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Jeffrey Sachs: «Giustizia sociale per crescere»
ELENA MOLINARI
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 Chi è

 
Suo il Rapporto sulla felicità
Economista di fama mondiale, considerato il massimo esperto di sviluppo economico e lotta alla povertà, è direttore dell’Earth Institute e consigliere dell’attuale segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon e del suo predecessore, Kofi Annan, sul grande progetto «Millennium Development Goals». È inoltre Quetelet Professor of Sustainable Development e docente di Health Policy and Management alla Columbia University. Cura il «World Happiness report», il Rapporto mondiale sulla felicità.

In una fase in cui l’emergenza anche e soprattutto nei Paesi avanzati è l’aumento delle disuguaglianze e, di fatto, l’erosione di quella che era considerata la classe media, c’è un paradigma alternativo di crescita che risulta 'win win', arricchisce la società e contribuisce e ridurre le disuguaglianze, perché basato sulla condivisione. Lo «Sviluppo felice» si sta manifestando in almeno quattro ambiti nel nostro Paese: nelle realtà dell’economia civile che informa larga parte del Terzo settore, nel mondo delle imprese profit che intende andare oltre la Csr, in parti avanzate del pubblico e, in modo informale, anche nella società civile, con i cittadini che si auto-organizzano. Ne raccontiamo l’evoluzione.

Gli americani che si apprestano a votare l’8 novembre sono pessimisti. E, secondo Jeffrey Sachs, economista e direttore del Earth Institute della Columbia University, dove insegna sviluppo sostenibile, hanno ragione di esserlo. L’81% delle famiglie americane ha perso reddito, in termini reali, negli ultimi 10 anni, anche a causa della globalizzazione. La crescita economica, intanto, è stata debole, al punto da spingere molti economisti a dichiarare «la fine di due secoli di crescita». Ma, secondo uno degli autori del World Happiness report, il progresso non è al capolinea e la globalizzazione ha ancora molto da offrire. A patto che vada di pari passo con una maggiore giustizia sociale.

Professor Sachs, durante questa campagna elettorale americana da entrambe le parti dello spettro politico si solo levati scudi contro gli accordi di libero scambio, mentre moltissimi elettori chiedono di tornare a un mondo meno globalizzato. La globalizzazione ha fallito?
Circa la metà della popolazione degli Stati Uniti rifiuta la globalizzazione o, meglio, il modo in cui è stata implementata, e non si possono liquidare queste persone come razziste o xenofobe, perché il loro malessere è reale. Abbiamo seri problemi negli Stati Uniti. La disuguaglianza è aumentata, moltissimi lavoratori sono amaramente consapevoli di essere stati messi da parte dalla crescita economica. Ciò che vediamo con Trump e che stiamo vedendo in Inghilterra con Brexit e in Austria con la possibile vittoria dell’estrema destra sono manifestazioni della stessa ansia.

Da dove viene?
Le élite negli Stati Uniti e in Europa hanno migliorato la loro condizione negli ultimi 30 anni, grazie anche a una maggiore globalizzazione, e non comprendono più le masse. E i nostri sistemi politici hanno cominciato ad ignorare le condizioni della maggior parte della popolazione.

Sta dicendo che ha cambiato idea sui benefici della globalizzazione?
No. Ma vi sono due principi in economia che devono andare di pari passo. Uno è l’idea di che il commercio aumenta la dimensione della torta economica che una società deve spartirsi, ma cambia anche il modo in cui la torta è divisa, creando perdenti e vincitori. L’altro è che i vincitori devono compensare i perdenti. Nella globalizzazione i benefici sorpassano i costi, nel complesso, ma è importante capire ai chi vanno. Finora sono andati verso l’alto. Intanto però i sistemi politici hanno ignorato il secondo principio, facendosi sempre più libertari e difendendo l’idea che ognuno deve arrangiarsi da solo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, basta prendere il treno da Boston a Washington per vede città impoverite e un dolore reale.

Sarebbe potuta andare diversamente?
In questo Paese abbiamo smesso di investire nelle infrastrutture, nella formazione professionale, mentre implementavamo tagli fiscali per i ricchi. In questo modo l’obiettivo di ampliare il commercio per migliorare le condizioni di tutti si è perso. Ad esasperare il senso di ingiustizia delle masse vi è la percezione che il flusso di immigrazione è stato così grande e così poco controllato da cambiare radicalmente la nostra cultura.

È davvero così?
Negli Stati Uniti abbiamo raggiunto il livello più basso di popolazione nata all’estero nel 1970, con il 4,8%. A quel punto eravamo un Paese di 'autoctoni'. Poi c’è stato il balzo: nel 2000 i residenti nati fuori dagli Usa erano il 14%. Ciò significa che 59 milioni di persone si sono trasferite qui in 30 anni. E sì, questo ha cambiato la società, soprattutto per la classe lavoratrice, per la quale la concorrenza con gli immigrati ha aggravato l’incertezza causata dal commercio globale e dal progresso tecnologico.

È successa la stessa cosa anche in Europa?
Nel Regno Unito il tasso di stranieri è triplicato in 30 anni, dal 5 a 15%. Anche in Paesi dal forte Stato sociale nel Nord Europa è stato così ed è cresciuta la preoccupazione.

Quindi abbiamo bisogno di chiudere i confini, come dice Trump?
Trump dice: abbiamo bisogno di riprendere il controllo. Ma anche George Soros ha detto che la UE deve rispondere alla crisi dei rifugiati, che è una minaccia esistenziale.

Sembra davvero che abbia cambiato opinione sulla libera circolazione delle persone...
La globalizzazione ha molte parti. Il commercio materiale causa raramente grossi danni, perché abbassa i prezzi dei prodotti nei negozi, ma può cambiare la distribuzione del reddito. Gli scambi di servizi sono più complessi. Gli scambi di capitali finanziari, come gli investimenti esteri e il trasferimento all’estero di posti di lavoro cambiano il modo in cui la catena del valore di una società è distribuita in tutto il mondo. Poi c’è il movimento delle persone, che ha il maggiore impatto.

Eppure molti studi dimostrano che l’immigrazione nel medio e lungo termine provoca ricchezza.
Il problema è che ben pochi politici hanno gestito l’arrivo di decine di milioni di persone. Un impatto del genere nel breve termine è pesante, complica la redistribuzione della ricchezza e crea un senso di ingiustizia. E’ fondamentale invece creare un maggiore senso di equità. Per questo credo che ci devono essere dei limiti in materia di immigrazione. Non credo che l’immigrazione illimitata sia fattibile.

Anche per controllare l’accesso dei rifugiati?
Sono diversi dai migranti. Fuggono la guerra e il caos. Gli Stati Uniti hanno contribuito a creare quel caos, sia in Medio Oriente che in Sud America. Così è fondamentale fermare queste guerre ridicole e aiutare i Paesi in via di sviluppo a uscire dalla trappola della povertà e a stabilizzare la loro popolazione aiutando le ragazzine ad andare o a rimanere a scuola.

Auspica dunque una globalizzazione con più regole, ma anche più solidale?
Bisogna prendere atto della realtà, e in questo senso Trump ci aiuta. deridere lui o chi lo sostiene non è produttivo. Perché chi lo vuole votare spesso lo fa per disperazione. Dagli anni ’80 ho visto nel nostro Paese crescere l’ideologia che tutto quanto è pubblico è un problema e che i poveri sono sanguisughe. E quindi abbiamo tagliato l’istruzione, la sanità, le misure per poveri e disoccupati quasi a zero nel bilancio federale.

Trump vuole rinegoziare gli accordi di libero scambio come Nafta e fermare quelli non ancora implementati. Come il Tpp nel Pacifico e il Ttip con l’Europa. Ha torto?
Nafta è stato nel complesso positivo per i Paesi che prendono parte, anche se al loro interno ha causato sofferenze. Ma non sono a favore di Tpp e Ttip. Danno troppo potere alle aziende. TransCanada ha citato in giudizio il governo degli Stati Uniti in base a una clausola che autorizza l’azienda ad avere più diritti che avrebbe in tribunali normali.

Per chi voterà a novembre?
Per Hillary, ma si tratta di un voto molto infelice.

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