giovani che non trovano subito un raccordo fra la scuola/formazione e l’ingresso nel mondo del lavoro, rappresentano alla lunga un costo per la collettività ben maggiore.

Sono tornate d’attualità le pensioni d’oro, dopo che lei ha fornito i dati su italiani che prendono anche 90mila euro al mese.

Io sono favorevole da sempre a un intervento perequativo, che va peraltro nella scia degli interventi adottati da questo governo sulle indennità di noi ministri e sui compensi dei manager pubblici. Ma ci sono state delle pronunce della Corte Costituzionale e, pertanto, va trovato un intervento con esse coerente. Senza contare che, per avere un effetto di cassa, più che sulle pensioni d’oro - che sono molto poche - andrebbe fissata un’asticella per quelle "d’argento".

Esodati: a che punto stiamo?

Ho la sensazione che siamo in presenza di una situazione ancora grave per le persone interessate, ma con numeri ben lontani da quanto detto in passato. A settembre contiamo di fare un ulteriore intervento per 20-30mila soggetti che, dopo i 135mila già salvaguardati in 3 tranches dal ministro Fornero, dovrebbero grosso modo esaurire la platea. Si tenga presente che è un’area di difficile monitoraggio: entro marzo le imprese ci dovevano dire quanti sarebbero stati gli esodati nel 2013, ma nessuna lo ha fatto.

Sul governo Letta pende però una forte incognita politica, proprio ora che la ripresa si avvicina.

Sarebbe un peccato, correremmo il rischio di vanificare quella fiducia che si sta finalmente manifestando, come provato per ultimo ieri dal superindice Ocse. L’autunno sarà un periodo cruciale per costruire prospettive di una ripresa più robusta rispetto allo "zero virgola", come necessario per tornare a creare posti di lavoro in massa. Ne pagheremmo le conseguenze molto a lungo. E sarebbe un delitto anche sprecare l’ottimo clima che si è instaurato nella compagine di governo.
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