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Se i «tedeschi» nell’industria ora siamo noi
ALBERTO CAPROTTI
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Esiste un settore industriale, quello della componentistica del comparto automobilistico, nel quale i tedeschi siamo noi. Scomponendo gli ultimi dati Anfia completi disponibili e mutuando il gergo calcistico, si può dire che Italia batte Germania 2,1 (miliardi) a 1,5. Nel senso che il nostro Paese esporta verso la Germania molto più di quanto importa.


La filiera della componentistica e accessori per autoveicoli – che ha 165 mila addetti diretti nel nostro Paese – nel primo semestre 2015 ha esportato merci e prodotti per 10,3 miliardi di euro, con una crescita dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2014. La classifica dell’export per paesi di destinazione vede al primo posto assoluto la Germania con 2,1 miliardi di euro e una quota del 19,7% sul totale; seguono Francia (11,3%), USA (8,1%), che supera la Spagna (7,8%), Polonia (6,7%), Regno Unito (6,3%), Turchia (4,3%), Brasile (3,1%), Austria (2,2%) e Ungheria (2,2%). Nel contempo le importazioni dalla Germania hanno toccato quota 1,5 miliardi, con un saldo attivo per l’Italia quindi di quasi 600 milioni di euro. Una cifra che rappresenta il valore più alto in assoluto dell’interscambio del nostro Paese con quelli dell’Unione Europea e che precede nella “classifica” del disavanzo positivo Spagna, Regno Unito e Francia. Non è esagerato quindi affermare che almeno una parte del successo dell’auto tedesca – che resiste, malgrado le vicende legate allo scandalo Volkswagen – dipende dal valore dell’industria e dell’artigianato dell’Italia, che in assoluto è il suo quarto Paese fornitore dietro a Repubblica Ceca, Polonia e Francia.


La Germania invece continua a mantenere le sue abitudini autarchiche per quanto riguarda il prodotto “finito”: nel 2015 sono state immatricolate 3 milioni e 206 mila nuove autovetture (contro il 1,6 milioni acquistate in Italia), il 72% delle quali rigorosamente di marchio o produzione tedesca. In un mercato assorbito per il 40% da Volkswagen, lo sbarco italiano è molto più problematico: il Gruppo Fiat-Chrysler pur segnando ottimi progressi percentuali, grazie soprattutto a Jeep, rappresenta in Germania una quota appena del 3%. Quello dell’automobile, globalmente composto da 144 mila aziende nel nostro Paese, con 485 mila addetti e117 miliardi di euro di fatturato complessivo, è comunque l’unico settore in Italia che registra più impiegati nelle imprese residenti all’estero a controllo italiano rispetto a quelli impiegati nelle imprese residenti in Italia: il grado di internazionalizzazione attiva per la fabbricazione di autoveicoli, rimorchi e semirimorchi registra un valore del 100,9%, cinque volte la media del manifatturiero (21,7%). Numeri e cifre che rappresentano un orgoglio per il “saper fare” italiano. Ma che sono solo il lato esteriore di storie industriali di successo, molto spesso nate in provincia. È il caso della Fontana Group, azienda fondata nel 1956 e nata come piccola officina meccanica: oggi Ferrari a parte – restando solo ai marchi tedeschi – le carrozzerie in alluminio delle Audi, Merceds, Opel e delle Bmw arrivano da Calolziocorte (Lecco), dove ha sede la fabbrica di Walter Fontana che conta 720 addetti in sette sedi produttive, due delle quali in Turchia e in Romania. 


Il Gruppo ha recentemente toccato i 100 milioni di euro di ricavi, assumendo 101 persone nel 2015 anche in virtù della prestigiosa commessa arrivata da Rolls Royce, marchio britannico ma controllato dalla bavarese Bmw, che ha deciso di far produrre dall’azienda italiana le sue scocche. I cruscotti della “tedesca d’Italia” Lamborghini, delle Volkswagen e ancora delle Bmw invece sono realizzate dalla MTA di Codogno (Lodi), azienda di Antonio Falchetti nata nel 1954 per produrre fusibili e componenti elettrici, che si è specializzata nella fornitura di strumentazione di bordo per vetture di alta prestazione. Dopo l’acquisizione nel 2008 della Digitech, il Gruppo oggi fattura 160 miliardi di euro, ha aperto fabbriche in Brasile, Polonia e Slovacchia e impiega 950 persone.
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