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Economia
L'intervista
Stiglitz: «Puntare sul Pil condiziona la società»
Elena Molinari
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L’economista premio Nobel Simon Kuznets aveva avvertito il Congresso americano nel lontano 1934: distillare la ricchezza nazionale in un solo numero era possibile e utile, ma avrebbe fornito solo uno schizzo semplificato del progresso del Paese. Le sue parole sono state prese sul serio solo negli ultimi dieci anni, quando «andare oltre il Prodotto interno lordo» è diventato un movimento internazionale. Negli Stati Uniti, dove pure i mercati pagano quotidianamente omaggio al re Pil, già venti Stati usano misure alternative per fotografare la loro ricchezza, privilegiando il Gpi, l’Indicatore di progresso genuino.

​L’economista americano premio Nobel Joseph Stiglitz, nemico giurato del Pil, crede però che gli Stati Uniti siano lontani dallo spodestare il tiranno che determina le politiche d’investimento del loro governo. Stiglitz, insieme al premio Nobel Amartya Sen e all’economista Jean-Paul Fitoussi, ha lavorato all’interno della commissione voluta dall’allora presidente francese Nicolas Sarkozy per individuare nuove misure del progresso. I tre hanno prodotto la relazione «Misurare male la nostra vita: perché il Pil non torna».

Professor Stiglitz, che cos’ha che non va il Pil?
Il modo in cui misuriamo l’attività di un Paese influenza il comportamento della sua società. Le informazioni
che raccogliamo lo condizionano. Se pensiamo che il successo di un Paese equivalga ad avere un Pil elevato, faremo di tutto per ottenerlo. Così facendo concentreremo le politiche su azioni tese solo a far crescere quantitativamente l’attività industriale, commerciale e i servizi. Ma abbiamo identificato molti modi in cui la produzione lorda non corrisponde sempre al benessere di una società o alla salute di un’economia.

Ad esempio?
Le spese mediche, i costi per ripulire i fiumi o l’aria dall’inquinamento e i contenziosi legali fanno aumentare il Pil. Quindi più automobili, più incidenti e più inquinamento ci sono, più è alto il Pil. Gli Stati Uniti spendono più in sanità di molti Paesi, ma hanno risultati inferiori. Se fossero più efficienti il Pil scenderebbe. Sempre gli Stati Uniti hanno dieci volte più persone in prigione (come percentuale della popolazione) di molti Paesi industrializzati. Questo contribuisce al Pil, ma è un segno di qualcosa che non funziona. La vera domanda è: che cosa aumenta il benessere dei cittadini?

E la risposta?
Il Pil non ci dice che cosa succede al tipico cittadino e questo è un problema, soprattutto quando cresce la disuguaglianza. Il Pil può salire mentre la maggior parte della gente sta peggio. E non misura la degradazione dell’ambiente, o la sostenibilità della crescita. Se la calcolassimo, ad esempio, il Pil della Cina si abbasserebbe
notevolmente.

Ha già trovato misure alternative?
Comincerei col sostituire il Pil con il Pnl, il prodotto nazionale lordo. Lo si utilizzava fino agli anni ’90. Il Pil guarda la ricchezza creata dal Paese. Il Pnl il reddito all’interno del Paese. Quando si privatizza, la ricchezza generata può uscire dal Paese. Il Pil sale, ma il Pnl scende. È un punto di partenza importante perché apre una discussione significativa sugli obiettivi di una società.

Ma il Pil ha ancora un valore, se integrato?
Il Pil è una buona misura per l’attività industriale, commerciale e finanziaria, ma misura solo la quantità. Invece occorre calcolare la qualità della produzione, fondamentale in ambito tecnologico. Va sicuramente integrato con il reddito mediano disponibile, calcolato dopo le tasse, le spese per la casa, le bollette e il cibo. La persona nel mezzo della scala che va dal più povero al più ricco infatti non è la persona media. Negli Usa il reddito medio sale costantemente, mentre il reddito mediano oggi è più basso in termini reali che nel 1996.

È possibile ridurre la disuguaglianza senza aumentare le tasse sui più ricchi, una misura politicamente invisa?
La tassazione progressiva deve essere parte di un pacchetto di interventi. Negli Usa tassiamo gli speculatori a un tasso più basso delle persone che lavorano. Questo distorce l’economia. Ma la tassazione non è l’unico modo per ridurre la disuguaglianza. È fondamentale fornire uguaglianza di opportunità. L’America è diventata fra i Paesi maggiormente industrializzati uno dei peggiori in termini di opportunità per tutti.

Quali sono stati i primi risultati di questo dibattito?

Ancora non abbiamo un numero che fotografi l’evoluzione del benessere dei cittadini. Ma ogni Paese può trovare il suo sulla base di varie componenti, come la sanità, la sicurezza, il lavoro, le risorse usate, l’interconnessione della fabbrica sociale. Quando, lavorando per la commissione Sarkozy, abbiamo chiesto a un campione di persone quali elementi contribuiscono al loro benessere, hanno elencato la salute, una buona casa, buoni rapporti con la propria famiglia, un quartiere pulito e sicuro, un lavoro soddisfacente. Un buon reddito era a metà della lista. Ci ha ricordato che i soldi sono importanti, ma non sufficienti per il benessere di una società e di un
individuo.
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