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CULTURA E RELIGIONE
Teologia del comunicare
Esce oggi in libreria l’ultimo volume del cardinale Carlo Maria Martini. Edito da Mondadori, s’intitola «Colti da stupore. Incontri con Gesù» (pagine 188, euro 16,00) e presenta alcune riflessioni inedite sui Vangeli, incentrate sulla figura di Gesù: si tratta di una serie di omelie, mai pubblicate, che il cardinal Martini ha tenuto negli ultimi anni a Gallarate. Il volume, curato da Damiano Modena, raccoglie, seguendo il calendario liturgico, quegli interventi che compongono così un  racconto della vita di Cristo, offrendo un messaggio non solo filosofico e teologico ma centrato sui valori più profondi e sugli atteggiamenti "più umani" della vita. Dal volume qui anticipiamo due brani: l’introduzione sul tema della comunicazione e l’omelia dedicata a «Pietro e i suoi successori».

«Il modello? Il dialogo misterioso nel sepolcro di Gesù»
Solitamente si dà della comunicazione una definizione empirica: comunicare è «dire qualcosa a qualcuno». Dove quel «qualcosa» si può allargare a livello planetario, attraverso il grande mondo della rete che è andato ad aggiungersi ai mezzi di comunicazione classici. Anche quel «qualcuno» ha subìto una crescita sul piano globale, al punto che gli uditori o i fruitori del messaggio in tempo reale non si possono nemmeno più calcolare. Questa concezione empirica, alla luce dell’odierno allargamento di prospettive, dove sempre più si comunica senza vedere il volto dell’altro, ha fatto emergere con chiarezza il problema maggiore della comunicazione, ossia il suo avvenire spesso solo esteriormente, mantenendosi sul piano delle nude informazioni, senza che colui che comunica e colui che riceve la comunicazione vi siano implicati più di tanto.
Per questo vorrei tentare di dare della comunicazione una descrizione «teologica», che parta cioè dal comunicarsi di Dio agli uomini, e lo vorrei fare enunciando qui alcune riflessioni che potrebbero servire per una nuova descrizione del fenomeno.
Nel sepolcro di Gesù, la notte di Pasqua, si compie il gesto di comunicazione più radicale di tutta la storia dell’umanità. Lo Spirito Santo, vivificando Gesù risorto, comunica al suo corpo la potenza stessa di Dio. Comunicandosi a Gesù, lo Spirito si comunica all’umanità intera e apre la via a ogni comunicazione autentica. Autentica perché comportail dono di sé, superando così l’ambiguità della comunicazione umana in cui non si sa mai fino a che punto siano implicati soggetto e oggetto.
La comunicazione sarà dunque anzitutto quella che il Padre fa di sé a Gesù, poi quella che Dio fa a ogni uomo e donna, quindi quella che noi ci facciamo reciprocamente sul modello di questa comunicazione divina. Lo Spirito Santo, che riceviamo grazie alla morte e resurrezione di Gesù e che ci fa vivere a imitazione di Gesù stesso, presiede in noi allo spirito di comunicazione. Egli pone in noi caratteristiche, quali la dedizione e l’amore per l’altro, che ci richiamano quelle del Verbo incarnato. Di qui potremmo dedurre alcune conclusioni su ogni nostro rapporto comunicativo.
Primo. Ogni nostra comunicazione ha alla radice la grande comunicazione che Dio ha fatto al mondo del suo Figlio Gesù e dello Spirito Santo, attraverso la vita, morte e resurrezione di Gesù e la vita di Gesù stesso nella Chiesa. Si capisce perciò come i Libri sacri, che in sostanza parlano di questa comunicazione, siano opere di grande valore per la storia del pensiero umano. È vero che anche i libri di altre religioni possono essere ricchi di contenuto, ma questo è dovuto al fatto che sottostà a essi il dato fondamentale di Dio che si dona all’uomo.
Secondo. Ogni comunicazione deve tenere presente come fondante la grande comunicazione di Dio, capace di dare il ritmo e la misura giusti a ogni gesto comunicativo. Ne consegue che un gesto sarà tanto più comunicativo quanto non solo comunicherà informazioni, ma metterà in rapporto le persone. Ecco perché la comunicazione di una verità astratta, anche nella catechesi, appare carente rispetto alla piena comunicazione che si radica nel dono di Dio all’uomo.
Terzo. Ogni menzogna è un rifiuto di questa comunicazione. Quando ci affidiamo con coraggio all’imitazione di Gesù, sappiamo di essere anche veri e autentici. Quando ci distacchiamo da questo spirito, diveniamo opachi e non comunicanti.
Quarto. Anche la comunicazione nelle famiglie e nei gruppi dipende da questo modello. Essa non è soltanto trasmissione di ordini o proposta di regolamenti ma suppone una dedizione, un cuore che si dona e che quindi è capace di muovere il cuore degli altri.
Quinto. Anche la comunicazione nella Chiesa obbedisce a queste leggi. Essa non trasmette solo ordini e precetti, proibizioni o divieti. È scambio dei cuori nella grazia dello Spirito Santo. Perciò le sue caratteristiche sono la mutua fiducia, la parresia, la comprensione dell’altro, la misericordia.
Carlo Maria Martini
«Grati a papa Ratzinger per il suo spirito di sacrificio»
«Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: "Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio"». Oggi la liturgia ambrosiana celebra la quarta domenica dopo Pentecoste e il Vangelo è quello del banchetto per le nozze del figlio del re: gli invitati, che si sottraggono in modo stolto e vergognoso a questo invito, sono sostituiti dai poveri che si trovano per le strade della città. È una maniera molto efficace per dire che il Vangelo è per i poveri; del resto, una tale affermazione è chiarissima in tutti e tre i Vangeli sinottici, a cominciare dal discorso delle beatitudini: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Lc 6,20). Questo linguaggio di Gesù ci mette sempre un po’ a disagio, perché non sappiamo immaginare la povertà se non come povertà economica. Ci apre a nuove e più grandi prospettive, però, quando viene capito in tutta la sua forza e capacità di descrivere la situazione presente dell’uomo e il suo bisogno di aiuto.

 
Non mi fermerò su questo tema, pur molto importante, perché vorrei ricordare che oggi ricorre anche la festa dei santi Pietro e Paolo e viene a concludersi l’anno paolino suggerito da papa Benedetto XVI. Dobbiamo lodare Dio in particolare per averci dato san Paolo: sono convinto che il nostro cristianesimo sarebbe assai più povero senza di lui e senza le sue Lettere. Certo, san Paolo non è necessario, solo Gesù Cristo morto e risorto è necessario. Ma vi sono realtà nella storia della Chiesa che, Pietro e i suoi successori (Mt 22,1-14) come san Paolo, arricchiscono mirabilmente il cristianesimo e gli danno il rilievo e l’incisività che ha nei secoli.
 
A tal proposito, riguardo invece l’altra figura che la Chiesa ci presenta oggi, quella di san Pietro, vorrei non solo ricordare quanto la Chiesa stessa debba al primo degli apostoli, ma anche quanto essa debba a tutti i successori di Pietro, i papi. E ciò non solo dal punto di vista dogmatico, ma anche da quello dell’educazione alla santità, che è ciò che maggiormente conta nella Chiesa. Ho conosciuto di persona gli ultimi pontefici: Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Dobbiamo rendere grazie a Dio perché gli ultimi papi, a cominciare soprattutto da san Pio X, sono stati grandi non solo per l’equilibrio nelle questioni dogmatiche e morali, ma anche per la loro santità. Questo è un grande dono fatto alla Chiesa degli ultimi due secoli. Io ne sono testimone per gli ultimi quattro papi e devo dire che sono stati tutti uomini evangelici e sinceramente credenti.
 

È un motivo in più, al di là delle ragioni dogmatiche ed ecclesiologiche, per dare al papa l’affetto e il sostegno che merita, in particolare al pontefice attuale che sta portando avanti il suo servizio con grande spirito di sacrificio. Abbiamo entrambi la stessa età e perciò posso ben valutare quanto gli costi il suo instancabile ministero. Il Signore gli conceda la gioia di sapere che è ascoltato e seguito, perché ciò che a Lui soprattutto importa è la conoscenza e l’amore di Gesù Cristo.
Carlo Maria Martini

 


 
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