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A Merano
Scomparso il collega Giovanni Bensi
raccontò la Russia (Lubjanka compresa)
Barbara Uglietti
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​Giovanni Bensi

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Mi chiedono di scrivere di te, Giovanni. E proprio non riesco a cominciare da nessuna parte se non da me. So che mi perdonerai. Ero appena arrivata ad Avvenire, con una vita da ricostruire, tanto da fare, e il peso enorme della paura. Quando c’era la Russia di mezzo, di qualunque cosa si trattasse, il “comando” del caporedattore era uno solo: «Chiama Bensi». Chiamavo Bensi.

E quest’uomo che avrei conosciuto personalmente solo più tardi, e che negli anni mi avrebbe dato il senso di cos’è un giornalista e di cos’è un amico, mi raccontava e mi spiegava e mi dettagliava con cura l’argomento, riuscendo però, con il garbo e l’ironia che sono sempre state il tuo tratto più proprio, a puntellare una fragilità che avevi riconosciuto senza nemmeno conoscermi: «Su, eh. Su, eh», mi rimproveravi.

Poi facevi una battuta buffa e concludevi la conversazione – l’avresti fatto sempre, negli anni, telefonata dopo telefonata – con un tono di dispiacere: «Va ben. Va ben. Allora, ciao». Sei diventato immediatamente un riferimento. Lo sei sempre stato. Per me. E per questo giornale. Su cui hai raccontato la Russia con un amore pulito, capace di distacco e senso critico. A me piaceva in particolare l'episodio della Lubjanka. L’ultima volta me ne avevi parlato a Bergamo, davanti a un piattone di pasta: io, te e tua moglie Angela. La storia la sapevo. Ma c’era sempre qualcosa in più. «Più dettagli, dammi più dettagli», ti avevo chiesto, costringendoti quasi a parlare a bocca piena. «Dall’inizio».

Dall’inizio. La Russia ti era piaciuta fin da bambino. L’avevi “vista” per la prima volta a 12 anni su alcuni francobilli capitati per caso sotto i tuoi occhi. Quell’alfabeto strano, il cirillico, ti era sembrato un gioco misterioso e affascinante. Era cominciato tutto da lì, dalla lingua – imparata presto, come poi altre: «Ma sì, cinque o sei», minimizzavi, contenuto nella tua elegantissima umiltà.

I tuoi viaggi cominciarono nel 1961. Tu, ragazzo – eri nato a Piacenza il 19 dicembre del 1938, anche se la tua vita è stata legata a Trento e Merano –, ti ritrovasti con tutti i piedi in un mondo complicato e rischioso. E a 24 anni, per dirla tutta, ti ritrovasti in galera. Alla Lubjanka, appunto. Eri a Mosca per studiare. Ma sapevi tante cose, evidentemente troppe per la sensibilità del Kgb. Ti vennero a prendere. E ti portarono in quel palazzone sinistro, che le voci più ottimistiche definivano l’“anticamera della Siberia” perché lì, in genere, si finiva deportati se sopravvissuti a deprivazioni, interrogatori, torture. «Gente sopravvalutata», mi dicevi degli agenti russi.
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Nei tuoi ricordi, incredibilmente, la cosa che tornava di più era il fastidio per i loro modi triviali, la sciattezza delle uniformi stazzonate, la scarsa organizzazione. «Erano degli imbranati. Davvero». Tanto che durante un trasferimento, i primi giorni di arresto, furono tanto maldestri da esporti in strada e consentirti di gridare ad alcune ragazze che ti avevano arrestato ingiustamente. Partì una mobilitazione internazionale. Rimanesti in cella un mese – «No, non mi hanno mai torturato: mi strattonavano, interrogavano, tormentavano di richieste, ma torturato mai» – e poi ti lasciarono andare. Hai cominciato a scrivere di Russia per L’Italia, quotidiano cattolico che poi confluì in Avvenire. Scrivevi per tante testate russe, anche per la Novaya Gezeta, il giornale di Anna Politkovskaja. Collaboravi per molte radio, tra cui Radio Liberty (emittente americana che trasmetteva verso l’Urss), e quegli anni ti portarono con tua moglie prima a Monaco (nel 1972) poi a Praga (nel 1995).
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Giovanni Bensi ricorda Anna Politkovskaya (Borgo Valsugana 22.5.2010)

Hai scritto di Russia sempre. Ma poi anche di Afghanistan, Pakistan, Paesi caucasici. Il tuo lavoro è nei tuoi libri. “La Cecenia e la polveriera del Caucaso”, “Allah contro Gorbaciov”, L’incognita jugoslava”, “Mosca e l’Eurocomunismo” e tanti altri. Angela e i tuoi figli, Elena e Nicola, li stanno mettendo a posto tutti, Giovanni.

La malattia, il Parkinson, era arrivata sei anni fa. Poi il cancro. Hai sopportato tutto: gli impedimenti fisici, il dolore. Quello che non sopportavi era l’idea di perdere la straordinaria capacità di memoria e di analisti del tuo cervello. Hai continuato ad allenarlo fino all’ultimo. Traducendo e scrivendo, e, soprattutto, lavorando al tuo ultimo libro: “Il mito del Califfato”, che uscirà tra due mesi (Edizioni Sandro Teti). «Se devo andare, vado», mi ripetevi nelle ultime chiacchierate. «L’unica cosa che non voglio è che se ne parta via prima la mia testa del mio corpo. Soprattutto per Angela». Sei morto domenica sera a Merano. Domani ci saranno i funerali. Angela mi dice ora che è successo tutto come doveva. Che sei nel suo cuore. E sei nei nostri. Va ben, Giovanni. Va ben. Allora, ciao.
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