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La privatizzazione
Il ministro Costa: il piano Poste è da rivedere
Ncola Pini
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Mentre è attesa a giorni una sentenza del Tar del Lazio sul ricorso presentato da una quarantina di Comuni, il piano delle Poste che prevede la riduzione delle consegne del servizio universale torna anche sotto i riflettori del governo. Al ministro degli Affari Regionali Enrico Costa  il progetto, che partirà nei prossimi giorni, non piace. «Sulla consegna a giorni alterni chiederò valutazioni alla Commissione Europea, il piano di Poste va rivisto», ha detto l’esponente dell’esecutivo incontrando giovedì i rappresentanti di Regioni e Comuni nell’ambito della Conferenza unificata.
 
Il ministro annuncia iniziative per la prossima settimana. Ma intanto sempre il governo, in ritardo sulle privatizzazioni programmate, sta ragionando sulla possibilità di mettere sul mercato una nuova tranche del capitale delle Poste, dopo il 35% già sbarcato in Borsa lo scorso autunno. Due esigenze diverse – la cessione di una nuova quota di capitale e la revisione del recapito postale messo a punto per tagliare i costi – che non sarà facile comporre. A essere preoccupati per la riduzione dei giorni di consegna sono i municipi «periferici», in particolare quelli di montagna. Il piano delle Poste, a regime, interesserà il 25% della popolazione italiana e ben 5.200 Comuni su 8mila.
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Qui il recapito della posta ordinaria avverrà in cinque giorni su quattordici (lunedì, mercoledì e venerdì la prima settimana, martedì e giovedì la seconda) invece che quotidianamente. La società spiega da parte sua che non ci saranno ripercussioni per gli utenti, perché il piano prevede la consegna della corrispondenza normale entro 3-4 giorni dall’invio, a prescindere dalla destinazione.

Negli altri giorni continueranno invece a essere consegnate raccomandate, posta prioritaria e, a condizioni particolari, materiali in abbonamento, come ad esempio i giornali. Ma, anche ammesso che il postino continui a suonare tutti i giorni, saliranno i costi delle consegne per chi ha bisogno di spedire o ricevere materiale quotidiano. I rappresentanti dei piccoli Comuni hanno apprezzato le dichiarazioni di Costa: «Non è accettabile – afferma una nota – che Poste continui a ridurre i servizi in alcune aree poco remunerative. Guardiamo piuttosto a quei Paesi dove i servizi sono stati resi innovativi con un programma legato allo sviluppo digitale».
 
L’avvio concreto del piano è comunque appeso alla decisione del Tar del Lazio al quale si sono rivolti una quarantina di Comuni piemontesi chiedendo di bloccare il servizio a giorni alterni. La sentenza era attesa già in questa settimana. Intanto il governo dovrà decidere entro la metà di aprile, data del varo del Def, sull’ipotesi di quotare una seconda tranche del colosso postale. L’esigenza nasce dal fatto che Roma si è impegnata con la Ue a un programma di privatizzazioni per circa 8 miliardi l’anno, da destinare alla riduzione del debito pubblico. Ma con il rinvio dell’operazione Ferrovie il target non sarà raggiunto. Con la vendita di un altro 30% di Poste il governo potrebbe incassare, ai prezzi attuali di Borsa, circa 3 miliardi di euro.
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