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Giovanni XXııı
Verso la canonizzazione del 27 aprile
Capovilla: Giovanni XXIII, Angelo di nome e di fatto
Loris Capovilla, per Luoghi dell'Infinito
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DA LUOGHI DELL'INFINITO di aprile 2014
numero speciale

 

La canonizzazione di Giovanni XXIII fu auspicata già ai tempi del Concilio. Fra i primi vescovi alzatisi nell’aula conciliare a chiedere che, alla fine del Vaticano II, papa Giovanni fosse acclamato santo subito, ci fu un giovane vescovo polacco: Bohdan Bejze. La proposta rimase sospesa, ma due arcivescovi scesero dai seggi e si andarono a congratulare con Bejze. Uno era il cardinale Stefan Wyszynski. L’altro Karol Wojtyla: lui e Roncalli saranno proclamati santi insieme. Ricordo l’allora vicario capitolare di Cracovia. Lo rivedo come fosse ieri: agile e signorile, amabile e sereno; due occhi cerulei e il sorriso disegnato sulle labbra, da indurci ad applicargli l’elogio riferito a papa Roncalli: «Due occhi e un sorriso, bontà fatta persona».

Cosa significasse davvero per Angelo Giuseppe Roncalli essere santo lo spiegò lui stesso ad appena ventisei anni durante una conferenza per il terzo centenario della morte del cardinale Baronio: «Sapersi annientare costantemente, distruggendo dentro e intorno a sé ciò in cui altri cercherebbero argomento di lode innanzi al mondo; mantener viva nel proprio petto la fiamma di un amore purissimo verso Dio, al di sopra dei languidi amori della terra; dare tutto, sacrificarsi per il bene dei propri fratelli, e nell’umiliazione, nella carità di Dio e del prossimo seguire fedelmente le vie segnate dalla Provvidenza, la quale conduce le anime elette al compimento della propria missione: tutta la santità sta qui». A queste regole Roncalli si è attenuto per tutta la sua vita. Pubblica e privata. Prima e dopo il suo approdo al servizio petrino.

L’attribuzione di "Papa della bontà" a Giovanni XXIII esplose il 7 marzo 1963, domenica delle Palme, nella parrocchia romana di San Tarcisio al Quarto Miglio, allorché il pontefice visitò quella comunità in piena campagna elettorale. Per l’occasione, i segretari dei partiti in lizza decisero unanimemente di eliminare manifesti e striscioni propagandistici e di sostituirli con molti teli bianchi su cui spiccava la dicitura: "Evviva il Papa buono". L’episodio rende onore e giustizia a tutti per l’esempio dato di sapersi unire nel tributare onore e affetto al padre comune. Quell’"Evviva" non istituì paragoni e nemmeno costrinse il pontefice dentro la ristretta cornice della bontà "comecchessia". […]
Papa della bontà! Episodi diversissimi e sintomatici, dichiarazioni stupefacenti di qualificati rappresentanti della cultura e della religione convincono che il passaggio di Giovanni XXIII sulla scena del mondo confermò il valore attraente della bontà evangelica, che conserva pur sempre «un posto d’onore – come scrive nel Giornale dell’anima (1950) – nel Discorso della montagna: beati i poveri, i miti, i pacifici, i misericordiosi, gli assetati di giustizia, i puri di cuore, i tribolati, i perseguitati».

Per questo le imprese apostoliche di Angelo Giuseppe Roncalli, quelle rilevanti e altresì le più modeste e nascoste, impressionarono l’opinione pubblica e continuano a stupire credenti e studiosi. […]

Gli attenti osservatori dei fatti e gli indagatori del pensiero si trovano di fronte a un cristiano disposto a lasciarsi guidare e trasformare dallo Spirito, sino a non appartenere più a se stesso, per identificarsi con quei nullatenenti, stimati di poco conto, che Cristo scelse per primi e inviò nel mondo quali messaggeri di liberazione e di salvezza.
Il segreto del successo di Roncalli sta nella matrice tradizionale, e ciò nonostante dinamica, della sua formazione e cultura ecclesiastica, nell’apparente paradosso tra severo conservatorismo e umana ed evangelica apertura. […] Chierico appena quattordicenne iniziò a scrivere il suo Giornale dell’anima e continuò sino a ottantuno anni, senza mai mutare temperamento e costume. Lungo tutto l’arco della sua esistenza egli rimase lo stesso prete della giovinezza, con quella sua caratteristica e mai smentita coerenza di pensiero e di azione, che trova preciso riscontro in ogni variazione di ministero e di ufficio, pur nei limiti, coi difetti e le carenze di natura, di ambiente e di momento storico in cui dovette operare.

Egli è stato, pertanto, un prete all’antica, abbarbicato nel terreno solido della rivelazione cristiana, che diede tono e slancio al suo servizio. Egli volle essere il prete segnato a fuoco dalla familiarità con Cristo, e di null’altro preoccupato se non del nome, del regno e della volontà di Dio.

Il prete! Recitava il suo breviario, lasciando trasparire sul volto l’intima gioia suscitata in lui dalla lettura degli inni, dei salmi, dei brani biblici e patristici, che formano il poema della Liturgia delle ore; celebrava la Messa con indicibile trasporto, come chi ci vive dentro: egli era sull’altare ciò che era al di qua dell’altare. Lo lasciò intuire in un memorabile discorso al clero romano: «La persona del sacerdote è sacra [...]. La buona indole, gli studi severi, la proprietà della parola e del tratto sono come il mantello che avvolge l’umanità del sacerdote: ma la linfa divina della sua applicazione ai divini misteri e alle opere dell’apostolato, egli continuerà ad attingerla dall’altare. Quello è il posto suo che gli conviene innanzi tutto. Di là egli parla ai fedeli e nel volgersi a essi con linguaggio elaborato nella meditazione e fatto suo, egli ha da apparire come di casa nel tempio del Signore e le sacre parole del messale, del breviario, del rituale devono risuonare nell’intimità misteriosa della sua anima prima che sotto le volte del santuario» (25 gennaio 1960).

Ciò che colpisce in queste solenni, e pur così ovvie, affermazioni, riscontrabili in altri testi simili, è la convinzione assoluta dell’autore che l’autenticità e la fecondità del suo sacerdozio dipendessero essenzialmente dalla sua santificazione personale, dalla sua vita di comunione intima con Dio. […]

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