Passa a livello superiore
Accesso
Cultura
Rivelazioni
Sicari e pentiti: l’altra resistenza
Roberto Festorazzi
  • facebook
  • twitter
  • google +
  • segnala ad un amico
    mail
  • font
  • stampa quest'articolo
    print
​Correlati

​Siamo a Como, qualche giorno prima della metà di luglio del 1945. La partigiana “Gina”, Nella Caleffi, raggiunge al telefono Oreste Gementi “Riccardo”, l’ex comandante della Piazza lariana del Cvl (Corpo volontari della libertà), da poco smobilitata. Una comunicazione urgente che vale a salvare la vita a entrambi, come vedremo tra poco.


Gementi è stato, fino alla cessazione delle sue funzioni, la più alta autorità militare partigiana in provincia di Como, il territorio in cui si è consumato l’epilogo di Mussolini. “Gina”, durante la Resistenza intendente e collegatrice, quel giorno della prima estate del tempo di pace comunica a “Riccardo” una notizia sconvolgente: un “tribunale della morte”, costituito da esponenti di rilievo del Partito comunista, ha deciso di condurre a termine la “purga” contro i partigiani dissenzienti, cominciata già subito dopo la conclusione dei fatti di Dongo. Si tratta, anche questa volta, di sopprimere personaggi eccellenti.


Il primo della lista è il comandante “Riccardo”, che dopo la smobilitazione del Comando di Piazza ha perso lo scudo dell’immunità connesso alla sua carica, divenendo perciò anche fisicamente vulnerabile. Gli altri tre destinatari del deliberato di morte sono la stessa “Gina”, nonché i due capi della 52ª Brigata Garibaldi cui si dovette la cattura del Duce, a Dongo, il 27 aprile 1945: il comandante “Pedro”, al secolo Pier Luigi Bellini delle Stelle, e il suo braccio destro, il finanziere “Bill”, alias Urbano Lazzaro.


Si entra a questo punto nel vivo della parte più drammatica del nostro racconto che attinge, per la prima volta, alle memorie inedite di Gementi, figura quasi del tutto rimossa dalla narrazione degli agiografi della Resistenza. Uno squarcio di verità nei delitti che insanguinarono il periodo del dopo Liberazione: un quadro complessivo che viene a delinearsi grazie al supertestimone di questa nostra inchiesta, il comandante partigiano comasco Mario Tonghini, nome di battaglia “Stefano”.


Quest’ultimo ci ha messo a disposizione un intero archivio di documenti che gettano luce su intrecci torbidi mai interamente chiariti.
Nella Caleffi, quel giorno, scongiurò “Riccardo” di circolare armato perché la condanna del tribunale rosso non era da prendersi sotto gamba, visto quel che era capitato a “Neri”, il leader morale della Resistenza lariana, alla sua staffetta “Gianna” e ad altri partigiani tolti di mezzo da sicari prezzolati del Pci nel breve volgere di poche settimane. Chi fossero i componenti di quell’organo giudicante rosso, “Gina” non lo seppe mai, o forse non lo volle confidare a Gementi. Ma esso era certamente composto dai maggiori dirigenti locali del partito egemone della Resistenza.


Si tratta di una pagina rimasta fino a oggi occultata. La Caleffi aveva potuto recare quel messaggio a “Riccardo”, perché si era avvalsa della dissociazione di un partigiano a lei leale, che il tribunale della morte aveva incaricato di eseguire le quattro sentenze letali. Si trattava di Erminio Dell’Era, “Pierino”, un componente della “polizia del popolo” comunista.


“Pierino”, scomparso nel 1978, si sottrasse all’ordine del sinedrio rosso e consentì al quartetto di mettersi in salvo. Ciò, tuttavia, non impedì che, per altra via, fossero condotti attacchi preordinati contro i destinatari degli ordini di soppressione. “Pedro” e “Bill”, infatti, ebbero a scampare ad attentati, e Gementi stesso, come si è riferito in un precedente articolo, sventò un agguato pronto a scattare contro di lui, sempre in quel luglio ’45.


Resta da stabilire un punto di capitale importanza. Il ruolo di “Gina” in tutta questa vicenda. Indizi di non trascurabile entità, che sarebbe troppo lungo elencare in questa sede, segnalano un suo probabile coinvolgimento, in titoli di responsabilità non facili da accertare, negli scenari di alcuni fatti di sangue accaduti dopo la Liberazione. In particolare, la Caleffi sarebbe stata presente all’omicidio della partigiana “Gianna”, Giuseppina Tuissi, trucidata al Pizzo di Cernobbio, la sera del 23 giugno 1945.


“Gina” rimase dunque invischiata, suo malgrado, in quella spirale di sangue, e ciò provocò in lei una violenta reazione di rigetto. In breve, la Caleffi ebbe una crisi di coscienza. Cominciò a manifestare segni di inquietudine. Si trasformò nell’accusatrice dei suoi compagni. Divenne un caso di pentitismo ante litteram. Per questo, già in quel luglio del 1945, il “tribunale della morte” decise di eliminarla. Con gli esiti che conosciamo, grazie alla dissociazione di Dell’Era.


Qualche mese più tardi, il 28 aprile 1946, “Gina” ebbe modo di compiere un viaggio in auto, da Milano a Como, in compagnia del comandante “Riccardo” e di Ferruccio Parri, il leader partigiano azionista “Maurizio”, primo presidente del Consiglio dell’Italia liberata. In quell’occasione, approfittando dell’incontro riservato con lo statista piemontese, la Caleffi si scagliò, come un fiume in piena, contro coloro che avevano tradito il movimento di Liberazione. Racconta Gementi, in un suo memoriale inedito: «Volle esprimergli il rancore che provava verso i comunisti per le loro malefatte».


Per il resto della vita, “Gina” portò i segni dei traumi psicologici che aveva subito. Narra ancora il comandante “Riccardo“: «Era particolarmente adirata contro Togliatti, perché, dopo aver vissuto all’ombra del Cremlino mentre i partigiani italiani morivano, al suo rientro in Patria, anziché denunciare pubblicamente le storture e le infamie di quel regime dispotico e oppressore – aggiungendo, per inciso: “peggiore del fascismo” –, lo esaltò e tentò di instaurarlo anche in Italia, trascinando Nenni ad aderire alla costituzione del Fronte Popolare del 1948 che portò al baratro il Psi e produsse gravi danni al Paese».

Nell’autunno del 1984, l’anziana reduce della Resistenza si ammalò gravemente, finendo ricoverata all’ospedale Fatebenefratelli di Milano. Le rimasero poche settimane di vita. Sufficienti, però, a rinsaldare il patto d’onore e di mutua solidarietà che aveva stretto, 40 anni prima, con Gementi e con l’altro fidato compagno, Mario Tonghini “Stefano”, l’unico superstite del terzetto, che oggi ha 93 anni.


Invitata da Gementi a redarre appunti, per denunciare quanto aveva visto e saputo di quella stagione di sangue e di orrore, Nella Caleffi non riuscì a trovare il coraggio per assolvere a un tale delicato compito. Incredibilmente, aveva ancora paura. Benché già in limine mortis, confidò infatti, a “Riccardo”, che «lei voleva vivere e non morire, per mano comunista, come “Neri”, la “Gianna”, il Bianchi e sua figlia, più altri ancora».


Aggiunse poi la Caleffi, rivolta al suo antico compagno di battaglie: «Ciò che più mi rammarica, è il pensiero di aver superato alla meno peggio i pericoli del periodo partigiano e di aver appurato che il pericolo maggiore derivava dai compagni di lotta, e più precisamente dai compagni comunisti. Quando, nel mese di luglio del ’45, ti telefonai per raccomandarti di circolare armato, fu un avvertimento prudenziale poiché [in tal modo] il pericolo reale poteva essere scongiurato».
Era il gennaio del 1985. Pochi giorni dopo, furono celebrati i funerali di “Gina”.


Oggi è Mario Tonghini a delineare i contorni del giuramento che venne pronunciato, attorno al capezzale della Caleffi, in presenza anche sua, oltre che di Gementi: «“Gina”, in ospedale, quasi in punto di morte, ci lanciò un appello plurale: “Se io non ho avuto il coraggio di fare denunce, è perché ho sempre avuto paura, ben conoscendo di che cosa sono stati capaci [i compagni comunisti]. Ma vi prego entrambi: denunciate tutto ciò che conoscete”».
Ora quel giuramento è stato onorato.
© riproduzione riservata
segnala ad un amico stampa quest'articolo
Articoli in evidenza