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VERSO FIRENZE 2015
Convegno ecclesiale 2015, l'Invito
 
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA

Comitato preparatorio del 5° Convegno Ecclesiale Nazionale Firenze, 9-13 novembre 2015

INVITO AL CONVEGNO  

PRESENTAZIONE

Un invito può apparire una semplice forma di cortesia; in realtà, nasconde una ragione più profonda, che ha ispirato la stesura di queste pagine. Invito sta a dire che si vuole raggiungere tutti attraverso una ben precisa modalità di coinvolgimento: insieme alle Chiese che sono in Italia vogliamo prepararci al prossimo Convegno Ecclesiale che si svolgerà a Firenze dal 9 al 13 novembre 2015. Il Convegno affronterà il trapasso culturale e sociale che caratterizza il nostro tempo e che incide sempre più nella mentalità e nel costume delle persone, sradicando a volte principi e valori fondamentali per l’esistenza personale, familiare e sociale. L’atteggiamento che deve ispirare la riflessione è quello a cui richiama quotidianamente papa Francesco: leggere i segni dei tempi e parlare il linguaggio dell'amore che Gesù ci ha insegnato. Solo una Chiesa che si rende vicina alle persone e alla loro vita reale, infatti, pone le condizioni per l’annuncio e la comunicazione della fede.

Un invito vuol essere anche un modo per condividere la bellezza dell’essere insieme, in un clima di semplicità, di accoglienza e di partecipazione, nella splendida cornice di una città che è simbolo della grandezza dell’uomo, quando si lascia illuminare da Dio. Un’atmosfera spirituale e culturale, quella della Città di Dante Alighieri, dalla quale a nostra volta vogliamo lasciarci ispirare per ripensare l’uomo di oggi. Attingendo alla tradizione vivente della fede cristiana intendiamo avviare una riflessione sull’umanesimo, su quel ‘di più’ che rende l’uomo unico tra i viventi; su ciò che significa libertà in un contesto sfidato da mille possibilità; sul senso del limite e sul legame che ci rende quello che siamo. «L’uomo è designato a essere l’ascoltatore della parola che ė il mondo. Dev’essere anche colui che risponde. Mediante lui, tutte le cose devono tornare a Dio in forma di risposta» (R. Guardini).

Destinatari di questo invito sono i Consigli presbiterali e pastorali delle Diocesi, le Facoltà teologiche e gli Istituti di scienze religiose, le Consulte dell’apostolato dei laici, le Associazioni e i Movimenti.

Quello che ricevete, perciò, non vuole essere tanto un documento di lavoro, quanto un invito a intraprendere insieme un cammino. Si parte con un primo passo, cadenzato lungo quest’anno pastorale nella condivisione delle preoccupazioni per le sfide del presente e delle opportunità che si aprono per le nostre Chiese. Ciascuno di noi ha un patrimonio da condividere, fatto di esperienze, intuizioni, storie: luci che possono rischiarare la strada e rendere vivo il presente grazie alla memoria e alla speranza, nell’attesa di un futuro a cui già da ora tendiamo insieme con l’aiuto di Dio. Proprio per poter fare tesoro di tale ricchezza, le risposte alle domande formulate nell’Invito sono attese dalla Segreteria del Comitato preparatorio (firenze2015@chiesacattolica.it) entro fine maggio 2014.

Sulla base di questi contributi, potremo elaborare il documento di lavoro per l’anno pastorale successivo: in tal modo la preparazione immediata a Firenze sarà frutto di un lavoro collegiale, nella linea del coinvolgimento e della partecipazione responsabile.
Grazie e buon lavoro.

+ Cesare Nosiglia
Presidente del Comitato preparatorio

Roma, 11 ottobre 2013
Anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II

Un cordiale appello a muoverci subito e insieme

Tra il 9 e il 13 novembre 2015, a Firenze, si terrà un nuovo Convegno Ecclesiale Nazionale, che i Vescovi hanno titolato: In Gesù Cristo il nuovo umanesimo.
 
A tale appuntamento desideriamo avvicinarci con impegno ed entusiasmo. Queste pagine, più e prima che uno strumento di lavoro finalizzato a organizzare la preparazione, sono un appello alla relazione e all’interazione ecclesiale in vista di quell’incontro: una semplice e cordiale preghiera – rivolta alle nostre Diocesi e alle varie realtà in cui si articola il cattolicesimo italiano – a prendere in consegna l’idea matrice del Convegno sintetizzata nel suo titolo. Vogliamo, in altri termini, suscitare l’interesse e la disponibilità di tutti a collaborare affinché l’incontro di Firenze sia un autentico evento ecclesiale, comunitario e comunionale.

Perché ciò avvenga ci serve un vero e corale discernimento, condizione imprescindibile per realizzare un incontro capace di orientare la vita della Chiesa in Italia. In questo esercizio ci lasciamo ispirare da papa Francesco, che ne è interprete autorevole: «Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace. E questo è il tempo del discernimento, che si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente, specialmente i poveri» (Intervista a La Civiltà Cattolica).

L’amichevole Invito che qui formuliamo – e che, in verità, ci scambiamo vicendevolmente – è appello a coinvolgerci con generosa sollecitudine, per tornare a pensare insieme e a confrontarci con franchezza.

Un cammino mai interrotto, lungo la scia conciliare

Quello di Firenze sarà il quinto Convegno Ecclesiale Nazionale. Il primo si tenne nel 1976 a Roma sul tema Evangelizzazione e promozione umana, quindi fu la volta di Loreto nel 1985 (Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini), Palermo nel 1995 (Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia) e Verona nel 2006 (Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo). Di fatto nel nostro Paese i cinquant’anni dal Concilio sono stati cadenzati da questi eventi ecclesiali, quasi a rimarcare con anniversari decennali l’eredità conciliare. In questa luce, il tema di ogni Convegno ha incrociato di volta in volta quello degli Orientamenti pastorali del decennio entro cui il Convegno stesso si collocava: Evangelizzazione e sacramenti per il primo decennio (gli anni Settanta), quindi Comunione e comunità (gli anni Ottanta), Evangelizzazione e testimonianza della carità (gli anni Novanta), Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (2000-2010) ed Educare alla vita buona del Vangelo per il decennio in corso. In tale cammino di rinnovamento non è difficile scorgere alcune costanti che complessivamente delineano il percorso delle nostre Chiese.

Al centro dell’attenzione è sempre rimasta l’evangelizzazione, attuata in spirito di dialogo con il contesto sociale italiano. Rispetto a questa missione, dopo il Vaticano II, le nostre comunità si sono interpretate come segno della presenza salvifica del Signore sul territorio. La Chiesa, infatti, esiste non per parlare di sé né per parlarsi addosso, bensì per annunciare il Dio di Gesù Cristo, per parlare di Lui al mondo e col mondo. La missione vive di questo «colloquio» – come scriveva Paolo VI nell’enciclica Ecclesiam suam – tramite il quale la Chiesa annuncia la ricapitolazione di tutti e di tutto in Cristo Gesù, decifrandone gli indizi nella storia degli uomini e argomentandone i motivi alla luce del Vangelo.

 Di conseguenza, sempre desta è stata anche l’attenzione nei riguardi dell’humanum, chiamato insistentemente in causa: nella prospettiva della promozione umana a Roma; nell’orizzonte comunitario e in quello sociale rispettivamente a Loreto e a Palermo; infine, a Verona, sotto le cifre esistenziali degli affetti, del lavoro e della festa, della fragilità, dell’educarsi vicendevolmente e del convivere nel rispetto di regole stabilite democraticamente. Il Vangelo annunciato dalla Chiesa illumina di senso il volto dell’uomo e permette di intuire le risposte meno scontate ai suoi interrogativi più profondi (cf. Gaudium et spes 41).

Si può discutere – come del resto s’è fatto – su modalità, contenuti ed esiti di questi Convegni ecclesiali, ma non si può non riconoscere che essi hanno contribuito a delineare il volto storico delle nostre Chiese, innescando una serie di reazioni virtuose utili a dare vitalità alle nostre Diocesi. La stagione dei Convegni nazionali esprime tutto ciò in un rinnovato stile ecclesiale, che porta a convenire, traduzione permanente del paradigma sinodale rappresentato dal Concilio. Questa prassi realizza la Chiesa quale esperienza di comunione, allenandola a vivere la sua vocazione di «sacramento dell’unità del genere umano» in cammino verso Dio (Lumen gentium 9). Non è fatica da poco; per riuscire a sostenerla è necessario apprendere, sempre daccapo e sempre meglio, la lezione del dialogo, dell’incontro col mondo e, prima ancora, del confronto tra le varie componenti della comunità ecclesiale.

Per questo, ancora una volta, a quasi dieci anni dal Convegno di Verona, torniamo a sentire il bisogno di “convenire”, di rimetterci in cammino per incontrarci in un luogo in cui esprimere sinfonicamente la comune e, insieme, sempre peculiare esperienza credente di ogni Diocesi; per verificare la strada percorsa a partire dall’evento conciliare e valutare seriamente i risultati dei processi di cambiamento. A questo proposito bisognerà registrare ciò che ancora non si è fatto al fine di attuarne le indicazioni, accogliendo sino in fondo le potenzialità che l’insegnamento del Concilio mantiene, specialmente quando ci ricorda che «nel mistero del Verbo incarnato viene chiarito il mistero dell’uomo. […] Cristo, che è l’Adamo definitivo e pienamente riuscito, mentre rivela il mistero del Padre e del suo amore, pure manifesta compiutamente l’uomo all’uomo e gli rende nota la sua altissima vocazione» (Gaudium et spes 22).

 Solamente fidandoci di Gesù Cristo, conosciamo che il destino dell’uomo è partecipare della sua stessa figliolanza; è chiamata a oltrepassarsi incessantemente, non per divenire altro da sé, bensì per assumere la propria identità grazie alla relazione con l’Altro. «La fede è luce che viene dal futuro, che schiude davanti a noi orizzonti grandi, e ci porta al di là del nostro “io” isolato verso l’ampiezza della comunione» (Lumen fidei 4).

Si tratta di una promessa il cui profilo ultimo è costituito dal Risorto, nostra incrollabile speranza, che già si va realizzando – qui e ora – per ciascuno. Ciò avviene sulla base di alcune premesse fondamentali: la natura personale che ci distingue da tutti gli altri esseri, senza però indurci a disinteressarci o a separarci dal creato; la spontanea inclinazione alla reciproca dedizione e alla solidarietà; la nostra responsabilità a interloquire con Chi ci interpella nella profondità della nostra coscienza; un’autonomia non autoreferenziale, che si traduce in un maturo esercizio della libertà.

In consonanza con gli Orientamenti pastorali del decennio

«Chiunque segue Cristo, uomo perfetto, diventa anche lui più uomo» (Gaudium et spes 41).

Quest’affermazione non ha nulla in comune con il mito del super-uomo che alcuni pensatori della tarda modernità hanno teorizzato. Ci dice, piuttosto, che la perfezione dell’umanità si lascia intravvedere nella figura martoriata – «gran piaga verticale» (L. Santucci) – di chi, innocente, viene condannato a morte. «Ecce homo»: il Vangelo, paradossalmente scandaloso per chi non attinge alla sapienza di Dio, annuncia una nuova visione dell’uomo. Nella croce Dio si mostra non più lontano rispetto alla sofferenza umana, la quale assume così un significato nuovo che consente di vincerne l’aspetto disumanizzante. «Non ogni uomo è uomo, allora. Uno perseguita e uno è perseguitato; e genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato. Uccidete un uomo; egli sarà più uomo. E così è più uomo un malato, un affamato; è più genere umano il genere umano dei morti di fame» (E. Vittorini).

La modernità – con i suoi proclami sulla morte di Dio, le sue antropologie pervase da volontà di potenza, le sue conquiste e le sue sfide – ci consegna un mondo provato da un individualismo che produce solitudine e abbandono, nuove povertà e disuguaglianze, uno sfruttamento cieco del creato che mette a repentaglio i suoi equilibri.

È tempo di affrontare tale crisi antropologica con la proposta di un umanesimo profondamente radicato nell’orizzonte di una visione cristiana dell’uomo – della sua origine creaturale e della sua destinazione finale – ricavata dal messaggio biblico e dalla tradizione ecclesiale, e per questo capace di dialogare col mondo. Tale relazione non può prescindere dai linguaggi dell’oggi, compreso quello della tecnica e della comunicazione sociale, ma li integra con quelli dell’arte, della bellezza e della liturgia. Perché questo dialogo col mondo sia possibile dobbiamo affrontare insieme quella che gli Orientamenti pastorali definiscono una vera e propria «emergenza educativa», «il cui punto cruciale sta nel superamento di quella falsa idea di autonomia che induce l’uomo a concepirsi come un “io” completo in se stesso, laddove, invece, egli diventa “io” nella relazione con il “tu” e con il “noi”» (Educare alla vita buona del Vangelo 9).

Il tu e il noi – gli altri – nell’epoca in cui viviamo sono spesso avvertiti come una minaccia per l’integrità dell’io. La difficoltà di vivere l’alterità emerge dalla frammentazione della persona, dalla perdita di tanti riferimenti comuni e da una crescente incomunicabilità.

I fraintendimenti più gravi sono, però, di carattere teologico: per un verso, si presume unilateralmente che “Dio non è l’Altro”, per cui se ne misconosce la trascendenza e lo si confonde col mondo stesso; per altro verso, si giunge a considerare esclusivamente che “Dio è l’Altro”, fino a ipotizzare la sua irrilevanza per il mondo e per l’uomo o a interpretarlo secondo un lacerante aut-aut, che implica l’alternativa tra Dio e l’uomo.

Come superare l’interruzione della relazione con l’Altro, così nociva per la giusta comprensione dell’uomo? Di questo interrogativo il Convegno ecclesiale di Firenze intende farsi carico per ripensare, guardando a Cristo Gesù, il rapporto tra Dio e l’uomo e degli uomini tra di loro. A tale riflessione vogliamo prepararci.

Si tratta innanzitutto di riguadagnare la consapevolezza del nostro provenire da Dio: non siamo Dio, ma siamo da Dio e, conseguentemente, per Dio. Non possiamo più pensare: “O io, o Tu”, ma siamo spinti a riconoscere: “Io grazie a Te”. Alla fine del II secolo, l’autore dello Scritto a Diogneto è testimone lucidissimo di questa consapevolezza credente quando scrive che «Dio plasmò gli uomini dalla sua propria Immagine» (X,2): non semplicemente a partire dalla polvere terrestre – come pur leggiamo in Gn 2,7 – bensì a partire dall’Immagine increata che da sempre Dio ospita dentro di Sé, il suo stesso Logos. L’uomo proviene dall’Intimo di Dio; anzi, è impastato di Dio. È Lui che ci permette di diventare consapevoli delle nostre migliori e più nobili possibilità, della nostra dignità, della nostra altissima vocazione. Non siamo archetipo di noi stessi, ma immagine di Dio, riflessi di un’Icona che sta nell’Intimo di Dio. Egli non è l’Altro estraneo e irraggiungibile; è Padre, che – grazie all’inedita prossimità con l’uomo in Gesù Cristo – ci consente di riconoscerci figli, e dunque fratelli. Ogni volta che lo dimentichiamo, soprattutto nell’esperienza amara del peccato, impoveriamo noi stessi: rifiutando Dio, gli uomini «divennero disuniti in se stessi e smarrirono il sapere circa se stessi. Il loro essere dimenticò il proprio nome. Da allora in poi il nome e l’essere si cercarono a vicenda senza mai trovarsi» (R. Guardini). Riguadagnare la fiducia nel Nome di Dio, come Nome che appartiene a Lui ma che non risuona contro di noi, è condizione per diventare pienamente uomini.

Di fatto, esser uomo significa per ciascuno di noi fare i conti con l’esperienza dei nostri limiti, da intendere non come dei rassicuranti confini cui rassegnarci, ma come una soglia da valicare continuamente, per incontrare e conoscere ciò che sta oltre noi e rientrare poi in noi e sedimentare nella nostra coscienza il senso dell’incontro e i contenuti della conoscenza.

Può compiersi così il riscatto della verità dell’uomo, ritrovata nel rapporto con Dio e perciò ricompresa non più in termini individualistici, bensì in termini autenticamente personali e relazionali.

L’umanesimo cristiano nella storia

Se partecipiamo di Cristo, Uomo nuovo, non possiamo che comportarci da uomini rinnovati: solidali a Lui, di Lui viviamo e con Lui camminiamo. Come ha scritto papa Francesco a proposito dell’essere umano, «nel suo aprirsi all’amore originario che gli è offerto, la sua esistenza si dilata oltre sé. “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20) [...]. L’io del credente si espande per essere abitato da un Altro, per vivere in un Altro, e così la sua vita si allarga nell’Amore» (Lumen fidei 21). L’umanesimo cristiano, sorto nel solco di una costruttiva continuità con la grande paideia greca e con l’humanitas latina, è stato connotato sin dagli inizi dalle esigenze della conversione evangelica.

L’uomo – hanno evidenziato teologi contemporanei come Rahner e von Balthasar – è la grammatica del dirsi divino, la sintassi della rivelazione. Dai Padri della Chiesa antica al monachesimo medievale quest’intuizione è rimasta al centro del patrimonio spirituale e culturale con cui il cristianesimo ha dato il suo contributo alla storia d’Europa. Molte opere d’arte italiane dei secoli XI-XIII testimoniano un precoce interesse per l’uomo come soggetto: si pensi, ad esempio, alla facciata del duomo di Modena, dove il maestro Wiligelmo scolpì la sua originale interpretazione della creazione di Adamo, che il Creatore anima davanti a sé sino a conferirgli la Sua stessa sovrana postura, la Sua medesima altezza, facendone un riverbero fedele della Sua dignità. O ancora, alla formella bronzea del portone realizzato a Monreale da Bonanno Pisano, in cui è figurato un Adamo disteso a terra, su cui Dio si piega come se stesse annodandogli il cordone ombelicale.

Se dal versante della creazione volgiamo lo sguardo a quello della redenzione, nella Pietà di Michelangelo, che la cattedrale di Firenze custodisce nel suo museo, il volto dello scultore ormai anziano si riproduce in quello di Nicodemo: quasi una confessione di fede dell’artista che propone all’uomo la missione di “portare” Cristo, il quale sembra “nascere” dal suo petto.

Proprio nella città di Firenze l’incontro tra umanesimo classico e visione cristiana dell’uomo ha raggiunto il suo vertice storico tra il XIV e il XVI secolo. Un tempo gli storici presumevano che l’umanesimo rinascimentale, facendo da apripista alla modernità e alle sue “rivoluzioni” culturali, a cominciare da quella copernicana, rappresentasse un’interruzione della concezione dell’uomo pensato come creatura di Dio. In realtà, come hanno spiegato pensatori cristiani del primo Novecento quali Berdjaev, Gogarten, Guardini, l’umanesimo rinascimentale fu un crocevia delicato, in cui divenne evidente l’intima connessione tra la dipendenza dell’uomo da Dio e la sua capacità creativa, entrambe riflesso di quella somiglianza con Dio di cui parla la Genesi. Da quel crocevia, nondimeno, ha preso le mosse un processo di differenziazione interna all’umanesimo che ha separato ciò che in realtà è unito, contrapponendo artificialmente creaturalità e creatività, e teorizzando la libertà della seconda nella negazione della prima.

 Oggi l’umanesimo cristiano sembra essere soltanto una variante minoritaria tra i numerosi e differenti umanesimi che preferiscono non richiamarsi ad alcuna ispirazione evangelica: “umanisti secolari” si sono autodefiniti alcuni dei loro rappresentanti nell’incontro del “Cortile dei Gentili” tenutosi a Stoccolma nel settembre 2012.

Secondo taluni pensatori saremmo entrati nell’epoca post-moderna, definita anche come epoca post-secolare. Il processo di secolarizzazione, iniziato con la messa in discussione del cristianesimo quale principio sintetico dell’umanesimo, dopo vari tentativi di cercarvi alternative sembra ormai giunto al suo esaurimento. Oggi non esiste più un principio sintetico che possa costituire il fulcro di un nuovo umanesimo.

Per questo, pur nella consapevolezza della natura plurale dell’odierna società, uno degli scopi del Convegno è quello di proporre alla libertà dell’uomo contemporaneo la persona di Gesù Cristo e l’esperienza cristiana quali fattori decisivi di un nuovo umanesimo. Crediamo, infatti, che l’annuncio dell’evento di Cristo sia capace di interagire con Chiese e confessioni cristiane, con le religioni e con le diverse visioni del mondo, valorizzando tutti gli elementi positivi che la modernità può offrire in abbondanza. I cristiani, in quanto cittadini, desiderano abitare con questo stile la società plurale, protesi al confronto con tutti, in vista di un riconoscimento reciproco.

D’altra parte, nell’Italia contemporanea, lo stesso umanesimo cristianamente ispirato si è configurato come un fenomeno pluralistico: nel suo alveo sono confluite le esperienze di personalità diverse per stato di vita, per estrazione culturale, per sensibilità spirituale, dai grandi santi ai tanti testimoni impegnati nel servizio della carità, nell’opera educativa, negli spazi dell’impegno culturale, sociale e politico. Quella del Convegno è, così, l’occasione perché ogni Chiesa possa ripensare anche alle figure significative che in epoche diverse hanno indicato la via di un autentico umanesimo cristiano.

Per una Chiesa esperta in umanità

 Tenendo presente questo straordinario panorama, prepararsi al Convegno di Firenze può rappresentare per le Chiese che sono in Italia l’occasione propizia di ripensare lo stile peculiare con cui interpretare e vivere l’umanesimo nell’epoca della scienza, della tecnica e della comunicazione. La speranza è di rintracciare strade che conducano tutti a convergere in Gesù Cristo, che è il fulcro del «nuovo umanesimo»; della sua «nascita» dentro la storia comune degli uomini noi cristiani siamo consapevoli e convinti «testimoni» (cf. Gaudium et spes 55).

Questa fede ci rende capaci di dialogare col mondo, facendoci promotori di incontro fra i popoli, le culture, le religioni. Come ha scritto papa Francesco, «il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la strada del dialogo con tutti». La verità dell’uomo in Cristo non è opprimente e nemica della libertà: al contrario, è liberante, perché è la verità dell’amore e, come tale, «può arrivare al cuore, al centro personale di ogni uomo» (Lumen fidei 34).

Ecco perché vale la pena di accogliere il richiamo all’umano con cui veniamo proiettati verso Firenze. È stato il magistero pontificio contemporaneo a lanciare quest’appello: pensiamo all’attenzione verso le «realtà nuove» auspicata da Leone XIII, al richiamo in favore della «causa dell’uomo» risuonato nei radiomessaggi natalizi di Pio XII, alla discussione sui temi della giustizia sociale, della solidarietà economica, del rispetto per i più deboli, della pace tra i popoli, avviata in encicliche che hanno segnato un’intera epoca come la Mater et magistra e la Pacem in terris di Giovanni XXIII, o la Populorum progressio e l’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI, per giungere alla Redemptor hominis, alla Centesimus annus, alla Veritatis splendor di Giovanni Paolo II e alla Caritas in veritate di Benedetto XVI. L’appello all’umano, fatto proprio dal Concilio, chiama in causa valori, grazie ai quali e per i quali l’uomo formula le sue rivendicazioni, affronta le sue preoccupazioni, vive le sue speranze: l’uomo inteso, però, non solo nella sua essenza, bensì nella sua storicità, e più esattamente nella sua storia reale. Per questo la vera questione sociale oggi è diventata la questione antropologica: la difesa dell’integrità umana va di pari passo con la sostenibilità dell’ambiente e dell’economia, giacché i valori da preservare sul piano personale (vita, famiglia, educazione) sono pure determinanti per tutelare quelli della vita sociale (giustizia, solidarietà, lavoro).

Nelle pieghe della storia, l’umano – con i suoi valori intrinseci – non è evidente e neppure ovvio; perciò, se vogliamo ripensarlo e riaffermarlo, dobbiamo esercitare il discernimento, affinare le nostre capacità di interpretazione. Indicazioni importanti vengono, a tal proposito, dal Concilio Vaticano II.

Una prima indicazione può essere rintracciata nella Gaudium et spes, secondo cui «dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale» (22). Il «tutti» cui si riferisce il testo conciliare indica non solo i cristiani ma «anche tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia». In essi la buona volontà è risvegliata in modo misterioso dall’intervento di Dio, la cui voce risuona all’interno della coscienza, che resta istanza decisiva con cui confrontarsi (cf. 16).

Una seconda indicazione può essere trovata ancora nella stessa Costituzione, lì dove «attira l’attenzione su alcuni problemi contemporanei particolarmente urgenti», invitando a considerarli «alla luce del Vangelo e dell’esperienza umana» (46). Tra i «problemi» ci sono quelli della famiglia, della cultura, dell’economia, della politica, della convivenza sociale, della custodia del creato, della pace. Di questi problemi, secondo il Concilio, occorre maturare un’intelligenza credente, in forza dell’intreccio reciproco tra fede e ragione e, ancor più radicalmente, tra il dirsi di Dio e il vissuto dell’uomo. Così l’umano – considerato alla luce del Vangelo – viene da ogni lato raggiunto da Dio.

Un percorso di riflessione nelle nostre Chiese

Il Convegno ecclesiale nazionale intende coinvolgere le singole Diocesi, perché è lì, “sul campo”, che vanno colte e interpretate le attese del popolo cristiano, come pure la situazione culturale e religiosa della nostra società. Per questo motivo, il Convegno non potrà essere un simposio di teologia, anche se avrà bisogno di una elaborazione teologica adeguata; non potrà nemmeno risolversi nel luogo di una narrazione di ciò che la vita cristiana è capace anche oggi di suscitare, sebbene senza il racconto dell’esperienza risulti impossibile condividere un messaggio rincuorante. L’orizzonte del Convegno è quello di un evento di preghiera, di ascolto, di confronto e di discernimento, di orientamento condiviso per un annuncio e una testimonianza più efficaci e attuali, occasione di rilancio dell’impegno pastorale delle nostre comunità ecclesiali.

L’esigenza di prepararsi coinvolgendo le Diocesi – soprattutto nei loro organismi di partecipazione: Consigli diocesani presbiterale e pastorale, Consulta delle aggregazioni laicali; e anche nelle Associazioni e i Movimenti – suggerisce di far emergere domande e attese a cui il Convegno ecclesiale intende rispondere. Perciò è importante condividerne obiettivi, criteri e tappe di preparazione.

Coinvolgimento, partecipazione e discernimento comunitario rimangono gli obiettivi essenziali a cui puntare.

I criteri da adottare sin da ora sono ispirati a un atteggiamento propositivo. Infatti, talora certe analisi condotte dalle nostre comunità proiettano uno sguardo orientato solo al pessimismo, con cui si tende a mettere in evidenza quello che non funziona, ciò che si sta perdendo. È importante, invece, che l’opera di discernimento coniughi l’attenta, coraggiosa e seria lettura della realtà (verità) – considerata nel chiaroscuro delle sue luci e delle sue ombre (complessità) – con “lo sguardo in avanti” (speranza) e con lo spirito costruttivo di chi cerca di evidenziare le risorse e le energie che la comunità cristiana può oggi mettere a disposizione del Paese (progettualità).

Per una preparazione adeguata è necessario far tesoro delle esperienze precedenti, a cominciare dall’ultimo Convegno ecclesiale, che ha visto le Chiese ritrovarsi a Verona. Ciò a cui siamo invitati è una riflessione comune attorno a queste aree tematiche:

- le forme e i percorsi di incontro con Cristo, nella pastorale ordinaria di iniziazione cristiana come in altre forme di esperienze di annuncio e di evangelizzazione, con particolare attenzione ai nuovi “contesti” e alle nuove “periferie esistenziali”;

- le difficoltà di credere e di educare a credere che oggi si sperimentano, tenendo presente il confronto con il pluralismo culturale e religioso che condiziona le scelte di fede personali e comunitarie;

- la mappa dei luoghi in cui avviene l’esperienza della fede o un primo contatto con la proposta cristiana; gli aspetti positivi e negativi di ciascun ambiente; un ventaglio delle possibilità di valorizzare le sinergie, anziché la competizione, tra i diversi contesti comunicativi.

La medesima domanda può guidare la riflessione comune: Come la fede in Gesù Cristo illumina l’umano e aiuta a crescere in umanità?

Ogni Diocesi è invitata a rispondere con:

* la narrazione di un’esperienza positiva;

* l’indicazione di un nodo problematico;

* la segnalazione delle vie attivate per il superamento delle difficoltà.

Non siamo dunque chiamati a un’analisi dettagliata e onnicomprensiva, bensì alla presentazione di un “dono” che si desidera condividere per un cammino di crescita comune.

Smettere di fare calcoli e (tornare a) fare Eucaristia

Il nostro Invito ha delineato un percorso di idee e passi da compiere per la preparazione al Convegno. Ricordiamoci che quello che maggiormente vale è mettere al centro dell’umanesimo cristiano l’Eucaristia, fonte e principio ispiratore di novità di vita in Gesù Cristo.

«Che cos’è questo per tanta gente?»: viene da chiederselo ancora, enfatizzando di nuovo l’evidenza oggettiva con cui ci scontriamo allorché registriamo – come già gli apostoli (cf. Gv 6,1-13) – le nostre insufficienze ecclesiali, l’esiguità delle nostre risorse ed energie pastorali, persino la patina ossidata che intacca la nostra speranza, mentre scenari difficili si squadernano con ritmi incalzanti davanti a noi. Sì, in questo facciamo veramente la medesima esperienza di inadeguatezza con cui i primi discepoli dovettero fare i conti quando si sentirono provocati da Gesù a farsi carico della fame, delle attese, delle rivendicazioni della folla: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».

Tale affermazione esprime una buona dose di realismo, una immediata attitudine alla disamina e al calcolo, una consapevolezza lucidamente critica e coerente con la situazione; ma dichiara anche l’impotenza a intervenire.

Dall’immobilismo rinunciatario, tuttavia, Gesù si smarca con serena risolutezza, insegnando ai suoi a fare altrettanto, grazie a un gesto nuovo, d’impronta eucaristica: prende i cinque pani e i due pesci di cui essi dispongono e, rendendo grazie al Padre, li distribuisce a tutta quella gente. E, così, inanella dimensioni prima non prese in considerazione: la relazione con l’Altro, cui ricondursi e consegnarsi con la propria povertà, e il rapporto con gli altri, cui volgersi e dedicarsi senza titubanze e senza riserve. Per i discepoli si aprono strade che sino a quel momento non avevano osato percorrere: verticalmente verso Dio e, orizzontalmente, incontro a coloro di cui si avvertono e condividono i bisogni, per toccarli e lasciarsi toccare da loro, per prendersene cura e accogliere tutti in solidale e fraterna custodia (cf. Lc 9,11; Mt 14,16; Mc 6,36-37). Così – scrive san Paolo – i discepoli inaugurano una novità destinata a trasfigurare l’umanità: nella comunione con e in Gesù Cristo, superano ogni discriminazione tra giudeo e greco, tra schiavo e libero, tra uomo e donna (cf. Gal 3,28), incontrano tutti – «coloro che sono sotto la legge», «coloro che non hanno legge», «coloro che sono deboli» – e, per «essere partecipi del Vangelo insieme con loro», si sottopongono alla legge, vanno oltre la legge, si fanno piccoli e si mettono al servizio (cf. 1Cor 9,19-23), sapendo di doversi sobbarcare la debolezza di chi non ce la fa (cf. Rm 15,1).

Dandoci appuntamento a Firenze, desideriamo anche noi esercitarci secondo lo stile di Gesù, con nel cuore seminata la certezza che ha fatto cantare i nostri giovani alla Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro: «Annunciare il Vangelo a tutti, vuol dire già trasformare l’uomo vecchio in un nuovo uomo». 
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