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L'analisi
UCRAINA al confine tra due cristianesimi
Riccardo Michelucci
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Il destino dell’Ucraina ricorda in un certo senso quello dell’Irlanda: due nazioni di confine con un’antica e raffinata cultura, con un passato profondamente radicato nella storia del continente europeo, entrambe da sempre condizionate – per motivi geografici – dalla presenza di un potente e ingombrante vicino, che nei secoli ha oscurato il loro splendore.

Quanti, oggi, metterebbero Kiev sullo stesso piano di Varsavia, di Vienna o di Berlino, considerandola a pieno titolo una grande capitale europea? La storia epica e l’identità ucraina sono state represse e svilite prima dal dominio polacco, poi da quello asburgico, ma soprattutto dall’impero zarista e dall’Unione Sovietica. Non è andata meglio neanche nel quarto di secolo che è trascorso dal crollo dell’Urss, considerando che ancora oggi Vladimir Putin non esita a definire l’Ucraina «una nazione artificiale».

Circa mille anni fa, il principe Jaroslav I dette vita a una nuova capitale sulle rive del fiume Dnepr, ispirandosi alla grandezza di Costantinopoli. Poco tempo prima suo padre Vladimiro il Grande, gran principe di Kiev, aveva unito tutte le tribù e i territori della regione in un’entità denominata Rus’ di Kiev, facendo del cristianesimo ortodosso la religione ufficiale. È il momento cruciale che segna le remote origini della disputa russo-ucraina, tanto che sia a Mosca che a Kiev quello è considerato l’atto fondativo dei rispettivi Stati. Nel corso dei secoli i due Paesi si sono influenzati reciprocamente, ma è innegabile che sia stata l’identità ucraina ad avere subìto i maggiori contraccolpi, e sia stata costretta a ridefinirsi, a rimodellarsi continuamente proprio a causa della vicinanza con il potente vicino.

È quanto sostiene Serhii Plokhy, docente di storia ucraina all’università di Harvard, nel suo recente volume The Gates of Europe: a History of Ukraine. Con l’ambizioso obiettivo di salvare il suo Paese da quello che definisce «il rischio dell’oblio», Plokhy ha ripercorso in circa 400 pagine oltre un millennio di storia ucraina, dalle lontane cronache di Erodoto nel V secolo a.C. fino agli odierni scontri di piazza Maidan e alla guerra in Donbas.
 
Cercando di dimostrare quanto sia falsa la vulgata che descrive l’Ucraina come emanazione della Russia e quanto sia invece molto più verosimile il contrario: «È un aspetto che viene spesso sottovalutato – spiega l’accademico di Harvard –, ma molti simboli della cultura russa hanno un’origine ucraina. Penso ad esempio all’ideologo di Pietro I, l’arcivescovo Feofan Prokopovic, al principale fautore della politica estera di Caterina II, Aleksandr Bezborodko, ma soprattutto al capostipite della prosa russa moderna, Nikolai Gogol. E persino al leader sovietico Leonid Brezhnev».

«Le radici della tradizione politica, della religione – il cristianesimo d’Oriente – e della lingua letteraria degli ucraini risalgono all’epoca del Rus’ di Kiev. I legami storici sono raffigurati con il tridente, il simbolo dei principi di Kiev, ancora oggi usato come stemma dallo Stato ucraino». E la straordinaria cattedrale di Santa Sofia, fatta costruire a Kiev da Jaroslav I per riprendere lo splendore delle chiese bizantine, poi divenuta uno dei templi più grandi e importanti dell’intera cristianità, è d’altra parte un simbolo potente dell’arrivo della cristianità alle porte d’Europa, che lì resistette almeno un paio di secoli, fino a quando Kiev non fu distrutta dalle orde dei Mongoli.

Secondo Plokhy l’Ucraina contemporanea è il prodotto dell’interazione di due frontiere in movimento: «La prima risale ai tempi della divisione dell’impero romano tra Roma e Costantinopoli, e segnava il confine tra cristianesimo orientale e occidentale. Mentre gli ucraini avevano ricevuto in eredità la tradizione ortodossa dal Rus’ di Kiev – a sua volta derivato da Bisanzio –, i popoli vicini come i polacchi e gli ungheresi erano cattolici. Nel XVI secolo fu istituita la Chiesa uniata per colmare le distanze tra le due tradizioni religiose, combinando i rituali ortodossi col dogma cattolico. Esiste ancora oggi, col nome di Chiesa cattolica ucraina, ed è di gran lunga la più grande Chiesa cristiana orientale presente nella giurisdizione di Roma. I contatti tra i cattolici e gli uniati contribuirono poi a trasformare l’ortodossia ucraina, che nel XVII secolo ha accolto al proprio interno molti elementi della riforma cattolica».

«La seconda frontiera era invece quella che delimitava la linea tra le steppe eurasiatiche e l’Europa orientale, dividendo popolazioni sedentarie e nomadi, dalla quale emersero i cosacchi, che alla metà del ’600 costituirono il loro Stato, detto Etmanato. Proprio il movimento di queste frontiere nel corso dei secoli ha dato origine a quell’insieme unico di caratteristiche culturali che rappresentano le fondamenta dell’identità ucraina odierna, fondata su una tradizione di coesistenza pacifica tra etnie e popoli molto diversi tra loro».

Al centro della narrazione di Plokhy c’è il carattere multietnico dello Stato ucraino, le cui influenze polacche risalenti al Medioevo sono riscontrabili ancora oggi nella complessità linguistica. Ma è il rapporto con la vicina Russia ad aver condizionato l’evoluzione dello Stato ucraino; il libro fa capire molto bene perché la tragica memoria del passato sia troppo recente per consentire una facile riconciliazione tra i due Paesi. I numeri sono d’altra parte impietosi: quasi 4 milioni di ucraini (oltre il 10% della popolazione) morirono di fame nella tremenda carestia causata dalle politiche di Stalin tra il 1932 e il 1933, almeno altri due milioni di persone morirono dopo la Seconda guerra mondiale a causa di fame, deportazione o stenti nei gulag staliniani.

Per arrivare infine ai giorni nostri, con la «rivoluzione arancione» di Kiev e i manifestanti di piazza Maidan impegnati a far cadere Janukovich, considerato un fantoccio del Cremlino. La crisi ucraina – sostiene con decisione Plokhy – è d’importanza centrale per il futuro dell’Europa perché, una volta raggiunta la necessaria stabilità politica, l’Ucraina, frontiera tra cristianesimo e islam, potrebbe rafforzare in modo decisivo l’Unione europea a Oriente.

«È attraverso l’Ucraina che Attila marciò contro l’Impero romano, mentre oggi proprio da qui transita verso l’Europa centromeridionale il gas russo e asiatico. La storia dei cosacchi dell’Ucraina, in particolare la rivolta di Ivan Mazeppa contro Pietro I nel 1708, ispirò le opere di grandi scrittori europei come Voltaire, Byron, Hugo e Brecht. Se si pensa che l’Europa non sia un’entità limitata al solo Occidente, non possono non essere presi in considerazione quei territori che hanno avuto un ruolo chiave nella civilizzazione europea, e l’Ucraina è senza dubbio uno di questi».
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