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Verso la canonizzazione del 27 aprile
Dziwisz: con Wojtyla l'avventura di una vita 
Stanislaw Dziwisz
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da LUOGHI DELL'INFINITO di aprile 2014
Numero speciale

Conobbi Karol Wojtyla in seminario, a diciotto anni. Fu nel lontano 1957. Lui era il nostro professore di etica. Ci colpiva la sua conoscenza della materia così come la sua spiritualità e l’apertura mentale verso il prossimo. Un anno dopo fu nominato vescovo ausiliare della diocesi di Cracovia e dopo qualche anno ne assunse la guida quale arcivescovo metropolita, l’erede di san Stanislao, martire dell’XI secolo, patrono dell’ordine morale della Polonia.

Il 23 giugno 1963 ricevetti dalle mani del giovane vescovo Karol il sacramento del sacerdozio. Allora non immaginavo che la storia della mia vita e della mia vocazione sarebbe stata così fortemente segnata dal servizio per la Chiesa accanto a lui. Letteralmente.

Arrivò il 16 ottobre 1978. Il giorno della svolta per il cardinale Wojtyla, un giorno di svolta anche per me. Il neoeletto Papa mi chiese di continuare ad aiutarlo. E così tutto ebbe inizio. Nessuno di noi sapeva quanto tempo sarebbe durato; nessuno sapeva come sarebbe stato il pontificato di Giovanni Paolo II che arrivò a Roma "da un Paese lontano": lontano per motivi geografici ma anche politici. Nel Paese del Papa regnava un sistema comunista totalitario che lottava contro Dio e la Chiesa e infine contro l’essere umano, con l’obiettivo di privarlo di ciò che è più importante.

Ventisette anni di pontificato. Ventisette anni d’instancabile servizio a Cristo e alla Sua Chiesa. È necessario inserire all’interno di questo suo servizio anche quello che è successo in piazza San Pietro il 13 maggio 1981. Scorse il sangue del Papa, il Papa si avvicinò al martirio di sangue. Del resto, tutto il suo ministero papale, giorno dopo giorno, fu segnato da un tipo di martirio: il lavoro faticoso, il sacrificio, il consumarsi per Cristo e per la sua causa, per la quale Lui – il Salvatore dell’uomo – venne sulla terra.
Arrivò infine il 2 aprile 2005. Giovanni Paolo II si spegneva davanti agli occhi del mondo intero. Passò alla casa del Padre alle ore 21:37. Lo accompagnai fino alla fine, fino all’ultimo respiro. Si sarebbe potuto pensare che fosse la fine di tutto. In realtà, fu l’inizio di una nuova storia. Storia della santità. Da soli la morte e i funerali di Giovanni Paolo II diventarono una catechesi emozionante per il mondo intero. Dio solo sa quello che successe nei cuori di milioni di persone. La santità del Papa cominciò in quel momento a parlare loro. La santità del Papa è la sintesi di chi era lui e di quello che riuscì a compiere.
Come descrivere la santità di Giovanni Paolo II? Come essa si manifestava? Come ti colpiva? Queste domande mi vengono spesso rivolte. Io la definirei come la santità variopinta. Oppure – facendo il paragone con il mondo della musica – la santità polifonica. La santità della preghiera. La santità del servizio. La santità della sofferenza.
La santità della preghiera

La preghiera è la chiave per capire la personalità di Karol Wojtyla. Sin dalla giovane età, e soprattutto a partire dagli anni bui segnati dalle esperienze della Seconda guerra mondiale, fu affascinato dalla persona di Gesù Cristo, il quale entrò nella sua vita e lo conquistò per sé e per il Suo Vangelo. Il giovane discepolo del Maestro di Nazareth cominciò un intenso cammino spirituale. Si impose un programma a cui rimase fedele nel suo operato da sacerdote, vescovo e Papa.

Posso dare testimonianza della sua preghiera quotidiana a Cracovia. La sua giornata iniziava con la meditazione, seguita dalla celebrazione dell’Eucaristia, tranne quando la officiava presso le comunità parrocchiali. Il cardinale Wojtyla passava le ore del mattino, dedicate solitamente al lavoro intellettuale, alla stesura di numerosi discorsi, articoli e libri, nella cappella. Era lì, accanto all’altare e di fronte al tabernacolo, che egli meditava e scriveva. La preghiera s’intrecciava con il lavoro creativo e diventavano una cosa sola. Lo stesso succedeva durante i lunghi viaggi in auto. Egli pregava e scriveva. Il programma quotidiano comprendeva sempre la Liturgia delle Ore e le preghiere tradizionali, come il rosario, litanie al Sacro Cuore di Gesù, litanie lauretane, oltre le funzioni come la Via Crucis. Mantenne questo programma persino in Vaticano.

Nella vita spirituale di Giovanni Paolo II colpisce la sua regolarità. Lo testimoniano chiaramente i suoi appunti personali presi nell’arco di quarant’anni (1962-2003), recentemente pubblicati in polacco con il titolo Sono pienamente nelle mani di Dio. Ossia le parole con cui si aprono quelle pagine e che ci svelano il segreto del cuore e dell’anima del futuro pontefice.

Il Santo Padre pregava ogni giorno nel suo "stanzino", secondo le indicazioni del Vangelo (cfr. Mt 6,6), ma noi tutti abbiamo avuto l’occasione di sentire le sue preghiere durante le grandi celebrazioni liturgiche a Roma, piuttosto che nelle chiese, negli stadi e nelle piazze dei vari Paesi e luoghi nel mondo. Pregava da solo e insieme a coloro cui prestava servizio. Pregava come solo un vero pastore sa fare.

Nella sua lettera apostolica Novo millennio ineunte Giovanni Paolo II invitava la Chiesa intera a contemplare il volto di Cristo. Scriveva: «Gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di "parlare" di Cristo, ma in un certo senso di farlo loro "vedere". E non è forse compito della Chiesa riflettere la luce di Cristo in ogni epoca della storia, farne risplendere il volto anche davanti alle generazioni del nuovo millennio? La nostra testimonianza sarebbe, tuttavia, insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto» (n. 16).

Giovanni Paolo II per tutta la vita ha ammirato il volto di Cristo. […]
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