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Economia
L'indice di felicità nel mondo
Indice di felicità, Italia al 50esimo posto
Eugenio Fatigante
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C’è anche un "prodotto interno della felicità", alternativo al Pil più classico come indicatore di sviluppo e che non misura il benessere delle società in termini di 3% (come Maastricht). E per trovare questo Pil più elevato bisogna andare a vivere in Danimarca. Il rinnovato interesse sui parametri di qualità della vita è al centro del rapporto mondiale 2016 "World Happiness", che classifica 156 Paesi ed è stato presentato stamani a Roma (nell’ambito di una "tre giorni" organizzata da Lumsa e Ceis-Tor Vergata), prima della giornata mondiale della Felicità delle Nazioni Unite che ricorre il 20 marzo.

Il Paese scandinavo ha riconquistato infatti al primo posto della classifica redatta per il rapporto scalzando la Svizzera, primatista lo scorso anno. Seguono Islanda e Norvegia; poi, nella top ten, troviamo Finlandia, Canada, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Australia e Svezia. Gli Usa si classificano al 13° posto, due posizioni più in alto rispetto al 2015, il Regno Unito è 23°, mentre l'Italia non migliora rispetto al 50° posto di un anno fa. Siamo preceduti anche da stati come Uzbekistan, Malaysia e Nicaragua e registriamo il maggiore calo della felicità negli ultimi anni. Alcuni Paesi «soffrono di un insieme di tensioni economiche, politiche e sociali. Tre di questi - Grecia, Italia e Spagna - sono tra i Paesi dell’Eurozona più colpiti» dalla crisi, afferma il rapporto. Non è certo una sorpresa, invece, che Siria, Afghanistan e otto paesi della fascia sub-sahariana sono i luoghi meno felici in cui vivere. Il Burundi è l’ultimo in classifica.
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Il focus di questo rapporto 2016 è sulle conseguenze della disuguaglianza nella distribuzione del benessere: le persone si dimostrano più felici vivendo in società nelle quali le disuguaglianze sono ridotte. Sono 6 le variabili fondamentali che spiegano i 3/4 delle variazioni nei punteggi annuali: il Pil reale pro capite, l’aspettativa di vita in buona salute, l’avere qualcuno su cui contare, la libertà percepita nel fare scelte di vita, la libertà dalla corruzione e la generosità. «La misurazione della felicità percepita e il raggiungimento del benessere dovrebbero essere attività all’ordine del giorno di ogni nazione che si propone di perseguire obiettivi di sviluppo sostenibile», ha affermato Jeffrey Sachs, co-redattore del rapporto e direttore dell'Earth Institute alla Columbia University. «Al posto di adottare un approccio incentrato esclusivamente sulla crescita economica – ha aggiunto – dovremmo promuovere società più giuste e sostenibili dal punto di vista ambientale».
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