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Banche, si riparte dalle sofferenze
Pietro Saccò
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Il caso delle quattro banche salvate a spesa, anche, di chi aveva comprato le loro obbligazioni subordinate ha fatto del 2015 uno dei peggiori anni per l’immagine del sistema del credito italiano, che non è mai stata apprezzatissima e che già negli ultimi anni aveva subito il colpo della crisi del Monte dei Paschi di Siena. Le scene della rabbia dei clienti di Banca Etruria che hanno perso i loro soldi sono state una pessima introduzione alle regole del bail in, entrate in vigore l’altro ieri: gli italiani hanno capito che alcune banche rischiano di fallire sommergendo con le loro bancarotte anche i risparmi di investitori più o meno inconsapevoli. Sono paure un po’ esagerate: i casi critici nel mondo del credito italiano sono pochi.


Anche grazie ai 4 miliardi di euro raccolti attraverso gli aumenti di capitale nella prima metà dell’anno le banche italiane hanno generalmente livelli di patrimonio adeguati. Secondo l’ultima analisi della Banca d’Italia in media il coefficiente Cet1, quello che misura il rapporto tra capitale proprio di migliore qualità e gli attivi, è al 12,1%, ben al di sopra delle richieste europee. Tra gli istituti più grandi, Intesa ha un Cet1 al 13,4%, Ubi Banca al 13%, Uni Credit al 10,53% e il Monte dei Paschi al 12%.


Tra i “piccoli” meno di una decina di banche ha un Cet1 sotto il 10% (comprese le due venete Popolare di Vicenza e Banca Veneto e la Cassa di Risparmio di Cesena, tutte alle prese con il necessario aumento di capitale). Insomma: il caso che i soldi depositati nelle nostre banche, anche oltre la soglia di garanzia dei 100mila euro, si volatilizzino per salvare gli istituti di credito oggi appare una possibilità molto remota. Questo non significa però che le banche italiane godano di ottima salute.


L’enorme quantità di cattivi prestiti concessi negli anni passati – soprattutto a società dell’edilizia e dell’immobiliare – continua a pesare moltissimo sui bilanci, impedendo di liberare capitale per potere concedere nuovi prestiti. È una dinamica abbastanza semplice: dal momento che aumentare il credito significa allargare la quantità di attivi su cui si calcola il capitale di garanzia, più prestiti si fanno più capitale di base occorre. La redditività delle banche italiane, seppure in miglioramento, resta molto bassa (il ritorno medio sul capitale è stato del 5,2% nel 2015) e questo impedisce alla maggioranza degli istituti di credito di generare con i loro utili abbastanza soldi per aumentare in autonomia il Cet1. Per questo consentire alle banche di alleggerire i bilanci dai cattivi prestiti consentirebbe loro – una volta accettata la perdita – di sbloccare risorse per finanziare imprese e famiglie.


Il progetto governativo di bad bank procede a rilento a causa della obiezioni della Commissione europea, ma intanto il mercato dei prestiti in sofferenza – che ha come protagonisti banche e fondi che acquistano i cattivi crediti a forte sconto per poi lavorare assieme al debitore per renderli sostenibili e guadagnarci – sta gradualmente raggiungendo dimensioni significative: dagli 8 miliardi di euro di sofferenze e incagli venduti nel 2014 siamo passati agli oltre 12 miliardi del 2015, con una particolare vivacità di acquisti nell’ultimo mese dell’anno.


La quantità totale di sofferenze, però, resta elevatissima: a ottobre 2015, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Associazione bancaria italiana, le sofferenze lorde totali ammontavano a 198 miliardi e 975 milioni di euro. In quel dato però c’è anche qualcosa di positivo, perché ottobre ha segnato il primo calo delle sofferenze (a settembre erano 200,4 miliardi) dall’inizio della crisi. Segno che questo 2016, anche grazie a un’auspicabile accelerazione della ripresa italiana – rimasta molto debole anche nell’anno passato – potrebbe essere un anno di passaggio nel lungo cammino del credito italiano verso il ritorno alla normalità.
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