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Economia
L'inchiesta sul Pil
«Abbattere la dittatura del Pil è possibile»
Luca Mazza
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«Sabato scorso mi trovavo ad Alì Terme, in provincia di Messina.
Dopo cena sono uscita per fare una passeggiata. Si giocava la finale di Champions League, Barcellona- Juventus, e il Comune aveva allestito un maxi-schermo in piazza. Praticamente quest’iniziativa ha coinvolto tutti gli abitanti del Paese. Gli appassionati guardavano la partita, alcune mamme chiacchieravano del più e del meno, mentre un gruppo di bambini si divertiva a dare calci a un pallone. A quel punto mi sono chiesta: 'Dove c’è maggiore qualità della vita? In questo piccolo borgo del Sud Italia o in una città dove i piccoli non possono giocare liberi per strada, magari vanno a vedere un film in una multisala e nel week end si chiudono in un centro commerciale con i genitori?'. Bene, il Pil non tiene conto di quanto è avvenuto pochi giorni fa in questo angolo di Sicilia perché non ci sono state transazioni economiche. Ma, nel calcolo per decifrare la sfera relazionale delle persone, lo stesso Pil considera, invece, i biglietti venduti per il cinema o per un concerto». Con un esempio pratico – a cui ha assistito con i suoi occhi e che l’ha positivamente colpita –, suor Alessandra Smerilli spiega chiaramente perché i parametri che abbiamo oggi per tradurre in cifre lo stato di salute di un determinato Paese siano spesso ingannevoli e fuorvianti. 

«Quando il Pil cresce di qualche 'zero virgola' non sappiamo se effettivamente sta aumentando il benessere o il malessere della popolazione, perché magari sta salendo il consumo di psicofarmaci e antidepressivi – racconta la docente di Economia all’Università Lumsa di Roma e alla Pontificia Facoltà Auxilium, nonché segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali (organismo Cei) –. Il Pil è una misura che fagocita tutto ciò che è produzione e passa per il mercato, senza operare le opportune distinzioni». Ecco perché – se vogliamo avere a disposizione un quadro economico e sociale che rispecchi le reali condizioni di un Paese, dei suoi cittadini e delle sue imprese –, è necessario cambiare 'metro'. «Il Bes (Benessere equo e sostenibile) ha una marcia in più. In quanto permette di individuare punti di forza o di debolezza di singoli territori – sostiene Smerilli –. Certamente si tratta di un indice complicato e di difficile lettura. Ma allo stesso tempo, con i suoi 134 indicatori, aiuta a inquadrare meglio la complessità delle varie aree. Come può essere perfezionato? Forse scegliendo dieci macrocampi (da quelli ambientali a quelli relazionali) in cui scaglionare poi gli altri indicatori. In questo modo, probabilmente, le misurazioni sarebbero più comprensibili per tutti e si avrebbero finalmente le lenti adeguate per vedere dove e come intervenire».

Ovviamente, Smerilli è consapevole che il percorso per abbattere la 'dittatura' del Pil – cioè di quel numero che più di ogni altro condiziona scelte e paletti fissati dalle principali istituzioni dell’Ue – sarà pieno di ostacoli. Non è semplice modificare meccanismi economici strutturati da anni a livello globale. Ma un cambiamento è necessario. «C’è un detto, molto utilizzato dagli economisti: 'Tutto ciò che l’economia non vede lo distrugge'. Noi, dunque, dobbiamo imparare a osservare attentamente quello che c’è per non correre il pericolo di perderlo», dice la docente. Gli errori commessi in passato devono servire da lezione per il futuro: «Fino a qualche anno fa, per esempio, quando si costruivano case o altre strutture non si teneva conto dell’impatto che si avrebbe avuto sull’ambiente. Così abbiamo gravemente danneggiato la Terra, accorgendoci decisamente troppo tardi di quanto fosse prezioso salvaguardarla». Ora, per il Pil, si può fare un ragionamento simile: «Se gli investimenti e le decisioni si orientano solo in base a questa misura, noi rischiamo di cancellare dimensioni fondamentali. Quanto valgono oggi i legami all’interno dei condomini, i rapporti creati dai ragazzi a scuola o in oratorio, le azioni di volontariato che coinvolgono milioni di cittadini, il benessere lavorativo e organizzativo dentro le imprese? Il Pil ignora tutto ciò o lo considera solo parzialmente ». La strada è in salita, ma anche nel Vecchio Continente si cominciano a cogliere alcuni segnali incoraggianti. «Gli ultimi rapporti Eurostat sulla qualità della vita rappresentano un notevole passo in avanti rispetto ad altre classifiche più ristrette – segnala Smerilli –. Nello studio sui legami sociali c’è un dato particolarmente allarmante e che, allo stesso tempo, deve aiutarci a riflettere sul modo in cui calcoliamo benessere e ricchezza. L’Italia è al secondo posto in Europa, subito dietro al Lussemburgo, per numero di persone che dichiarano di non avere nessuno su cui poter contare in caso di bisogno». 

Il superamento del Pil, però, secondo la religiosa, va inserito in un cambio di paradigma economico molto più ampio. Che prevede la sostituzione del modello dominante negli ultimi anni, incentrato solo sull’utile da raggiungere ad ogni costo e sulla cattiva finanza. Già nel 2008, cioè all’alba della grande crisi, Smerilli propose – attraverso il saggio 'Benedetta economia' (scritto a quattro mani con Luigino Bruni) – di riscoprire e rivalutare quella dimensione potente e connaturata all’essere umano che si chiama 'gratuità' e che ci viene svelata attraverso il grande dono dei carismi. Una tesi, quest’ultima, rilanciata dagli stessi autori con un secondo volume pubblicato un anno fa: 'L’altra metà dell’economia'. «Oggi riportare la gratuità dentro l’economia significa tornare alle origini e ribaltare le logiche del profitto, della finanza non etica e del consumismo sfrenato, per rimettere così la persona al centro – afferma Smerilli –. Bisogna prendere esempio da quanto hanno fatto due grandi 'economisti' del passato come san Benedetto e san Francesco. Il primo si trovò a vivere nella cosiddetta età oscura e generò una vera e propria rivoluzione che è stata anche economica. Le abbazie e i monasteri, oltre a salvare la vita di tanta gente, furono anche luoghi di significative innovazioni. È lì che sono nate le prime forme di rendicontazione contabile per calcolare entrate e uscite. I Monti di Pietà, invece, sono stati una scoperta 'francescana' e rappresentano la prima forma di aiuto intelligente alle indigenze». Della grande sfida dell’economia 'carismatica' si parlerà anche da domani a sabato a Loppiano (vicino Firenze), nel corso del primo convegno nazionale promosso dalla Sec (Scuola di economia civile). «Ci concentreremo in particolare su come misurare i valori civili di un’impresa, che non può essere giudicata buona o cattiva solo in base agli utili e al fatturato – conclude Smerilli –. Risultano determinanti soprattutto altri elementi: come l’attenzione al territorio in cui si opera, il livello di soddisfazione dei dipendenti e il tasso di welfare che l’azienda stessa è in grado di generare. Anche questo è un modo per superare il Pil: se le imprese per le loro scelte di investimenti e di produzione guardano solo ai profitti e non alle dimensioni del Bes non andremo molto lontano. Ecco perché, nelle giornate della Sec, vorremmo provare a sviluppare un Bes aziendale».

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