﻿<?xml version="1.0" encoding="utf-8"?><rss version="2.0"><channel><title>Avvenire RSS Feed - Cultura</title><link>http://www.avvenire.it/Cultura</link><description /><generator>Microsys RSS Generator for SharePoint 2010</generator><copyright>www.avvenire.it</copyright><managingEditor /><webMaster /><ttl>2</ttl><language>it-IT</language><docs>http://www.rssboard.org/rss-specification</docs><pubDate>Fri, 17 Jun 2011 14:38:27 GMT</pubDate><lastBuildDate>Sun, 19 May 2013 10:31:53 GMT</lastBuildDate><item><guid>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/weizman-etica-del-minor-male-oggi-la-decide-la-politica.aspx</guid><category>Cultura</category><title>L'etica del minor male? Oggi la decide la politica </title><subtitle>L'etica del minor male? Oggi la decide la politica </subtitle><link>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/weizman-etica-del-minor-male-oggi-la-decide-la-politica.aspx</link><description>​Si chiama &lt;em&gt;lawfare &lt;/em&gt;e riguarda il rapporto fra guerra e diritto. «Però non va confuso con il tentativo di giustificare giuridicamente un conflitto – avverte Eyal Weizman –. Qui è la legge stessa a diventare strumento di guerra, attraverso la strutturazione di regole che si sottraggono al vaglio dell’etica». Competente e appassionato, Weizman non è un giurista, ma un avvocato israeliano che vive e lavora a Londra, dove guida un importante progetto di «architettura forense». Altro termine innovativo, che nasconde una realtà inquietante: «A Gaza e in molte altre regioni del mondo – spiega – il maggior numero di vittime si trova dentro gli edifici. Si muore nelle case, colpiti da oggetti quotidiani che si trasformano in armi». La riflessione di Weizman sulla guerra e, in particolare, sui limiti che la comunità sembra aver accettato di superare è affidata alle pagine di un saggio denso e documentato, &lt;em&gt;Il minore dei mali possibili&lt;/em&gt; (curato da Nicola Perugini per nottetempo, sarà presentato al Salone del Libro domani alle 14.30 presso la Sala Azzurra del Lingotto). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Il minore dei mali non sarebbe una categoria filosofica?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Teologica. La secolarizzazione è caratterizzata da un continuo slittamento dalla teologia alla politica, per cui il minore dei mali è oggi la definizione stessa del male. Tolleriamo dosi di violenza perché ci siamo convinti che sia un linguaggio e che, in quanto tale, possa essere gestito. Ormai ragioniamo in termini economici anche quando misuriamo le vittime civili di un attacco militare».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ed è qui che entra in gioco il «lawfare»?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Certo. Si stabilisce una norma per i danni &amp;quot;accettabili&amp;quot; e poi ci si comporta di conseguenza. Ventinove vite umane possono essere considerate un sacrificio necessario, se questa è la soglia che ci siamo dati. La prima vittima è, nel caso, il trentesimo morto».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Qui però dovrebbero intervenire i diritti umani, no?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Che purtroppo fanno parte del problema. Quali sono i requisiti dell’intervento umanitario? A quali compromessi possiamo piegarci per aiutare una popolazione in difficoltà? Abbiamo iniziato a farci queste domande negli anni Ottanta, all’epoca della carestia in Etiopia. In quel momento l’azione umanitaria era svolta principalmente da organizzazioni non governative. Nella fase attuale sono gli Stati stessi ad assumere il ruolo di operatori umanitari, la cui connotazione politica assume un’evidenza crescente».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Nel libro si sofferma molto sulla situazione nella Striscia di Gaza…&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«Sì, ma non perché sono israeliano. Quella zona è il laboratorio di quanto accade nel mondo. Pensi alla controversia sul muro di divisione fra Israele e i Territori palestinesi. Qualsiasi paragone con la Cortina di Ferro è del tutto inappropriato. Il muro di Berlino era la linea stabilita da un regime totalitario: un segno netto, inconfondibile. A Gaza il muro definisce uno spazio che si espande in profondità, esattamente come succede nel Mediterraneo all’altezza di Lampedusa. Materiali o immateriali, le nuove frontiere intervengono sulla libertà di movimento delle popolazioni. Parlare di diritti umani è fuorviante: i diritti sono sempre politici».</description><pubDate>Fri, 17 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Alessandro Zaccuri</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/bauer-nelle-trincee-dei-nonni-è-nata-la-spietatezza.aspx</guid><category>Cultura</category><title>Nelle trincee dei nonni è nata la spietatezza </title><subtitle>Nelle trincee dei nonni è nata la spietatezza </subtitle><link>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/bauer-nelle-trincee-dei-nonni-è-nata-la-spietatezza.aspx</link><description>​La guerra Nathalie Bauer se l’è trovata in casa. Riordinando gli archivi del nonno, Raymond Bonnefous, si è imbattuta in quaderni, agende, lettere e fotografie risalenti alla Prima guerra mondiale. «Il resto era in perfetto ordine – racconta –, solo questo materiale era gettato lì alla rinfusa. Di quel periodo, del resto, il nonno non parlava. I suoi ricordi riguardavano semmai la Seconda guerra mondiale. Il trauma iniziale era stato troppo forte». Il diario di Raymond è la falsariga sulla quale Nathalie ha costruito &lt;em&gt;Ragazzi di belle speranze&lt;/em&gt;, edito da Cavallo di Ferro nella versione di Carlo Mazza Galanti e presentato ieri al Salone del Libro. Un romanzo che in Francia ha ottenuto, fra l’altro, il premio degli Scrittori credenti. «Il tema centrale – sottolinea l’autrice, molto nota anche per le sue numerose traduzioni dall’italiano – è la fratellanza. Un legame più forte della semplice amicizia. Senza quel sentimento, il nonno e i suoi compagni non ce l’avrebbero fatta».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Perché?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Perché quella guerra ha distrutto il sistema di valori su cui si reggeva la società del XIX secolo. Si è trattato del primo conflitto condotto con logica industriale. Mio nonno era medico e dai suoi diari emerge con chiarezza lo stupore nel trovarsi a lesioni sempre più terribili, provocate da macchinari progettati per straziare il corpo umano».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Una questione di tecnologia, insomma.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Non solo. Nelle guerre precedenti vigeva un’etica rigorosa e condivisa. Non si colpivano i cappellani, non si sparava sui barellieri che recuperavano i feriti, i medici erano ritenuti intoccabili. Regole che non valgono più nelle trincee della Grande Guerra. Da lì in avanti i conflitti si svolgeranno secondo una mentalità esclusivamente economica».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;I combattenti di allora ne erano consapevoli?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Non fino in fondo. Non appena otteneva una licenza, mio nonno tornava alla vita da civile, forse nell’illusione di negare quel cambiamento. La sua era una generazione straordinariamente colta ed eclettica, amante delle arti come dello sport. Ma proprio a loro è toccato di essere spazzati via dalla guerra».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Perciò ha sentito il dovere di ricostruire la vicenda?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«Ho la convinzione che non sia solo storia di famiglia. Ormai non ci sono più reduci, noi nipoti siamo gli ultimi ad aver avuto un rapporto diretto con loro e la trasmissione della memoria si sta rivelando impresa difficile. Cui però non possiamo sottrarci».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Si è mai chiesta perché suo nonno parlasse così poco di quell’esperienza?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«I medici non erano considerati veri soldati. Portavano la pistola, ma non combattevano. Le loro imprese non erano meno pericolose rispetto agli assalti dei fanti, eppure il loro eroismo non era riconosciuto, neppure dai commilitoni. Temo che, anche nel dopoguerra, sia rimasta in lui una forma di vergogna».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Qual è stato il destino di quella generazione?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;«I superstiti hanno portato con sé il valore della fratellanza, alla quale non era estraneo un forte sentimento religioso. Diversa la vicenda delle donne, che proprio a partire da quegli anni hanno visto crescere l’importanza sociale del proprio ruolo. In tanta distruzione, sono state loro a garantire un futuro per l’Europa».</description><pubDate>Fri, 17 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Alessandro Zaccuri</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/Thuran-neri-fecero-storia.aspx</guid><category>Cultura</category><title>Thuram: i neri che fecero la storia </title><subtitle>Thuram: i neri che fecero la storia </subtitle><link>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/Thuran-neri-fecero-storia.aspx</link><description>«Quando vado nelle scuole a parlare di razzismo ai bambini, loro mi dicono che riconoscono quattro tipi di razze umane: nera, gialla, bianca e rossa... Noi adulti abbiamo il dovere di cambiare questa prospettiva della &amp;quot;divisione&amp;quot;. Dobbiamo educare le persone fin da piccole, anche perché i bambini vedono cose che noi ignoriamo…». È il &amp;quot;pensiero forte&amp;quot; di Lilian Thuram, classe 1972, grande difensore in campo (campione del mondo di calcio con la Francia nel 1998) e dei più deboli fuori. Da quando ha appeso gli scarpini al chiodo (nel 2008, dopo aver giocato con Monaco, Parma, Juventus e Barcellona) è diventato ambasciatore Unicef e a Parigi, dove vive, ha creato una Fondazione («Educazione contro il razzismo») e da quel ciclo di conferenze scolastiche è originato il libro &lt;em&gt;Mes étoiles noires&lt;/em&gt;, «Le mie stelle nere» (tradotto e pubblicato da Add Editore - oggi verrà presentato alla Biblioteca Italo Calvino di Torino, alle ore 18 e domani al Salone Internazionale del Libro, ore 11.30). Dopo anni trascorsi a leggere e a incontrare scienziati e studiosi, l’ex calciatore ha stilato un’antologia con 45 &amp;quot;stelle nere&amp;quot;. Si tratta di altrettanti ritratti di quegli antenati di colore che hanno fatto la storia, dell’«umanità tutta». Colpa dell’ideologia imperante che non ha ancora spezzato le catene del pregiudizio, né cancellato l’errore abissale che vuole che la storia dei neri cominci con la schiavitù. Il libro di Thuram diventa così il tentativo di correggere il tiro della storiografia occidentale. Lo fa raccontando 45 vicende umane che partono dalla preistoria e arrivano ai giorni nostri (al primo presidente di colore degli Stati Uniti, Barack Obama) che aprono la mente e stringono il cuore: molte sono legate dal triste destino di diritti calpestati, per il colore della pelle. Eppure, persino l’archeologia insegna che la «nonna dell’umanità è africana», &amp;quot;Lucy&amp;quot;: la creatura che risale a 3.180.000 anni fa. «Abbiamo tutti la stessa origine. Siamo tutti africani, nati tre milioni di anni fa, e questo dovrebbe spingerci alla fratellanza», dice uno dei tre scopritori di Lucy, il professor Yves Coppens. «Tanti non conoscono la Storia che è fatta anche di una civiltà egiziana in cui i sovrani erano neri», sottolinea Thuram. Nera era la corte del regno del Mali, in cui, nel 1222 (giorno dell’incoronazione dell’imperatore Sundjata Keita, «567 anni prima della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo»), viene proclamata la Carta Manden. Su quella Carta, «modello di umanesimo e di tolleranza», stava scolpito un precetto universale, purtroppo oltraggiato dai colonialismi e da ogni forma di totalitarismo: «Una vita è una vita». Principio unico di uguaglianza intellettuale, che agli inizi del ’700 ha forgiato la dottrina di Anton Wilhelm Amo, filosofo di origine ghanese, laureato ad Halle, centro illuminista della Germania, con una tesi dal titolo &amp;quot;La legge e gli africani in Europa&amp;quot;. Testo che è l’humus del pensiero abolizionista e di quella ricchezza culturale nera che si ritrova fin dalle favole di Esopo, «anche lui di colore». Fascino intatto dell’antica tradizione orale che nel 1966 davanti all’assemblea dell’Unesco fece pronunciare allo scrittore maliano Amadou Hampâté Bâ: «Quando in Africa muore un vecchio, è una biblioteca che brucia». Intere biblioteche sono state bruciate in nome dell’intolleranza, ma «l’idea del nero barbaro è un’invenzione europea», scriveva, nel 1911, l’antropologo tedesco Leo Frobenius. Thuram passa in rassegna le tante menti illuminate e illuministe, come la musica del compositore Chevalier de Saint-Georges. Musica celestiale cantata dagli angeli, era quella che ascoltava la mistica guerriera Doña Beatriz, cattolica, fondatrice nel 1704 del movimento degli antoniani nell’allora Regno del Kongo. Per la storiografia occidentale, erroneamente, è la &amp;quot;Giovanna d’Arco nera&amp;quot;. In realtà Doña Beatriz è solo una delle innumerevoli donne (dalla Guadalupa di Marthe Rose Delgrès e Solitude, all’America di Rosa Parks) che hanno lottato contro la schiavitù e tracciato il cammino delle genti di colore verso il riconoscimento della libertà e del rispetto dei diritti civili. «Ricordo che a scuola ho imparato le poesie di Victor Hugo, Lamartine, Baudelaire, ma mai di uomini neri, né tanto meno di donne. Non immaginavo nemmeno che potesse esistere una poetessa nera e neanche i miei professori probabilmente…», scrive Thuram, ridando giusta dignità alla dimenticata poetessa Phillis Wheatley. Una ragazzina nata in Senegal nel 1753, il cui nome vero non si conosce: divenne Phillis, come la nave carica di schiavi («uomini, donne e bambini terrorizzati, legati l’uno agli altri con cinghie di cuoio») che la portò fino a Boston. Weathley è la famiglia in cui faceva la serva di casa, ma che la prese a cuore passandogli la Bibbia, libri di latino e greco che l’appassioneranno alla letteratura fino a fargli comporre 39 poesie raccolte in &lt;em&gt;Poems on Various Subjects Religious and Moral&lt;/em&gt;. Per verificarne l’autenticità dell’opera, poiché «una nera non può scrivere qualcosa di così bello», Phillis venne messa sotto processo, ma al cospetto di un tribunale di esperti dimostrò di saper tradurre all’impronta brani di Virgilio e recitare a memoria passi del &lt;em&gt;Paradiso perduto&lt;/em&gt; di Milton. Dimostrazione aurea della forza mentale dei neri, mai riconosciuta a pieno («Come la figura dell’esploratore Matthew Henson, il primo uomo al Polo Nord»). L’oltraggioso luogo comune li voleva forti solo fisicamente, atleti spettacolari e, fino al secolo scorso, «indispensabili sul ring». Così Thuram omaggia gli &amp;quot;antenati&amp;quot; di Muhammad Ali: Jack Johnson, «nel 1910 il più grande di tutti i tempi», il campione del mondo Battling Siki e il pupillo di Cocteau, Panama Al Brown. E ancora «la scheggia nera dell’Ohio», Jesse Owens che nel 1936, nella Berlino nazista, vinse 4 ori olimpici. Gloria di un uomo che, come quel personaggio di &lt;em&gt;Radici&lt;/em&gt; di Alex Haley, indicando il cielo al suo fratello di colore ha ripetuto fino alla fine: «Guarda, soltanto lui è più grande di te».​</description><pubDate>Thu, 16 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Massimiliano Castellani</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/valchiavenna-cuore-delle-alpi.aspx</guid><category>Cultura</category><title>Valchiavenna, cuore delle Alpi </title><subtitle>Valchiavenna, cuore delle Alpi </subtitle><link>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/valchiavenna-cuore-delle-alpi.aspx</link><description>​Nel nome l’identità: Chiavenna, nei secoli la &amp;quot;chiave&amp;quot; dei transiti tra la penisola italica e il Nord Europa. Sebbene oggi gli etimologi neghino la derivazione dal latino &lt;em&gt;clavis&lt;/em&gt;, restano quelle chiavi sullo stemma, resta quella strada, tracciata nel cuore delle Alpi, che ha messo in moto il più grande traffico di sogni, di uomini e di merci del nostro continente. Valica il crinale nel centro esatto dell’arco alpino, al Passo dello Spluga, che ha dato il nome attuale a quella che fu in passato la Strada Imperiale della Raethia, la Via Regina, la Via del Cardinello. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qui si saldava il ponte tra le culture dei due versanti: quella reto-romancia, quella walser e quella lombarda. Qui i pellegrini medievali si lasciavano alle spalle le fredde regioni settentrionali per iniziare la discesa verso Roma, nell’abbraccio della luce e dei tiepidi aliti del Mediterraneo. Erano i secoli in cui lungo questa via, che univa Coira, capitale della Rezia, a Milano e alla Via Francigena, sorgevano santuari e monasteri, ospizi e luoghi d’accoglienza, tanto più indispensabili quanto più impervio era il territorio da attraversare. Tra Thusis e Chiavenna il difficile tratto alpino correva tra profondissime gole e versanti rocciosi. Da una parte, quella svizzera, la Viamala: un incubo di orridi e dirupi, nere pareti sgocciolanti, alte fino a 300 metri e distanti, in alcuni punti, solo qualche metro. Dall’altra, quella italiana, la gola del Cardinello, in cui sprofondava la &amp;quot;strada di sotto&amp;quot;, già battuta nell’antichità e nel Medioevo, ma infida e pericolosa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 1643, all’epoca del grande sviluppo dei &amp;quot;porti&amp;quot; – il Porto di Val San Giacomo, con sede a Isola, e il Porto del Rheinwald, con sede a Splügen, che avevano l’esclusiva del trasporto delle merci attraverso il valico – si decise di migliorare la &amp;quot;strada di sotto&amp;quot;, trasformandola nella Strada del Cardinello, una larga mulattiera accessibile alle bestie da soma, con superbi muri di sostegno e tratti arditi, intagliati con la dinamite nella viva roccia degli strapiombi rocciosi, con parapetti e tettoie paravalanghe. Ancora oggi percorrere a piedi questo tratto spettacolare, affacciato su dirupi scavati dal fiume Liro, è un’esperienza fuori dal comune. A valle di Isola, la strada si fa più facile e sicura. Lambisce il piccolo centro di Vho, smarrito tra i prati, dove si può osservare la &lt;em&gt;scribaita&lt;/em&gt;, un lastrone verticale di gneiss con antichissime incisioni. Transita sotto l’impressionante spettacolo dei macigni di granito incombenti sull’abitato di Cimaganda. Sfiora il santuario di Gallivaggio, incastrato sotto un’alta rupe nel luogo dell’apparizione della Vergine del 10 ottobre 1492. Poco più a sud, sulla riva destra del Liro, tocca il santuario di San Guglielmo, edificato sopra la grotta dell’eremita Guglielmo, vissuto nell’XI secolo e patrono della Val San Giacomo (questo il vero nome della valle che tutti ormai chiamano Valchiavenna). All’altezza dell’abitato di San Giacomo Filippo il percorso si affaccia ancora sul letto roccioso del Liro, in cui la corrente ha scavato grandi marmitte e sinuosi scivoli. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ancora pochi chilometri ed eccoci a Chiavenna, uno dei centri più belli e più ricchi di testimonianze storiche dell’intera provincia di Sondrio. I maggiori tesori sono custoditi nella collegiata di San Lorenzo, nel cui museo si ammira lo splendido capolavoro di oreficeria medievale noto col nome di &amp;quot;Pace di Chiavenna&amp;quot; (perché veniva scambiato durante la messa in segno di pace): una preziosa coperta di evangeliario in oro sbalzato e filigrana, gemme e smalti, donato alla città da Federico Barbarossa. Altra superba testimonianza di arte medievale è il grande fonte battesimale del 1156, ricavato da un unico blocco di pietra ollare e decorato con un altorilievo raffigurante la cerimonia della benedizione dell’acqua battesimale. L’atmosfera delle vie del centro, tagliate dal fiume Mera, è intima ed elegante, con belle vie su cui affacciano palazzi antichi, portali e fontane in pietra ollare. Nell’antico quartiere artigiano s’affaccia sulla Mera il Mulino di Bottonera, oggi museo, con le sue pregevoli carpenterie lignee e il complesso gioco di pulegge, macine e nastri, che funzionavano giorno e notte sfruttando l’energia idraulica del fiume. Nella zona di Pratogiano, all’ombra di alberi secolari, si allineano gli ingressi dei crotti pubblici, in cui possiamo assaggiare i piatti della cucina locale coi pregiati vini valtellinesi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I crotti sono vere e proprie istituzioni enogastronomiche, la cui tradizione ha radici nella convivialità famigliare, come ci racconta nell’intervista Guido Scaramellini. A monte del centro il Parco del Paradiso è inserito nella più ampia Riserva Naturale Marmitte dei Giganti, un’area spettacolare, interessata dalla presenza di queste curiose formazioni geologiche, che può essere visitata grazie a un itinerario pedonale attrezzato. A valle di Chiavenna si distende l’omonimo piano, un piatto fondovalle a bosco e prato, dove sorge Samolaco, oggi a qualche chilometro dalla sponda nord del Lago di Mezzola. Fino al Medioevo, questo specchio d’acqua era unito al ramo settentrionale del Lario, ramo che veniva chiamato addirittura Lago di Chiavenna, e il borgo di Samolaco vi si affacciava col suo porto, come suggerisce l’antico nome di «Summo Laco». I verdi riflessi del Lago di Mezzola, o meglio del suo affluente Mera nel punto in cui vi si getta, illuminano l’ultimo tesoro chiavennasco, l’oratorio di San Fedelino. Edificato nel luogo in cui nel 964 furono rinvenuti i resti di san Fedele, protomartire della chiesa comasca, il tempietto, detto &amp;quot;San Fedelino&amp;quot; per le sue piccole dimensioni, è una delle prime testimonianze romaniche della diocesi di Como. </description><pubDate>Thu, 16 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Enrico Fumagalli</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/intervista-gesuita-critico-letterario-padre-castelli-premio-bonura-avvenire-.aspx</guid><category>Cultura</category><title>Padre Castelli: «Peccato, che libro!»</title><subtitle>Padre Castelli: «Peccato, che libro!»</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/intervista-gesuita-critico-letterario-padre-castelli-premio-bonura-avvenire-.aspx</link><description>&lt;p&gt;Un libro in uscita (&lt;em&gt;Gesù, insonnia del mondo&lt;/em&gt;, San Paolo) e un altro in lavorazione (si intitolerà &lt;em&gt;Alla ricerca di…&lt;/em&gt; e sarà pubblicato da Àncora). Senza contare gli articoli che appaiono regolarmente su &lt;em&gt;Civiltà Cattolica&lt;/em&gt;, le lezioni, le conferenze. A 93 anni compiuti, padre Ferdinando Castelli è più attivo che mai. Oltre che molto orgoglioso per l’attribuzione del Premio Bonura, consegnatogli ieri da &lt;em&gt;Avvenire&lt;/em&gt; nell’ambito di un incontro sulla presenza del sacro nei narratori contemporanei appositamente organizzato al Salone del Libro. «Per me la letteratura non è solo stile – spiega il gesuita – ma ricerca del senso della vita. Per adoperare la definizione di uno studioso che mi è molto caro, padre André Blanchet, direi che la letteratura è un’esplorazione dell’abisso».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Prospettiva rischiosa, non trova?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«E perché? Sono sempre stato contrario all’idea che, per essere considerato cattolico, un romanzo debba avere un aspetto pio e devoto. André Gide, in una lettera a François Mauriac, insiste scherzosamente su questo equivoco. Tu sei credente, scrive, non puoi raccontare il peccato. La risposta di Mauriac è di una chiarezza esemplare: un romanziere cattolico ha il dovere di affrontare il male, ma senza aderirvi. Una forma di realismo che richiede distacco, lucidità e – sì – una buona dose di coraggio».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Da dove viene la sua passione per la letteratura?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Dalla scuola e in particolare dal ginnasio, frequentato in un collegio di gesuiti nella mia Calabria. Più tardi, quando sono entrato nella Compagnia di Gesù, mi sono imbattuto in una rivista che ha svolto un ruolo fondamentale nella mia formazione. Parlo del &amp;lt;+corsivo&amp;gt;Frontespizio&amp;lt;+tondo&amp;gt;, il mensile fiorentino di ispirazione cattolica che ha rappresentato per me un orizzonte immenso, di grande apertura mentale. L’intuizione della letteratura dell’inquietudine (o, meglio, della letteratura come inquietudine) deriva da due autori che, ancora oggi, mi appaiono come due astri: Giovanni Papini e Piero Bargellini».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ed è così che è diventato critico?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Ho vissuto per molti anni a Napoli, dove insegnavo religione nei licei pubblici. Già in quel periodo collaboravo a &lt;em&gt;Letture&lt;/em&gt;, la storica rivista dei gesuiti milanesi di San Fedele. Nel 1970 sono arrivato a &lt;em&gt;Civiltà Cattolica&lt;/em&gt; e, contemporaneamente, ho iniziato a tenere corsi sul rapporto fra letteratura e cristianesimo in diverse università romane: la Gregoriana, la Lateranense, la Salesiana. Il resto sta nei miei articoli, nei miei libri».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Parlava dei suoi autori di riferimento…&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Papini, anzitutto. La sua autobiografia, &lt;em&gt;Un uomo finito&lt;/em&gt;, è un punto di partenza formidabile per una ricerca che condurrà alla magnifica &lt;em&gt;Storia di Cristo&lt;/em&gt;. È uno dei tanti scrittori che ho avuto la fortuna di incontrare e devo a un colloquio con lui l’indicazione di un autore molto importante per me: Miguel de Unamuno. Un altro consiglio decisivo fu quello di Francesco Casnati, che mi avviò alla lettura di Paul Claudel, il cantore appassionato della fede intesa come bellezza, forma, liturgia. Ricordo di aver assistito a una conferenza di Claudel a Napoli: una vera predica quaresimale, mi creda».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Sbaglio o lei predilige i francesi?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«No, non sbaglia, Di Mauriac e Claudel ho già detto. Resta Georges Bernanos, per il quale il cristianesimo è lotta, impegno, agonia. E poi Léon Bloy, figura molto discussa, ma visitata da un’affascinante febbre di assoluto. La mia preferenza va però a Julien Green, che nei romanzi e più ancora nel &lt;em&gt;journal&lt;/em&gt; ha delineato il male con un rigore ineguagliato».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Un altro nome che ricorre nei suoi studi è quello di Shusaku Endo.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Sono stato a lungo in contatto con il suo traduttore dal giapponese, Bonaventura Tonutti, un missionario. I romanzi di Endo furono una scoperta straordinaria: mi sembrava di aver trovato un corrispettivo di Graham Greene, ma in una prospettiva di pensiero completamente diversa rispetto alle categorie occidentali. E mi colpì molto il fatto che uno di questi capolavori venuti dall’Oriente, &lt;em&gt;Silenzio&lt;/em&gt;, avesse come tema il martirio dei gesuiti nel Giappone feudale».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Siamo comunque nell’ambito dei classici.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Fino a non molto tempo fa non mancavano, anche in Italia, gli autori capaci di affrontare l’inquietudine del sacro: Mario Pomilio, Italo Alighiero Chiusano, Luigi Santucci. Oggi il mercato è particolarmente forte e tende a condizionare gli scrittori. Soltanto pochi tra loro hanno il coraggio di uscire allo scoperto come fa, per esempio, Giovanni D’Alessandro. Ma la mia convinzione è che, se si scruta con attenzione, al fondo di ciascuno c’è sempre la ricerca dell’assoluto. Nella misura in cui è autentico, uno scrittore è sempre religioso, quale che sia la sua posizione confessionale».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Non teme che la accusino di parzialità?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Niente affatto: la critica letteraria non parte dall’apologetica, semmai vi approda. Quando analizzo l’opera di un autore, mi imbatto nel mistero dell’uomo e, scoprendo aspetti del suo e del mio animo, arrivo alla conclusione che ciascuno di noi è fatto per l’assoluto. Se si elimina questo riferimento fondamentale, si cade nella nostalgia o, peggio, nell’alienazione».​&lt;/p&gt;</description><pubDate>Thu, 16 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Alessandro Zaccuri</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/bartolomeo-1-a-milano.aspx</guid><category>Cultura</category><title>Bartolomeo I: «Dopo 1.700 anni ancora perseguitati»</title><subtitle>Bartolomeo I: «Dopo 1.700 anni ancora perseguitati»</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/bartolomeo-1-a-milano.aspx</link><description>Milano festeggia i 1.700 anni dalla concessione della libertà di religione e la fine delle disumane e dure persecuzioni causate ai cristiani dai seguaci di religioni pagane che adoravano l’immagine di Cesare, il sole, la luna, le stelle, le statue inanimate dei dodici dèi demoniaci… &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo venuti dalla città fondata da San Costantino per onorare solennemente l’anno Costantiniano. L’anniversario dei millesettecento anni dalla pubblicazione dell’Editto o (come altri lo definiscono) del Dogma di Milano, costituisce un’occasione unica per il nostro tempo, nel quale spesso si assiste alla violazione degli elementari diritti umani, di spiegare questa fondamentale eredità di Costantino il Grande, grazie al quale è stata raggiunta una conquista decisiva per il futuro dell’umanità: il concetto della libertà religiosa. Generalmente si considera la libertà un concetto astratto senza che se ne evidenzi la profondità del suo mistero. L’assoluta libertà che ci ha concesso il nostro Signore Gesù costituisce un sommo bene spirituale e un inafferrabile regalo di Dio. Il primo uomo, Adamo, fu plasmato da Dio secondo Sua immagine e somiglianza. Dio ha donato alla Sua creatura il Suo più prezioso dono: essere padroni di sé stessi, cioè della libera volontà e della possibilità di scegliere di appartenerGli o di negarLo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dio può realizzare tutto, ma non desidera costringere l’uomo ad amarLo. Soprattutto rispetta la libertà dell’uomo. &amp;quot;Dio è amore&amp;quot; (I Gv 4,16), è libero amore verso l’uomo e cerca il libero amore della Sua creatura. E Dio nessuno l’ha visto mai, perché anche l’amore non viene visto con l’occhio nudo ma viene vissuto nel cuore, si manifesta nella verità con il sacrificio e la croce di chi ama a beneficio della persona amata. Tramite il Dio-Uomo Cristo e la Sua opera salvifica, Dio ha voluto convincere e non violentare; chiamare e non cacciare; amare e non giudicare; liberare e non schiavizzare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Durante la nostra epoca, principalmente nei secoli XIX e XX, molti discorsi sono stati fatti sulla libertà e tante guerre combattute per la cosiddetta libertà dei popoli. La libertà, essendo spesso separata dal suo Datore primo, il datore di ogni dono, Dio, viene isolata, divinizzata, acquista un carattere antropocentrico, diventa onnipotente, causando (fenomeno non raro nella storia della umanità) grandi crimini nel nome di questa libertà onnipotente e antropocentrica. Purtroppo oggi la libertà è ridotta a uno dei beni più &amp;quot;maltrattati&amp;quot; nell’umanità, soggetta continuamente all’arbitrio e alle ideologie umane. Gli uomini, soprattutto chi si sente &amp;quot;superiore&amp;quot;, credono di essere liberi quando possono indiscriminatamente soddisfare i propri desideri, compiendo ciò che vogliono quando vogliono, senza limiti, decidendo e operando, commettendo ingiustizie nel silenzio di coloro che gli stanno attorno, ammazzando e venendo applauditi: tutto e sempre nel nome della libertà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Però la possibilità dell’uomo di fare ciò che vuole non solo non è libertà, ma, anzi, costituisce la peggiore forma di schiavitù. Lo stesso nostro Signore Gesù Cristo, nel Santo Vangelo mostra il significato della vera libertà. Quando i Giudei con stupore chiedono al Signore di quale libertà stia parlando, visto che «siamo seme di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: diventerete liberi?», Egli risponde in modo molto particolare: «In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero» (Gv 8, 34-36).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il peccato è la peggiore forma di schiavitù dell’uomo: liberandosene si ha il presupposto per l’acquisto della vera libertà. Nessuno è libero, se non nega l’auto-adorazione del suo &amp;quot;ego&amp;quot;, se non supera il suo &amp;quot;se stesso&amp;quot; peccatore, se non vince i suoi desideri e le sue passioni peccatrici. L’uomo è libero quando nega se stesso a favore dell’altro, quando sacrifica la sua esistenza, le sue aspettative, i suoi &amp;quot;interessi&amp;quot; a favore del suo fratello, del suo amico, del suo prossimo e di Dio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Modello della perfetta libertà è la &amp;quot;kenosis-svuotamento&amp;quot; di Dio che ci da tutto e Se Stesso. Questa è la libertà perfetta: «Prendete, mangiate; questo è il mio corpo che viene spezzato per voi in remissione dei peccati». Egli è al tempo stesso «colui che si offre e la vittima che viene offerta; colui che si dona e il sangue che viene donato» in libertà e totalmente: Cristo, il nostro Dio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vera libertà si trova nella nostra permanenza in Dio. L’unica illimitata libertà è l’illimitato amore. Senza l’amore l’illimitata libertà diventa illimitata violenza, oppressione e dissolutezza, come disgraziatamente capita in molte situazioni, anche in quelle ecclesiastiche, dove è entrato lo spirito di questo mondo, l’immoralità, la rapina, la copertura e la tolleranza dei potenti a situazioni illiberali. La via della libertà cristiana è la via della croce e dell’ascesi faticosa, della profonda umiltà, del pentimento, della vittoria sopra se stessi, della negazione di ogni interesse a favore dell’amore. Cristo è il testimone della libertà e dell’amore, del libero amore tra Dio e uomo. La legge della libertà sarà anche la misura del nostro giudizio finale, che si esprimerà tramite la legge dell’amore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con questi presupposti di reale libertà non sussistono motivi religiosi per un violento scontro tra le culture e i principi di Cristianesimo e Islamismo. La recente e nota teoria dell’inevitabile scontro violento tra queste civiltà non trova fondamento su veri motivi religiosi. Se le aspirazioni delle nazioni o fattori geopolitici conducono a conflitti tra popoli musulmani e cristiani, se le religioni si mettono al servizio dei politici per rafforzare l’idea della diversità, dell’ostilità di un popolo verso un altro, ciò non ha alcuna relazione con la vera natura della libertà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il modo fondamentale per appianare ogni differenza etnica, economica, ideologica e di altra natura è lo sviluppo di dialoghi seri e in buona fede tra le parti, vivendo il dono divino della libertà quotidianamente e con coerenza in ogni ambito. Di particolare attenzione necessita lo sviluppo dei temi che si riferiscono alla situazione dei cristiani nei Paesi musulmani e dei musulmani in quelli cristiani. C’è bisogno di procedere verso questa direzione abbandonando le angosciose ferite del passato. La storia ha registrato comportamenti di popoli e governi cristiani non compatibili con il Vangelo, come anche di comportamenti di popoli e governi islamici non in accordo con il Corano. Chi ha grazia nel cuore sperimenta che Dio misericordioso e pietoso non si compiace delle stragi, ma della pace, altissimo bene e dono divino. Cristiani e musulmani gioiscono reciprocamente della parola di pace che si identifica con la libertà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certamente tutto quanto detto fin qui non sottovaluta le conquiste e i progressi delle società umane riguardo alle libertà e ai diritti dell’uomo. Ma tutti i movimenti umani, che hanno tentato di raggiungere la libertà fuori da Dio, senza Cristo, alla fine non solo sono falliti, ma hanno avuto anche conseguenze catastrofiche per l’umanità. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non si deve dimenticare che alla Rivoluzione Francese del 1.789 con le sue dichiarazioni progressiste, hanno fatto seguito le strage degli anni 1.792-94 e i milioni di morti delle guerre napoleoniche. Non si deve dimenticare che alla Rivoluzione d’Ottobre in Russia sono seguiti milioni di vittime delle persecuzioni staliniste e dei terribili campi di concentramento in Siberia. Quando i popoli dell’Occidente cercano fondamento alla morale e al diritto solo nell’uomo e nella nazione dimenticando Dio, allora anche i diritti dell’uomo rimarranno semplici dichiarazioni sulla carta. La stessa cosa succede anche oggi in Medio Oriente. Rivoluzioni, rovesciamento di regimi, guerre per richiedere più libertà e l’instaurazione della democrazia. Malgrado ciò i risultati non sono positivi e alcune volte molto scoraggianti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La violenza religiosa, l’odio, la mancanza di tolleranza di fronte ai cristiani, continuano a dominare in Paesi teatro di rivoluzioni. Gli eventi politici che accadono nel Medio Oriente, le catastrofi naturali, l’insicurezza verso il futuro minacciano i cristiani. In Siria i cristiani di ogni confessione, malgrado i grandi sforzi che compiono per rimanere neutrali nel conflitto, malgrado la loro vita tranquilla, vengono provati quotidianamente con sequestri e omicidi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Patriarcato Ecumenico condanna senza dubbi queste situazioni. Lontano da ogni posizione politica riproviamo - come capo spirituale e Patriarca Ecumenico - l’uso della violenza e le persecuzioni dei cristiani soltanto e solamente in quanto cristiani. Non abbiamo timore di quelli che usano la violenza contro i cristiani, perché la Resurrezione del Signore ha vinto anche la morte. Come cristiani non abbiamo paura delle persecuzioni, perché le persecuzioni sono la pagina d’oro della storia della nostra Chiesa, durante la quale sono esaltati santi, martiri ed eroi della fede. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma anche non cessiamo di esprimere verso la Comunità Internazionale la nostra protesta, perché 1.700 anni dopo la concessione della libertà religiosa con l’Editto di Milano continuano in tutto il mondo sotto molteplici forme le persecuzioni. Facciamo quindi appello a tutti affinché prevalga la pace e la sicurezza tanto nel Medio Oriente – dove il Cristianesimo tiene i suoi più venerabili e più antichi santuari e dove la tradizione cristiana è tanto profonda e collegata con la vita del popolo – quanto in tutto il mondo, dove viene calpestata la libertà della fede in Cristo con il pretesto del terrorismo, delle guerre, delle oppressioni economiche e in molti altri modi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’Editto di Milano costituisce un momento culminante nella vita della umanità e per il nostro travagliato mondo è speranza per un domani migliore. Ed è al tempo stesso un suggerimento affinché il mondo comprenda che può raggiungere la sua reale libertà soltanto in Cristo.</description><pubDate>Wed, 15 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/napolitano-al-salone-del-libro-di-torino-educare-alla-lettura-e-rinnovare-istituzioni.aspx</guid><category>Cultura</category><title>«Educare alla lettura per rinnovare le Istituzioni»</title><subtitle>«Educare alla lettura per rinnovare le Istituzioni»</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/napolitano-al-salone-del-libro-di-torino-educare-alla-lettura-e-rinnovare-istituzioni.aspx</link><description>&amp;quot;Pensando all'Italia di oggi il libro, la lettura e la cultura costituiscono pilastri insostituibili per il rafforzamento della democrazia, per lo sviluppo di una partecipazione consapevole e costruttiva alla vita politica e sociale, per il rinnovamento delle istituzioni e delle rappresentanze istituzionali, quello cioè di cui abbiamo acuto bisogno nel nostro Paese&amp;quot;. Così il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel videomessaggio inviato in occasione dell'inaugurazione della 26esima edizione del Salone del Libro di Torino che si è aperto oggi.&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&amp;quot;Se possiamo compiacerci del fatto che in 25 anni di vita si sono triplicati i visitatori del Salone, e più che raddoppiati gli espositori, non possiamo non tornare a riflettere su una debolezza di fondo della nostra realtà culturale: in Italia si legge troppo poco&amp;quot;. Lo ha sottolineato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano nel video messaggio inviato in occasione della 26esima edizione del Salone del libro di Torino che si è aperto oggi. &amp;quot;Sono meno della metà gli italiani che leggono almeno un libro l'anno al di fuori dei loro doveri di studio o di lavoro - ha rilevato il capo dello Stato - e questa, come sappiamo, è una media nazionale, la quota dei lettori scende ancora di più nelle regioni meridionali. Voglio sperare che la dovuta attenzione mediatica sul Salone costituisca uno stimolo per applicarci a contrastare un fenomeno tanto negativo&amp;quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;quot;Lo è di per sè, perchè non leggere significa privarsi di una delle principale fonti di piacere e di sviluppo personale - ha detto ancora Napolitano - e lo è pure perchè costituisce uno svantaggio oggettivo nella vita individuale e collettiva, anche sotto il profilo economico. Apprezzo perciò tutte le iniziative che negli ultimi anni sono venute crescendo per la promozione della lettura e la diffusione del libro&amp;quot;, ha concluso.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&amp;quot;Proprio il tema della creatività al quale è dedicato quest'anno il Salone aiuta a comprendere i rischi che derivano dal non leggere o dal leggere troppo poco - ha aggiuntoNapolitano - la creatività, se vuole generare  qualcosa di valido in qualunque campo possa esprimersi, deve poter contare su una base adeguata di conoscenza, altrimenti si risolve in un'approssimativa infeconda improvvisazione. La creatività è innovazione stimolata da curiosità e varietà di interessi, non confinata in micro-specializzazioni. E conoscenza, competenza, curiosità si nutrono anche e molto di lettura&amp;quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Salone del Libro costituisce oggi anche una risposta alle sfide di una crisi economica all'interno della quale anche l'editoria sta soffrendo della generale riduzione dei consumi&amp;quot;. Lo ha sottolineato il capo dello Stato, Giorgio Napolitano che nel videomessaggio richiamando, in particolare, &amp;quot;la specifica difficoltà che colpisce la carta stampata&amp;quot;, ha osservato che &amp;quot; quest'ultima difficoltà può rappresentare anche uno stimolo professionale positivo: in quanto obbliga a rafforzare il ruolo dell'editore, che opera attraverso strumenti scientifici e culturali senza limitarsi alla semplice funzione di stampatore, e così può competere efficacemente con la nuda e cruda immissione in rete di qualunque testo da parte di qualunque soggetto&amp;quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;quot;La qualità - e perchè no?- la godibilità dei contenuti dei libri - ha proseguito - sarà sempre più decisiva nel determinare il successo di una casa editrice sia sotto il profilo economico sia per la sua capacità di incidere culturalmente. Sappiamo bene che la centralità del lavoro editoriale è sempre stata determinante, lo sarà credo ancora di più in futuro&amp;quot;, ha concluso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel videomessaggio Napolitano ha rivolto &amp;quot;un saluto speciale&amp;quot; al Cile, paese ospite della kermesse. &amp;quot;Casualmente il 1988, anno di inizio del Salone - ha sottolineato il capo dello Stato - è un anno speciale per il Cile, perchè segnò quella vittoria del 'Nò contro la dittatura di Pinochet che aprì alla rinascita della democrazia. E con la rinascita della democrazia, a conclusione di dure prove di martirio e di lotta, di lotta anche con le armi della cultura, è rifiorito il Cile, economicamente, socialmente e civilmente&amp;quot;, ha chiosato il capo dello Stato.&lt;/div&gt;</description><enclosure url="http://www.avvenire.it/Cultura/PublishingImages/ImmaginiArticolo/Foto_37726341.jpg" length="" type="image/jpeg" /><pubDate>Wed, 15 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author /></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/dalla-genesi-armonia-con-arte.aspx</guid><category>Cultura</category><title>Dalla Genesi l’armonia con l’arte</title><subtitle>Dalla Genesi l’armonia con l’arte</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/dalla-genesi-armonia-con-arte.aspx</link><description>« I n principio Dio creò il cielo e la terra...». Comincia così il Libro dei libri. La fonte di ispirazione più straordinaria dell’arte di tutti i tempi. Poi è arrivato il ’900 e il dialogo fra arte e fede si è interrotto. «C’è stata una frattura. L’arte è anda­ta per altre strade, a volte anche bla­sfeme. E la Chiesa si è ritirata in mo­delli legati al passato. Ora, anche at­traverso questa prima partecipazione alla Biennale di Venezia, vogliamo ria­prire la strada, aprirci a nuovi codici linguistici, a nuove forme espressive, per tornare all’antico binomio di ar­te e fede sorelle fra di loro», passando anche attraverso la «qua­si certa» presenza all’E­sposizione universale di Milano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono le parole con le qua­li il cardinale Gianfranco Ravasi ha presentato ieri il Padiglione della Santa Se­de all’Esposizione Inter­nazionale d’Arte della Biennale di Venezia 2013. Padiglione che si ispira al citato testo biblico col ti­tolo Genesi. In Principio, scelto proprio dal presi­dente del Pontificio Con­siglio della Cultura. E non a caso l’esposizione vaticana si apre con un trittico di Tano Festa (pittore della scuola romana, morto nel 1988) realizzato nel 1964 (quarto centena­rio della morte di Michelangelo) per la XXXII Biennale di Venezia e dedi­cato al tema della Creazione così co­me interpretato da Buonarroti nella Cappella Sistina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I primi 11 capitoli della Genesi sono stati la fonte di ispirazione affidata ai tre artisti (scelti da una prima rosa di dodici) chiamati a realizzare le opere per il Padiglione. «La Genesi come e­lemento germinale della nostra sto­ria », ha spiegato il cardinale Ravasi, e capace di illustrarla nelle sue caratte­ristiche essenziali, con l’ingresso del male e del peccato, oltre che con la ca­pacità creativa e generativa dell’uomo, in prosecuzione del gesto creazionale di Dio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così, ha aggiunto il cardinale, sono sta­te individuate tre tematiche affidate a ognuno dei tre artisti, al di fuori di o­gni logica liturgica: la Creazione è sta­ta affidata a Studio Azzurro, storico gruppo artistico milanese; la De-crea­zione, intesa come peccato, diluvio, guerra, dissacrazione, al fotografo di nazionalità ceca Josef Koudelka; la Ri-Creazione e la speranza insita in essa, all’artista australiano, naturalizzato negli Usa, Lawrence Carroll.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’impegno e l’opera degli artisti coin­volti sono stati presentati dal curato­re del Padiglione, il direttore dei Mu­sei Vaticani Antonio Paolucci e dalla responsabile della direzione esecutiva Micol Forti, curatrice della Collezione d’Arte Contemporanea dei Musei va­ticani. Proprio Forti ha sottolineato il particolare coinvolgimento degli au­tori nel realizzare opere apposita­mente progettate per il Padiglione e per i suoi spazi. Studio Azzurro ha pen­sato a un’installazione interattiva. Il ti­tolo è In Principio (e poi) . Si estende su 120 metri quadrati ed e­voca un grande solido di pietra, che si dischiude e al cui interno immagini im­materiali si animano al contatto delle mani dei vi­sitatori evocando gli atti della Creazione. In questo contesto l’uomo si pone come 'portatore di sto­rie', di narrazioni perso­nali, che attraverso la tec­nica multimediale concor­rono al grande racconto delle origini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;'De-Creazione' è una se­quenza di 18 fotografie di cui 9 gigantografie di oltre due metri e mezzo di base, attraverso la quale Koudelka (noto per le immagini scat­tate a Praga durante l’occupazione del 1968) mostra l’intervento distruttivo e deformante dell’uomo sull’ambien­te col silenzio desolante che resta dopo il passaggio di guerre e la dismissione di impianti industriali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La speranza della Ri-Creazione è affi­data alla capacità di Lawrence Carroll di ridare vita ai materiali di recupero, con processi artistici di rigenerazione o, meglio, di trasfigurazione. Posta al­la fine del percorso di visita, l’installa­zione di Carroll si chiama Another Li­fe ed è stata realizzata, ha detto Micol Forti, «con oggetti che hanno già avu­to una loro vita e che stanno aspet­tando la possibilità di una vita nuova». I l Padiglione, ha spiegato Paolucci, è realizzato negli spazi, realizzati dal Sansovini, dell’Arsenale mili­tare che custodiva le artiglierie della flotta della Serenissima. Il costi dell’o­perazione sono stati illustrati da mon­signor Pasquale Jacobone del Pontifi­cio Consiglio della Cultura: si tratta di 750 mila euro complessivi (300 mila per affitti e utenze; 300 mila per gli ar­tisti; 150 mila per strutture espositive, allestimenti e servizi) tutti coperti da sponsorizzazioni. Insomma, «molto meno di quanto vociferato da alcuni media nelle settimane scorse».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il cardinale Ravasi ha poi tenuto a ri­cordare che se si tratta della prima vol­ta alla Biennale, la Santa Sede ha par­tecipato a quasi tutte le edizioni del­l’Esposizione Universale, comin­ciando dalla prima nel 1851 a Londra per volere di Pio IX. Già nel 1958 si pensò di partecipare alla Biennale, ma l’idea virò nella presenza di arte sacra in vari Padiglioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per l’Esposizione di Milano «ho già chiesto alla Diocesi di dar vita a una Commissione apposita e... faremo u­na conferenza stampa». Con questo Padiglione «abbiamo iniziato un per­corso. Un germoglio che speriamo sbocci in una nuova arte liturgica». E per la prossima Biennale? «Devo ve­dere cosa ne pensa Papa Francesco». Intanto la Biennale 2013 si apre il 1° giugno (fino al 24 novembre) e per singolare evenienza il padiglione ac­canto a quello della Santa Sede è dell’Argentina. </description><pubDate>Tue, 14 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Roberto I. Zanini</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/il-fratello-centenario-di-Andreotti.aspx</guid><category>Cultura</category><title>«La mia vita con Giulio senza politica»</title><subtitle>«La mia vita con Giulio senza politica»</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/il-fratello-centenario-di-Andreotti.aspx</link><description>«Mi mancheranno gli in­contri della domeni­ca. Quando Giulio ve­niva qui, e non perdeva una domeni­ca, parlavamo di calcio, della Roma, tutti e due tifosissimi. Non so come fa­cesse, ma sapeva tutto. Soprattutto di Totti. No, non parlavamo di politica. Parlavamo della Roma, ci racconta­vamo qualche barzelletta. Oppure io gli raccontavo di papà, morto quan­do aveva solo 3 anni. Giulio non si ri­corda niente, non si può ricordare perché era troppo piccolo». Ne parla al presente, sorride, ma si vede che è commosso, Francesco Andreotti, Franco per parenti e amici, fratello maggiore dello statista dc. Cento an­ni a luglio, lucido e ironico, storico co­mandante negli anni ’70 dei 'pizzar­doni' (i vigili urbani di Roma), ci o­spita nella sua casa vicino a Campo de’ Fiori e ci regala, con spiccata ca­denza romana, ricordi e aneddoti del suo rapporto con Giulio (lo chiama sempre così), dai giochi sul terrazzo agli incontri coi professori del fratel­lo, dal consiglio di accettare la pro­posta lavorativa di Moro all’abbrac­cio dopo l’assoluzione definitiva per mafia.&lt;br /&gt;Fino all’ultimo incontro a ottobre, ma a casa di Giulio (poi l’aggravarsi del­la malattia del fratello bloccò la tra­dizione). «Sono venuti il maresciallo della scorta di Giulio e l’autista. Mi hanno preso di peso e portato a casa sua a Corso Vittorio. Abbiamo parla­to di quando eravamo giovani e an­davamo in villeggiatura a Segni. Ci hanno portato un caffè e allora ho chiesto qualche biscotto. Li hanno portati ma Giulio se li è mangiati tut­ti lui e a me non ha lasciato niente. Ci sono rimasto male...». Ridacchia, proprio come il fratello.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Chi era per lei Giulio Andreotti?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Mio fratello minore, ma anche fra­tello 'superiore'. Sa io sono sempre stato rispettoso della gerarchia... Quando ci siamo fatti questa foto (è quella che tiene sul letto assieme a quella della moglie), Giulio si era mes­so alla mia sinistra ma io l’ho sposta­to a destra. Lui era ministro...»&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Che rapporto c’era da ragazzi?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Siccome papà non aveva raggiunto l’anzianità per la pensione da inse­gnante, mamma rimase con noi tre fratelli a carico. Io fui messo in colle­gio e quindi non stavamo insieme. Appena sono uscito dal collegio mi sono subito impiegato per aiutare ca­sa e anche Giulio che ancora studia­va. Anzi andavo io qualche volta a parlare coi suoi professori. Era stu­diosissimo ma non gli piaceva la ma­tematica, al punto che mamma era preoccupata perché il professore le aveva detto: 'Suo figlio è un disa­stro'. Poi però ha fatto il ministro delle Finanze...»&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Com’era da bambino?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Era molto religioso. Abita­vamo con una vecchia zia, zia Mariannina che era molto devota, e tutti i dopo pranzo andava con lei in chiesa. E co­sì è stato sempre. Una volta trovai mamma molto addo­lorata e mi disse nientemeno che Giulio le aveva detto di volersi fare prete. Aveva 20 anni. Allora gli dissi '&lt;em&gt; senti Giu’, se po’ esse bravissimi e bo­nissimi cattolici senza esse’ preti. Lo sai che mamma c’ha solo noi due..&lt;/em&gt;.'. E difatti non si è fatto prete. Ma non so se ho fatto bene o male...» (ride di nuovo).&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Tra di voi c’era complicità?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«C’era un grande affetto fraterno. Al­l’inizio io ho fatto un po’ da padre a Giulio. Ma quando sono stato in guer­ra in Africa è stato lui che ha fatto da padre a mio figlio. Ma, forse perché per un certo tempo avevo provvedu­to a lui, aveva come una soggezione nei miei confronti. Tanto è vero che mamma mi domandava spesso: &lt;em&gt;'Giulio ha detto che, se te serve quar­che cosa, de dijelo' &lt;/em&gt;. Pensi che per aiu­tarmi anche economicamente alle volte, quando veniva la domenica, al­zavamo il cuscino del sofà e trovava­mo una busta... &lt;em&gt;senza dimme gnente&lt;/em&gt;».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Che ricordo ha dei primi anni di im­pegno politico di suo fratello?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Nel 1937 Giulio era stato assunto dal­le Imposte dirette come avventizio. Moro che era presidente della Fuci gli propose di fare il direttore del gior­nale &lt;em&gt;Azione fucina &lt;/em&gt;. Allora io gli dissi: 'Senti, io accetterei la proposta di Mo­ro, perché alle imposte che fai...'. E infatti fece il direttore, poi il presi­dente della Fuci, conobbe De Gaspe­ri, diventò suo amico e da lì... Ricor­do che quando De Gasperi telefona­va e rispondeva mamma, lui attacca­va il telefono, perché mamma co­minciava a dirgli 'gli fa fare tardi la sera, lavora troppo...'. Mamma era dolce ma nello stesso tempo forte. Ci ha tirati su da sola, con la sola pen­sione di guerra di 142 lire al mese».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ma i vostri impegni professionali si sono mai incrociati?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Una rivista una volta pubblicò la fo­to del presidente Usa Carter col fra­tello e di Giulio con me. C’era scritto: 'Questi sono i fratelli Andreotti di cui non si sente mai parlare'. Era così. Non mi sono mai intromesso nel la­voro di Giulio, anche perché quello che facevo mi piaceva molto. Affetto e rispetto. Pensi che quando abitava a via San Valentino e andava dal bar­biere a piazza San Bernardo, doveva scendere per via Veneto e fare la ro­tatoria di piazza Barberini. Avrebbe potuto tagliare ma diceva all’autista 'per carità, se no mio fratello mi fa la contravvenzione'».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ma anche lei era una personalità.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«C’è stato un periodo in cui ero co­nosciuto in tutto il mondo, soprat­tutto negli Usa dove mi invitavano molto spesso. Conoscevo molto be­ne il sindaco Lindasy e una volta mi chiese come mai non riuscivamo a fi­nire la metropolitana. Io gli risposi: 'Roma è la città eterna. Se si fa pre­sto...'. A una cena offerta a Giulio, che era presidente del consiglio, Lindsay disse: 'Io sono amico di suo fratello che è capo della polizia di Roma, lei è il capo del governo. Voi siete i pa­droni d’Italia'. E Giulio quando tornò a Roma mi chiese: 'Ma senti un po’, come mai sei amico del sindaco di New York?'. Gli ho riposto che lo ero diventato andando a trovarlo. Di lui sono amico, di quello di Roma non lo so...».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ha mai avuto paura per suo fratello durante gli anni di piombo?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«E diamine se ho avuto paura! Le Bri­gate rosse avevano indagato su tre po­­litici: Moro, Fanfani o Giulio. Scelse­ro Moro perché era il più facile. Per Giulio il questore chiamò anche me. E prendemmo delle misure, così nel­la strada davanti a casa sua facemmo una buca transennata per non far passare le auto. Ricordo che a Torre Argentina una volta lessi su un muro 'A morte Andreotti'».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Le fece male?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Embé... (si commuove). Le Brigate rosse avevano fatto dei dossier anche su me e mio figlio, sapevano tutto: quando uscivo, dove andavo. Ma han­no lasciato perdere, forse perché non mi interessavo di politica. E non mi è mai successo niente».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Giulio Andreotti è stato definito l’uo­mo dei misteri...&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Come fratello con me non ha mai a­vuto misteri. Indubbiamente come uomo di governo avrà avuto la ne­cessità di avere qualche notizia riser­vata ma chiamarla mistero...»&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Come ha vissuto il periodo dei pro­cessi per mafia?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Ero molto addolorato. Però ho avu­to la grande soddisfazione che nes­suno mi ha parlato male. Tutti, in tut­to il mondo, mi dicevano, 'sta tran­quillo, che tanto tuo fratello non è ti­po da aver fatto quelle cose...'».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;E suo fratello?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Indubbiamente era preoccupato, però esteriormente quasi non si no­tava. Si è sempre fidato della giustizia anche se un po’ gliela tiravano...».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;In che senso?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Tra le tante cose fu accusato di es­sersi baciato con Riina. Ma mio fra­tello e anche io non siamo mai stati per i baci. Una stretta di mano, un ab­braccio, ma mai baci, neanche tra noi due. E dubito con la moglie... Quan­do c’è stata l’assoluzione definitiva, mi ha telefonato e poi è corso qui. Ci siamo abbracciati (si asciuga una la­crima...). C’era commozione, quella sì, ma baci, neanche quella volta».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Cosa vorrebbe che fosse ricordato di suo fratello?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Una vicenda che non ricorda nessu­no o quasi. Mio fratello era amico di Gorbaciov, era stato in Russia a par­largli, poi era subito passato in Usa per parlare col presidente Reagan. E quello è stato il primo contatto tra i due. Ma non se ne parla».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Segue la politica di oggi?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«No, &lt;em&gt;nun ce voglio proprio capi’ &lt;/em&gt;, non mi interessa. È troppo differente dal­la mia mentalità. Sarà che so’ nato e cresciuto in un’altra epoca...».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Torniamo all’ultimo incontro. Per­ché parlaste di Segni?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Era il paese di papà. Giulio vi era molto attaccato ed era anche il suo collegio elettorale. Mi ricordo che nel paese tutti dicevano che lui c’era na­to. Una volta gli dissi 'a Giu’ ma tutti dicono che sei nato a Segni...'. Mi ri­spose 'lassa sta’, lassali parla’, è me­glio così che ci sono le elezioni'». </description><pubDate>Tue, 14 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Antonio Maria Mira</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/dan-brown-nuovo-romanzo-inferno-zaccuri.aspx</guid><category>Cultura</category><title>Per Dan Brown la colpa è sempre della Chiesa</title><subtitle>Per Dan Brown la colpa è sempre della Chiesa</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/dan-brown-nuovo-romanzo-inferno-zaccuri.aspx</link><description>&lt;div&gt;Lasciate perdere la filologia. Sì, certo: Dan Brown pasticcia come al solito. Nel «Codice Da Vinci» confondeva dipinti su tela con dipinti su tavola, tanto per dire; nel nuovissimo «Inferno» (che Mondadori ha mandato ieri in libreria) aggredisce l’opera di Dante con una disinvoltura che rasenta l’incoscienza. Fossero tutti qui, i difetti dello scrittore più venduto del mondo sarebbero abbastanza perdonabili. Il problema che Dan Brown pone è un altro, ed è decisamente più serio di qualsiasi tentazione snob.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;Il che non impedisce di provare un brivido di raccapriccio quando, in un passaggio di «Inferno», si presenta come nozione poco diffusa il fatto che a un certo punto Dante sia riuscito a «scappare» dalla regione dei dannati, riuscendo così a visitare anche Purgatorio e Paradiso, evidentemente considerate alla stregua di tappe collaterali del tour ultramondano. Abbandonate le ambientazioni statunitensi del «Simbolo perduto», che nel 2009 non era riuscito a eguagliare il successo del romanzo precedente, Dan Brown torna a offrire ai suoi lettori gli scenari che più gli hanno portato fortuna, tratteggiando un’Europa sfacciatamente turistica e storicamente improbabile. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Molta Italia, perché buona parte degli indovinelli che l’impavido iconografo Robert Langdon è chiamato a decifrare hanno a che vedere con Dante e con Firenze, dove il racconto inizia per poi spostarsi a Venezia e da qui a Costantinopoli. Tutte location già sfruttate dalla narrativa popolare dell’ultimo decennio, a volte con risultati molto più interessanti di quelli conseguiti qui da Dan Brown (le cisterne sotterranee di Santa Sofia, per esempio, si trovano già in un thriller cinematografico non privo di un certo décor: «The International» del 2009). Ma la ripetizione, in questo contesto, non è un limite. Al contrario, Dan Brown è perfettamente consapevole del bisogno di rassicurazione che contraddistingue i suoi lettori.&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Ecco perché in «Inferno» torna, di prepotenza, il pregiudizio anti­cattolico che, già presente in «Angeli e demoni» (2000), deflagrò in tutta la sua evidenza con «Il Codice Da Vinci», un libro apparso nel 2003, mentre la Chiesa americana stava fronteggiando le conseguenze del gravissimo scandalo della pedofilia. Al centro del nuovo romanzo sta la minaccia di una pandemia scatenata da uno scienziato che forse – lascia intendere l’autore – pazzo non è e neppure malvagio. Il virus è concepito per rendere sterile un terzo dell’umanità, arrestando così la crescita incontrollata della popolazione mondiale: un dramma la cui soluzione è rallentata, una volta di più, dalla solita Chiesa cattolica, ostinatamente contraria a qualsiasi forma di contraccezione... &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’«inferno» da scongiurare è dunque quello di un pianeta affollato di corpi come in un’incisione dantesca di Doré e su questo obiettivo, alla fine, tutti nel libro concordano, Langdon compreso. Qualche dubbio morale rimane, ma alla resa dei conti lo scienziato di cui sopra, inizialmente raffigurato come un fosco satanasso, assume le caratteristiche di un mistico capace di immolarsi (tramite suicidio, si capisce) per la causa del «transumanesimo». L’uomo che porta a perfezione se stesso, ovverosia il barone di Munchhausen che si salva dal precipizio afferrandosi per la parrucca. Una trovata talmente inverosimile che prima o poi Dan Brown la riciclerà in un suo best seller globali. Meglio: pandemici. &lt;/div&gt;
</description><pubDate>Tue, 14 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Alessandro Zaccuri</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/scola-liberta-religiosa.aspx</guid><category>Cultura</category><title>Libertà religiosa, questione aperta</title><subtitle>Libertà religiosa, questione aperta</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/scola-liberta-religiosa.aspx</link><description>&lt;div&gt;«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Non sembra esagerato affermare che queste parole del Signore Gesù intercettano, in modo immediato e sorprendente, l’anelito più profondo che qualifica da sempre il cuore dell’uomo. Se si tiene conto del contesto in cui il celebre versetto si colloca non sfugge però la sua componente altamente drammatica. Nella storia, tra verità e libertà si da inevitabilmente una tensione. La Verità in senso pieno, si offre e non può non farlo, come assoluta, totalizzante; la libertà, sua interlocutrice propria, d’altra parte, non accetta coercizioni. L’anelito di libertà proprio dell’uomo, costitutivamente orientato alla ricerca della verità, esprime il carattere inviolabile della sua coscienza: «La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» (GS 16). La coscienza è il luogo dell’incontro tra la verità e la libertà, la dimora del loro connubio. Essa è un cardine di ogni forma di ordine sociale a misura d’uomo.&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;Il versetto biblico propone un rapporto dinamico con la persona di Gesù che rende pienamente liberi. Esso 'merita' paradossalmente la celebre accusa che il Grande inquisitore, nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, rivolge a Cristo: «Invece di impadronirti della libertà degli uomini, Tu l’hai ancora accresciuta!».&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;L’evangelista ci mette di fronte alla 'pretesa' di Gesù di farci conoscere la verità. Afferma, in altri termini, che la verità ci viene incontro per offrirsi a noi in dono. È vero che l’uomo postmoderno spesso mette in questione la possibilità stessa di accedere alla verità. Eppure le parole di Gesù, «conoscerete la verità e la verità vi farà liberi», continuano indomite a risuonare e sfidano, dopo 2000 anni, ogni preclusione e pregiudizio.&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;La capacità di Gesù di interloquire con ogni uomo, in ogni tempo storico, scaturisce dal fatto che Egli sa parlare 'al cuore' della persona. Infatti porre la domanda circa la verità e circa la libertà e stabilire quale nesso debba sussistere tra loro, significa andare al centro dell’io, da cui ogni uomo parte per il percorso che lo porti al compimento di sé, cioè alla felicità, in termini cristiani alla santità.&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;La celebrazione dei 1700 anni dal cosiddetto Editto di Milano costituisce un’occasione privilegiata per rimettere a fuoco tali questioni in se stesse irrinunciabili ultimamente legate alla natura ineliminabile della dimensione religiosa dell’uomo. La riconosce acutamente l’eccentrico pensatore George Steiner: «Potessi soltanto buttare via la zavorra di una visione religiosa del mondo.&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Potessi soltanto lasciarmi alle spalle quella 'malattia infantile'… L’ordinanza positivista che impone alla mente adulta di chiedere al mondo e all’esistenza soltanto 'Come?' e non 'Perché?' è una censura fra le più oscurantiste. Vorrebbe imbavagliare la voce sotto le altri voci dentro di noi.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;Persino al livello del 'Come?' non è affatto certo che le scienze maestose troveranno risposte dimostrabili… Per me esiste la pressione assolutamente innegabile di una Presenza aliena alla spiegazione» (cfr &lt;/div&gt;
&lt;div&gt;Errata ). Come non cogliere, in ultima analisi, in questa Presenza la forza stessa della verità che interpella l’umana libertà?&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;In questo contesto possiamo svolgere qualche considerazione sul tema della libertà religiosa in quanto tale. Essa non comporta l’imposizione della verità, ma piuttosto l’accettare che sia la verità stessa, per essere riconosciuta in quanto tale, a chiamare in causa la libertà. In quest’ottica il Concilio Vaticano II, nella Dichiarazione Dignitatis humanae, si è occupato della libertà religiosa non in termini generali come libertà morale nei confronti della verità o di un valore - tesi essenziale, esplicitamente richiamata dalla celebre Dichiarazione - ma si è volutamente limitato a considerare la libertà giuridica nell’ambito dei rapporti tra le persone e nella vita sociale. Tale libertà implica che nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità alla sua coscienza. Così concepito, il diritto alla libertà religiosa è un diritto negativo che stabilisce i limiti dello Stato e dei poteri civili, escludendo una loro competenza diretta sulla scelta in materia religiosa.&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;La strenua affermazione e difesa della libertà religiosa dice la centralità e l’inviolabilità della persona umana, la sua dignità, fondamento dell’organizzazione sociale. Secondo alcuni le parole della &lt;em&gt;Dignitatis humanae &lt;/em&gt;potrebbero ultimamente essere lette come una resa da parte della Chiesa cattolica, non più in grado di mantenere i propri privilegi, alle pretese della secolarizzazione, siano esse ritenute benefiche o meno.&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;Interpretare in questo modo l’insegnamento conciliare significa subire un clima culturale che non riesce più a pensare la realtà nella sua origine, cioè nell’orizzonte della creazione opera della Santa Trinità. Così facendo si ignora la presenza benefica del Dio Uno e Trino, sorgente della vita della persona, della comunità e del cosmo. A differenza dei nostri fratelli d’Oriente, noi cristiani di Occidente ci siamo spesso rassegnati a non fare più della confessione della nostra fede ­basata sul credo che ogni domenica professiamo comunitariamente nella celebrazione eucaristica - il cardine del nostro pensiero. Veniamo colti da uno strano pudore a comunicare l’esperienza che scaturisce dalla nostra fede, nel timore che questo possa minare l’universale solidarietà con tutta la famiglia umana, i cui componenti si riferiscono a visioni diverse della realtà. Eppure è vero il contrario.&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;L’autentica tradizione ha sempre riconosciuto e affermato «quanto viva sia la relazione tra il più inavvicinabile di tutti i misteri [la Santa Trinità appunto] e la nostra vita quotidiana» (Romano Guardini). Il perfetto ed eterno scambio di amore, nello Spirito Santo, tra il Padre e il Figlio da Lui generato apre lo spazio, nel mondo creato - cioè nell’umana esperienza - ad una comunicazione della verità che chiede di essere accolta dalla libertà. Una libertà che non percepisce il legame di dipendenza da Dio in termini di sudditanza, ma in termini di filiazione. L’uomo creato ad immagine della Trinità come maschio e come femmina - differenza questa interna ad ogni persona - si compie accogliendo la verità che sempre chiede il dono della libertà. Non a caso la costituzione pastorale &lt;em&gt;Gaudium et spes &lt;/em&gt;al n. 24 insegna che «l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé».&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;I l nesso Trinità, verità e libertà, lungi dal restare relegato nell’ambito cristiano, illumina anche la comune vita sociale. E rappresenta un decisivo contributo che i cristiani debbono offrire, in quanto cittadini, a tutti i soggetti che abitano la società plurale. Dalla contemplazione della Trinità emerge una visione dell’uomo e L’ della società praticabile da tutti, che supera in radice qualunque pensiero incapace di riconoscere la differenza come un bene e nello stesso tempo non rinuncia a quell’unità che è il marchio inconfondibile del vero.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;Dal punto di vista dell’organizzazione sociale ne derivano conseguenze decisamente notevoli. Infatti, il riconoscimento del bene della differenza permette di combattere l’utopia del collettivismo in cui l’uomo è dissolto nello Stato. D’altra parte, non rinunciare mai all’unità come orizzonte necessario di ogni realizzazione sociale mette al riparo dall’utopia dell’individualismo, incapace di concepire la logica del dono necessaria, invece, al bene personale e sociale. Afferma il nostro padre Ambrogio: «Nulla si accorda tanto con l’equità quanto la giustizia, la quale [è] inseparabile compagna della benevolenza». E così scrive l’enciclica Deus caritas est al n. 28: «L’amore -caritas- sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo». Il servizio della carità fa emergere ciò che è specificamente umano ed esalta il necessario ordine di giustizia.&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;L'annuncio della Trinità Santa e della salvezza compiuta nel Crocifisso Risorto trova la Chiesa ortodossa e la Chiesa cattolica unite nel cammino comune dell’evangelizzazione e del contributo all’edificazione di una civiltà dal volto umano. Sua Santità Bartolomeo ebbe a dire l’11 ottobre 2012 in Piazza San Pietro: «La nostra presenza qui - e quindi anche quella di oggi a Milano - significa e segna il nostro impegno a testimoniare insieme il messaggio di salvezza e guarigione per i nostri fratelli più piccoli: i poveri, gli oppressi, gli emarginati nel mondo creato da Dio». E il Santo Padre Francesco ha affermato nell’omelia dell’Eucaristia per l’inizio del ministero petrino: «Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!».&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;Questo slancio missionario universale del cristianesimo è stato ed è la strada più importante per perseguire l’unità dei cristiani. A questo compito appartiene intrinsecamente la promozione della libertà religiosa sia in Occidente che in Oriente.&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Sono diverse le forme in cui questa libertà viene conculcata o non pienamente attuata. Promuoverla a beneficio delle nostre società e promuoverla insieme con i fratelli d’Oriente è un dovere che la Chiesa cattolica non intende disertare.&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;I cristiani stanno progressivamente rendendosi conto della necessità di un senso di vita adeguato ai grandi cambiamenti in atto che necessitano un approfondimento della dimensione affettiva e dell’esperienza del bell’amore, l’accettazione cordiale della società plurale ed il contributo costruttivo alla vita buona e al buon governo. Fattori che implicano un pensiero positivo e deciso della 'differenza'. Esso, se rettamente perseguito, non spezza l’unità. Ne è garanzia proprio il mistero del Dio Uno e Trino.&lt;/div&gt;
</description><pubDate>Tue, 14 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Angelo Scola</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/Beatrice-Simone-Weil-Pressburger.aspx</guid><category>Cultura</category><title>«La mia Beatrice? E' Simone Weil»</title><subtitle>«La mia Beatrice? E' Simone Weil»</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/Beatrice-Simone-Weil-Pressburger.aspx</link><description>Simone Weil al posto di Beatrice. Succede anche questo nella rivisitazione della &lt;em&gt;Commedia &lt;/em&gt;dantesca che Giorgio Pressburger ha portato a termine dopo un decennio di lavoro ambizioso e caparbio. «Ho subito capito che questo sarebbe stato il mio ultimo libro», ammette lo scrittore, approdato diciannovenne in Italia dall’Ungheria nel 1956, all’indomani della fallita insurrezione anti-sovietica. Dopo l’«infernale» &lt;em&gt;Nel regno oscuro&lt;/em&gt;, pubblicato da Bompiani nel 2008, il progetto giunge a compimento presso lo stesso editore con il corposo &lt;em&gt;Storia umana e inumana &lt;/em&gt;(pagine 478, euro 19; in libreria da domani, sarà presentato al Salone del Libro di Torino sabato 18 maggio alle ore18, presso il Caffè Letterario), nel quale confluiscono le rimanenti due sezioni: &lt;em&gt;Nella regione profonda&lt;/em&gt;, che rimanda al Purgatorio, e &lt;em&gt;Nei boschi felici&lt;/em&gt;, personalissima interpretazione della condizione paradisiaca. «Ma già l’Inferno del &lt;em&gt;Regno oscuro&lt;/em&gt; – osserva l’autore – si discostava molto dalla visione tradizionale. In quella prima parte del viaggio, infatti, non incontravo i peccatori, ma le vittime di cui è disseminato il Novecento».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Misurarsi con Dante è un’impresa ambiziosa: come è nata l’idea?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Dal desiderio di scrivere un grande libro dopo il quale, lo ripeto, avrei potuto non scrivere più. L’intuizione era quella di prendere le mosse da un classico, nello stesso modo in cui James Joyce con &lt;em&gt;Ulisse&lt;/em&gt; aveva realizzato un capolavoro che, nello stesso tempo, è e non è una versione moderna dell’&lt;em&gt;Odissea&lt;/em&gt;. Ho scelto Dante per la sua universalità e complessità, ma mi sono reso presto conto che i miei modelli tendevano a sovrapporsi».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;In che senso?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Oltre a Dante c’è Virgilio, e oltre a Joyce c’è Goethe, dal quale sono tratte alcune delle citazioni decisive».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Lo stile, in effetti, è sorprendente: frammenti, dialoghi teatrali, una prosa che si confonde con la poesia...&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«È una parola scritta per essere detta. In questo è stata molto utile la mia esperienza di regista e autore teatrale. Ho lavorato molto su una sorta di versificazione interna al periodo, ottenuta introducendo spazi bianchi tra alcune parole. Una procedura per la quale mi sono rifatto a uno scrittore le cui convinzioni trovo invece detestabili: Louis-Ferdinand Céline».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Come si è regolato, invece, nella scelta delle guide ultraterrene?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«&lt;em&gt;Nel regno oscuro &lt;/em&gt;era dominato dalla presenza di Sigmund Freud. Per motivi facilmente comprensibili: la scoperta dell’inconscio, l’attraversamento della zona d’ombra che ciascuno di noi porta dentro di sé. Insomma, Freud è stato il mio Virgilio. Anche per il corrispettivo di Beatrice non ho avuto esitazioni. Simone Weil è una figura femminile straordinaria, relativamente ancora poco conosciuta, almeno in Italia. Dal suo pensiero passa la via che porta il Novecento fuori da se stesso, salvandolo dagli orrori del cosiddetto “secolo breve”».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Per il Paradiso, però, ha voluto un’altra guida.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Forse perché per me il Paradiso è il luogo in cui realtà diverse convivono senza più differenze. Quando mi sono imbarcato in questa specie di riscrittura della &lt;em&gt;Commedia&lt;/em&gt;, mi sono posto l’obiettivo di escludere la componente teologica, che in Dante svolge invece un ruolo decisivo. Nonostante tutto, la teologia continua ad affiorare: già san Tommaso d’Aquino, infatti, rifletteva sulla &lt;em&gt;coincidentia oppositorum &lt;/em&gt;di cui &lt;em&gt;Nei boschi felici &lt;/em&gt;vuole essere una rappresentazione. Ma non si tratta di una forzatura intellettuale. A praticare veramente la convivenza sono anzitutto le persone semplici. Per questo ho voluto che fosse mio padre a guidarmi in Paradiso».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Nel libro le vicende di famiglia occupano molto spazio...&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Perché hanno una dimensione universale, che è propria di ogni famiglia e, in modo specifico, della mia. Il protagonista della narrativa tra fine Ottocento e primo Novecento è il piccolo borghese mitteleuropeo, solitamente ebreo: il personaggio al quale Joyce, nell’&lt;em&gt;Ulisse&lt;/em&gt;, darà il nome di Leopold Bloom. E se perfino Joyce, irlandese e cattolico, ha sentito il bisogno di confrontarsi con qualcuno di così simile a mio padre, perché non avrei dovuto farlo io? L’ebraismo, in fondo, rappresenta la paternità dell’Occidente».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Nel suo libro la Shoah è molto presente, eppure non costituisce l’unico orizzonte del racconto.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Diffido della retorica con cui, negli ultimi tempi, si parla dello sterminio degli ebrei. Non vorrei che fosse una maniera per neutralizzare quella tragedia. Come il premio Nobel Imre Kertész, sono persuaso che la Shoah faccia parte della Storia, ma non la esaurisca».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Non teme che l’Europa di oggi possa essere di nuovo tentata dal totalitarismo?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Sono un pessimista, ma so bene che, alla prova dei fatti, noi pessimisti siamo i più ottimisti di tutti. In Europa serpeggia la paura, specie sul fronte economico, ma ho l’impressione che si tratti di un sentimento indotto dall’alto, in modo da favorire determinati comportamenti. Forse è arrivato il momento di riconoscere che questi timori, così diffusi nella società europea, fanno parte di un disegno politico, che va contrastato».&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Come si può riscrivere la «Commedia» senza credere in Dio?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;«Nel libro affermo spesso di non avere certezze. Ma proprio perché non ho certezze, non escludo nessuna possibilità. Tanto meno Dio, che è la possibilità di tutte le possibilità».</description><pubDate>Mon, 13 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Alessandro Zaccuri</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/von-balthasar-si-alla-scienza.aspx</guid><category>Cultura</category><title>Von Balthasar: sì alla scienza </title><subtitle>Von Balthasar: sì alla scienza </subtitle><link>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/von-balthasar-si-alla-scienza.aspx</link><description>&lt;strong&gt;Torna attuale «Die Gottesfrage»: un’opera del teologo svizzero Hans Urs von Balthasar (1905-1988) pubblicata nel 1956 e poi trascurata per decenni, riedita con aggiunte nel 2009 e tradotta ora per la prima volta in italiano con il titolo «La domanda di Dio dell’uomo contemporaneo» (Queriniana, pp. 210, euro 32; qui sotto riportiamo parte della postfazione di Pierangelo Sequeri). In realtà negli anni Sessanta l’autore aveva rifiutato alla stessa editrice i diritti per l’edizione italiana e il libro non è incluso neppure nell’opera omnia, edita in Italia da Jaca Book e il cui programma è stato fissato direttamente da von Balthasar. Come mai? Il teologo Rosino Gibellini, direttore per l’editrice bresciana della «Biblioteca di teologia contemporanea», avanza l’ipotesi che l’autore abbia messo da parte il suo breve libro perché era troppo «dialogico con la modernità»; infatti secondo il teologo svizzero la colpa del post-concilio era di aver troppo cercato il dialogo con il mondo contemporaneo. Nel piccolo gioiello dimenticato von Balthasar accetta tra l’altro la «teoria dei tre stadi», enunciata da Auguste Comte, liberandola dalla sua interpretazione positivistica. l’uomo culturalmente è passato dalla religione alla metafisica, per approdare poi alla scienza come interpretazione risolutiva del mondo.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Scienza e cristianesimo sono le matrici di polarizzazione del confronto culturale odierno, fra le quali la religione fornisce il terreno di confronto e di scontro: elemento mediatore ma anche terzo incomodo. La scienza della natura, in quanto fattore di socializzazione dell’unico sapere razionalmente condivisibile, ormai, non è più soltanto visione del mondo: aspira essenzialmente al ruolo di garante del senso. La mossa è sottile, rispetto alla rozzezza dello scientismo, in quanto non pretende di sostituire la filosofia e la religione, ma semplicemente di garantire – in ogni ipotesi di senso – l’integrità della ragione. Un teologo che affronti questa configurazione con la passione e la freddezza necessaria all’intelligenza nella quale deve inoltrarsi, a vantaggio della fede, deve esibire, con la massima naturalezza, onestà intellettuale e dominio dei suoi mezzi. L’elaborazione del tema nel testo di von Balthasar è iscritta in una mossa di stile. Il primo tratto è il riconoscimento del fatto che l’esistenza dell’uomo porta con sé, sin dall’inizio, insieme con la vita dello spirito, la religione e la tecnica: il plesso di queste figure fondamentali dell’esperienza caratterizza sempre il mondo nel quale l’uomo appare come soggetto. «Da quando l’uomo vive sulla terra è esistito lo spirito, e con esso il sapere e la “scienza”, e con essa la cultura e la tecnica: lo attestano la prima ascia di pietra, il primo fuoco, la prima sepoltura. E quanto più indietro si spinge la tradizione umana (ed è possibile che quanto più indietro essa arriva, tanto più pura emerga), l’uomo è sempre stato un essere religioso, egli sa di essere sotto un potere divino, che deve riconoscere e venerare e dal quale deve attendere la salvezza. Così, attraverso tutti i cambiamenti storici, si dà un tipo costante di esistenza umana, una &lt;em&gt;humanitas perennis&lt;/em&gt;».&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;In tal modo è già subito sbarrata la strada, anche dalla parte del cristianesimo, all’idea che la specificità umana debba essere trovata sul fronte di un’attività dello spirito che non ha niente a che fare con la scienza e con la tecnica. (...) «L’uscita dell’uomo dall’avvolgimento del cosmo – scrive Balthasar – dove egli era custodito come l’uovo nel guscio, può essere vissuta anzitutto soltanto come esperienza che oggi viene chiamata insicurezza. Ma invece di usare questa parola come un rimprovero, pieno o dimidiato – come se l’uomo fosse incappato in questa situazione pericolosa per mancanza di preveggenza e dovesse ritornare a rintanarsi il più in fretta possibile nell’involucro abbandonato – si farebbe meglio a sottolinearne il senso positivo e storicamente necessario». La lettura stessa del passaggio deve riacquistare il nitore di questa spassionata considerazione dell’ambivalenza. Nella nuova struttura del mondo – prosegue von Balthasar – l’uomo ha perso, del passato, qualcosa di giusto e qualcosa di sbagliato. (...) «La scomparsa, o almeno la limitazione, della protezione naturale rende l’uomo finalmente autentico, lo fa essere quello per cui il racconto della creazione lo ha stabilito: signore della creazione, colui che, senza abbassarsi in alcun modo al suo livello, l’amministra nel servizio responsabile di fronte al suo Creatore, e la sviluppa in conformità alle proprie tendenze». E d’altro canto, nella condizione odierna, deve pur apparire ancora di nuovo, e con definitiva chiarezza, che quest’uomo moderno, avendo “conquistato un potere sulla natura” prima del tutto impensabile, «si è al tempo stesso caricato di un’imprevista responsabilità per se stesso e per la natura». Soltanto in questa tensione, del resto, egli «è veramente uomo». Il nodo che ora ritorna in chiaro riguarda proprio la “religione”: e a questo punto, proprio nel senso per cui essa riguarda la coscienza “attuale” di questa specifica responsabilità dell’uomo per il proprio destino. «Questa responsabilità è così pesante, ma anche così ponderata, che egli non può portarla da solo; ma poiché non può più condividerla con la natura, non gli resta altro che condividerla con il Creatore: nella preghiera, nel dono di sé, nel rapporto con colui che non è un pezzo della natura e non offre all’uomo una ricetta già pronta che lo sottragga alla sua libera e decidente responsabilità». Di qui deve venire il respiro necessario per introdurre nell’orizzonte della categoria di “religione” – intermedia e insieme cruciale – il senso profondo e critico della svolta umanistica che è infine necessaria nell’epoca della scienza naturale (non contro di essa) e nell’epoca della secolarità politica (non contro di essa).&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Lo sfondo della rivelazione cristologica del legame indissolubile e salvifico di Dio con l’uomo, che sempre di nuovo offre una prospettiva alla fatalità della scissione, prende respiro proprio a partire dalla parola rivelata della creazione, che ne ha rischiarato l’orizzonte. La possibilità di «infiammarsi ancora una volta per Dio», in luogo di attestarsi pigramente e pavidamente sul già pensato, una volta per tutte, ne sarà – filosoficamente, non solo teologicamente – il complemento necessario. Di qui Balthasar volge lo sguardo verso l’altro crinale di questa sua originale introduzione al tema dello “spirito del cristianesimo e del suo destino” nell’epoca ormai inaugurata e in vigore (la sfida è già stata lanciata da tempo, al cristianesimo: essa va raccolta, appunto, non incistata nel risentimento e nella malinconia). «Prima che il cristiano pensi di “cavarsela” con questo solitario di oggi, di portarlo avanti o addirittura di convertirlo, dovrebbe chiedersi con che cosa pensi di andargli incontro». Naturalmente, in un senso sostanziale e immodificabile, il cristiano sa che cosa porta: chi è Colui nel quale ha creduto, e a quale rivelazione rende testimonianza, in obbedienza e amore del suo Signore. Ma di certo, anche il cristianesimo deve ogni volta esaminare se stesso: dato che porta questo tesoro in vasi di creta, e deve ogni volta prendersi cura per il &amp;lt;+corsivo&amp;gt;lógos&amp;lt;+tondo&amp;gt; della sua speranza per l’interlocutore che si presenta. (...)&lt;/div&gt;
&lt;div&gt;&lt;br /&gt;Il saggio si chiude, con elegante figura di inclusione, sul tema di una nuova “visione” della natura creata, che deve restituire respiro e orizzonte per la “solitudine” di un soggetto che è finito nel guscio di un’autocomprensione che – a dispetto delle apparenze – non intercetta più il mondo, né la storia. In questo solipsismo inapparente, l’individuo è irraggiungibile e isolato anche per la questione seria del cristianesimo. Il corpo-mondo, sottratto all’anestesia di una visione ossessivamente libidica e macchinale della natura e del cosmo, potrebbe ricominciare a parlare e a intrattenere corrispondenze con le cose dello spirito. E persino a mettersi in dialettica con il soprannaturale: accettando la sfida di un’irruzione che resiste al pensiero del caso come a quello della necessità. «La natura si trascende nell’uomo. Ma l’uomo è spirito soltanto in quanto egli trascende di nuovo verso Dio il mondo che egli è, la cui quintessenza egli rappresenta». La mortificazione della natura impoverisce il mondo e toglie senso al tempo. Alla lunga, ciò deve anche togliere respiro all’uomo. La parola di Dio non è una grandezza mondana. Eppure, rende più grande il mondo. Il nostro, in effetti, è diventato piccolo e monotono: ormai sta tutto in un iPhone. Invece, è il movimento della creazione divina, in cui siamo coinvolti e del quale siamo responsabili, che restituisce lo spazio e il tempo alla grandezza dell’anima. La nuova evangelizzazione avrà presto bisogno di mettere in contatto la ritrovata vitalità delle origini della fede con la lingua materna della creazione in cui l’uomo prende il respiro di Dio. Ossia lo spirito. L’affresco di questo piccolo gioiello che è la &lt;em&gt;Gottesfrage&lt;/em&gt; di Balthasar è ancor oggi un glossario perfetto per riaffezionarci all’impresa.&lt;/div&gt;
</description><enclosure url="http://www.avvenire.it/Cultura/PublishingImages/ImmaginiArticolo/balthasar190.jpg" length="" type="image/jpeg" /><pubDate>Mon, 13 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Pierangelo Sequeri</author></item><item><guid>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/Aleksandr-Solzenicyn-scuola-comunismo.aspx</guid><category>Cultura</category><title>Aleksandr Solzenicyn: La dura scuola del comunismo</title><subtitle>Aleksandr Solzenicyn: La dura scuola del comunismo</subtitle><link>http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/Aleksandr-Solzenicyn-scuola-comunismo.aspx</link><description>Era uscito allora un romanzo intitolato &lt;em&gt;Avanti, tempo!&lt;/em&gt;, e perfino il Piano Quinquennale si dispiegava, tra rulli di tamburo, in Quattro Anni. E all’Istituto pedagogico inculcavano ai futuri insegnanti che la letteratura sovietica – e quindi anche loro – non dovevano rimanere indietro rispetto alle esigenze del Periodo della Ricostruzione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Neanche a farlo apposta, nel mese in cui Nastja stava per dare le sue prime lezioni in classe, l’Associazione russa degli Scrittori proletari aveva adottato e resa pubblica una risoluzione: riguardava il modo di rappresentare i personaggi in letteratura e lanciava un appello ai «lavoratori d’assalto» dei cantieri a farsi essi stessi scrittori, affinché l’arte riflettesse in tempo reale le esigenze della classe operaia. E prese corpo anche una nuova concezione: la letteratura veramente rappresentativa dei tempi nuovi è quella che passa per il giornale murale o il manifesto di propaganda e assolutamente non quella dei romanzi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Beh, un po’ troppo precipitoso, no?, c’era da restare senza fiato; come sarebbe «non quella dei romanzi»? e i romanzi che fine facevano? [...]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad Anastasija Dmitrievna vennero assegnati cinque gruppi di quinta, di dodicenni, con l’incarico di insegnante principale nella quinta A.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sua prima lezione! Ma era la prima anche per gli scolari, che si erano appena lasciati alle spalle le classi iniziali per entrare al secondo livello: erano ormai «grandi» e ne potevano andar fieri! Quel primo settembre fu una radiosa giornata di sole. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uno dei genitori aveva portato in classe dei fiori. Anche Anastasija Dmitrievna si era messa un vestito chiaro di seta grezza, le ragazze avevano degli abitini bianchi e anche molti dei ragazzi la camicia bianca delle feste. E questi musetti, questi occhi raggianti le davano la carica: finalmente, finalmente il suo sogno si era realizzato e poteva procedere per la stessa via di Marija Feofanovna… (E, di più, poteva adoperarsi affinché in questi tempi di imperante volgarità, quei ragazzi, crescendo, diventassero degli uomini di nobili sentimenti, non come quelli d’oggi). Si riprometteva, con molte, molte lezioni, di trasfondere nelle loro teste tutto ciò che lei stessa aveva preservato della grande e munifica letteratura russa!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E invece no!, nessuna possibilità, almeno adesso, di avviarsi in quella direzione: il programma di studio era rigidamente definito; in quattro parole: &lt;em&gt;«Le gru rombanti / Davanti agli scavi…»&lt;/em&gt; e ad ogni momento ti poteva capitare un ispettore mandato dalle autorità scolastiche della provincia a controllare lo svolgimento delle lezioni. Bisognava cominciare dalla Turksib – allora in via di completamento, e far imparare a memoria come i treni s’erano messi a percorrere il deserto &lt;em&gt;«… avanti e indietro, a spaventare / Uomini e armenti, / E a non farli andare / Per le lor vie carovaniere».&lt;/em&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi, da programma, si doveva continuare con Magnitogorsk, quindi il cantiere della grande diga sul Dnepr’ e, appunto, il poema di Bezymenskij, dove si metteva in ridicolo un professore candidato al suicidio, in quanto esponente delle classi «uscenti» e superate. E ancora il poema sul ragazzetto indiano che ha sentito parlare di Lenin, la guida luminosa di tutti gli oppressi del mondo, e che va a piedi dall’India a Mosca per vederlo. [...]&lt;br /&gt;Il programma del secondo anno contemplava il «nocciolo duro» della letteratura sovietica: &lt;em&gt;La disfatta, Pietre da levigare&lt;/em&gt; (sulla collettivizzazione), &lt;em&gt;Cemento&lt;/em&gt; (spaventoso, perché vi si proponevano a bambini di tredici anni impressionanti scene di possesso sessuale). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tuttavia, ad esempio, nel &lt;em&gt;Torrente di ferro&lt;/em&gt; venivano restituite con notevole laconicità ed efficacia le azioni delle masse nel loro insieme; e c’era forse mai stato qualcosa di simile nella letteratura russa? E ne &lt;em&gt;La settimana&lt;/em&gt; il personaggio di Robejko suscitava simpatia quando, sforzando la voce minata dalla tubercolosi, esortava i contadini ad abbattere un boschetto appartenente al monastero, per potere col legname così ottenuto alimentare la locomotiva che avrebbe trasportato le sementi sui campi. (Solo un dubbio: l’anno precedente avevano dunque loro confiscato per l’ammasso tutte le riserve di sementi?).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E ogni giorno quelle quaranta paia di occhi infantili che fissavano Anastasija Dmitrievna, come avrebbe potuto non sostenere la loro fede? Sì, ragazzi, perdite e sacrifici sono inevitabili. Del resto tutta la nostra letteratura ha sempre esortato allo spirito di sacrificio. Qua e là, certo, si verificano atti di sabotaggio, ma l’inaudito slancio industriale in atto porterà a una felicità altrettanto inaudita. Quando crescerete ne potrete godere anche voi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ogni episodio, anche il più negativo, dovete considerarlo allo stesso modo del poeta che ne ha tanto giustamente colto la prospettiva. &lt;em&gt;«Non è da meno al tempo che viviamo / E ci è compagno sulla via stessa, / Colui che in ogni dettaglio sa vedere / Della Rivoluzione Mondiale la promessa».&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quindi avevano soppresso anche i nuovi manuali adottati, riconoscendoli erronei e superati dalla realtà. Cominciarono a stamparne del tipo «a fogli volanti», vale a dire testi non rilegati su temi di stretta attualità e validi soltanto nel semestre in corso, che diventavano inutilizzabili già l’anno successivo. Gor’kij pubblicò su un giornale l’articolo «Agli umanisti», dove smascherava i suddetti e li esecrava, articolo che fu immediatamente inserito nel manuale a fogli volanti successivo: «È perfettamente naturale che il potere operaio e contadino schiacci i propri nemici come pidocchi!».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Spavento, sconcerto, senso di soffocamento: come proporre una cosa del genere ai bambini? E &lt;em&gt;a che pro?&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma Gor’kij era un grande scrittore, un classico russo anche lui conosciuto a livello mondiale, e come puoi pensare col tuo piccolo intelletto di poterti mettere a discutere con una simile autorità? E poi lui stesso scrive qualche riga più in là degli ignavi e dei benestanti: «Che cosa vuole dunque questa classe di degenerati?… unicamente una vita sazia, senza senso, sfrenata e irresponsabile». E ti viene in mente: «Alla larga dalla gente che si compiace delle proprie vacue chiacchiere e non fa nulla…». E non esortava forse Cechov a vigilare ogni giorno, armati di un piccolo martello, sulla nostra coscienza assopita? [...]&lt;br /&gt;Poi arrivò un trimestre in cui non furono distribuiti fogli volanti per il manuale e neppure programmi obbligatori. L’inattesa vacanza di direttive sprofondò nello sconcerto le autorità scolastiche cittadine: significava un cambiamento di linea? E in attesa di chiarimenti ognuno venne autorizzato a insegnare quel che voleva, beninteso sotto la propria responsabilità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La loro direttrice didattica nonché preposta all’educazione civica si mise a spiegare alle quinte, seste e settime dei passi scelti dal &lt;em&gt;Capitale&lt;/em&gt;. Ma allora anche Anastasija Dmitrievna poteva scegliere a suo piacimento qualcosa tra i classici russi? Ma come scegliere la cosa giusta, per non sbagliare? Dostoevskij, no, non si poteva e poi per loro era ancora presto. Neanche Leskov, però, impossibile. Lo stesso per Aleksej Tolstoj – le tragedie &lt;em&gt;La morte del Terribile&lt;/em&gt; e &lt;em&gt;Lo zar Fëdor&lt;/em&gt;. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E anche di Puškin non tutto, naturalmente. Così come di Lermontov. (E quando i bambini le avevano chiesto di Esenin, aveva cambiato discorso e non aveva risposto, era severamente proibito).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D’altra parte, lei stessa non era più abituata a tanta libertà. Non riusciva più a esprimere i sentimenti di un tempo. L’incrollabile unitarietà e levigata coerenza della letteratura russa ora le appariva come screpolata da tutto ciò che lei stessa aveva letto, conosciuto e imparato a vedere in quegli ultimi anni. Ormai aveva paura a parlare di un autore o di un libro senza darne la caratterizzazione dal punto di vista classista. Compulsava dunque il Kogan e ci trovava «per quali aspetti quest’opera poteva considerarsi cooperante».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma al tempo stesso apparivano nuovi numeri delle riviste letterarie sovietiche e i giornali tributavano lodi a questa o quella nuova opera. E lei si sentiva stringere il cuore: non aveva davvero il diritto di far restare indietro degli adolescenti, era in quel mondo che essi avrebbero dovuto vivere e quindi bisognava aiutarli a entrarci.&lt;br /&gt;</description><pubDate>Sun, 12 May 2013 22:00:00 GMT</pubDate><author>Aleksandr Solzenicyn </author></item></channel></rss>