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TERRA SANTA
L'archeologo israeliano Dan Bahat:
il Santo Sepolcro è autentico
Giorgio Bernardelli
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È l’artefice degli scavi che hanno portato all’apertura dei tunnel archeologici nell’area adiacente al Monte del tempio a Gerusalemme. Ed è uno dei più profondi conoscitori della Gerusalemme delle Scritture. Ci sarà anche l’archeologo israeliano Dan Bahat quest’anno tra i relatori al Festival biblico di Vicenza (giovedì 24 maggio, ore 17), che per la prima volta propone un focus sulle terre bibliche e sulle più recenti scoperte dal titolo «Linfa dell’ulivo».
Professor Dan Bahat, che cosa ha dato in più alla conoscenza della Bibbia la grande stagione degli scavi a Gerusalemme, tuttora in corso?
«Rispetto all’Antico Testamento la nostra conoscenza di Gerusalemme è cambiata totalmente con gli scavi nella collina della città di Davide, dove abbiamo trovato numerosi reperti sulla distruzione del 586 a.C., quella di Nabucodonosor. Soprattutto abbiamo scoperto i confini della città di allora, che non conoscevamo molto bene. Sapevamo che nell’VIII secolo a.C. il re Giosia aveva ingrandito la città, ma a Nord non sapevamo di quanto».
E rispetto al Nuovo Testamento?
«Lì il contributo è stato ancora maggiore, perché sta tornando alla luce la città di Erode che è anche quella in cui è vissuto Gesù. La Gerusalemme di oggi è costruita sulla città romana che è tardiva, risale a un secolo dopo. Solo attraverso l’archeologia abbiamo potuto conoscere la città erodiana e così oggi (grazie agli scavi nell’area del Muro del Pianto, ndr) abbiamo ritrovato quella che era la strada principale, la piscina di Siloe, il quartiere dove vivevano i sacerdoti. E poi il sistema centrale della fognatura, un’altra scoperta molto importante perché durante la rivolta contro i romani gli ebrei avevano nascosto lì dentro molte cose. Reperti che ci hanno aiutato a scoprire dettagli importanti sulla vita nel tempio. E poi c’è tutto quanto è stato trovato fuori da Gerusalemme».
Ad esempio?
«Penso agli scavi a Kayafa, che è il luogo della battaglia tra Davide e Golia: si trova a Beit Shemesh, una trentina di chilometri a ovest di Gerusalemme. Abbiamo trovato un’iscrizione che cita le parole dei profeti: non fate del male alla vedova, proteggete gli orfani. Indicazioni morali che sono dei profeti più tardivi, come Isaia e Geremia. Sempre lì, poi, è venuto alla luce un centro di culto dell’epoca di Davide, decimo secolo a.C.: è la conferma che il suo regno era esteso, la dimostrazione che Davide non fu solo una figura mitologica».
Giovedì prossimo alle 17 al Festival biblico di Vicenza lei parlerà del Santo Sepolcro: che cosa rappresenta per lei?
«Sono molti gli elementi che mi fanno dire: questo può davvero essere il posto della sepoltura di Gesù. A Vicenza, ad esempio, spiegherò perché archeologicamente non ha nessun senso identificare il sepolcro di Gesù con la Tomba del Giardino, come fanno i protestanti. Dobbiamo dire la verità. E secondo me è altrettanto importante distinguere il Santo Sepolcro da altri luoghi della vita di Gesù indicati dai francescani nel XIV secolo. Quelli sì hanno un valore solo spirituale, non storico».
E quali sono le ragioni che la portano ad affermare la veridicità storica del Santo Sepolcro?
«Il discorso sarebbe lungo... Diciamo innanzitutto che allora si trovava fuori dalle mura. Secondo: lì c’è una cava. Terzo: la prima testimonianza cristiana a Gerusalemme si trova proprio nella chiesa del Santo Sepolcro ed è di un pellegrino del II secolo d.C. Quest’ultimo fatto è molto importante, perché la prima chiesa fu costruita nel IV e quindi rispetto ai Vangeli ci sarebbe un vuoto di 300 anni. Altra cosa: oggi conosciamo meglio la presenza dei cristiani a Gerusalemme nell’epoca romana, quando gli ebrei non potevano più entrare in città. Infine ci si chiede: come mai Costantino sapeva dov’era questo posto? Perché la storia di Elena che avrebbe ritrovato la Croce comincia solo cinquant’anni dopo la costruzione della chiesa».
Che cosa ha significato per lei scavare nell’area adiacente al Monte del tempio?
«Abbiamo trovato reperti di periodi che vanno dal primo tempio - VIII secolo a.C. - fino all’epoca turca. Il tempio, il monte Moria, è ciò che fa di Gerusalemme una città santa. Sono le radici del monoteismo, non solo per noi ebrei ma anche per i cristiani e (in un certo senso) pure per i musulmani. Scavare qui è molto importante, perché conosciamo bene il conflitto politico: tra i palestinesi c’è chi vuole falsificare la storia negando il legame tra gli ebrei e Gerusalemme. Ho paura che, andando avanti così, cominceranno anche a dire: Gerusalemme è una città musulmana, che cosa ci fanno qui i cristiani?».
In che modo invece l’archeologia potrebbe aiutare il cammino della pace?
«Io ne sarei un esempio: le prime cose importanti che ho scritto sono sulla Gerusalemme araba tra il 638 e il 1099, una parte importante della storia di questa città. Sono il primo ad aver  raccontato dov’erano le strade, le moschee, i mercati. Però si deve ricordare anche una cosa: sotto i musulmani Gerusalemme non è mai stata la capitale di un Paese. Quando edificavano al Aqsa e la Cupola della Roccia costruivano anche Ramle come capitale politica: doveva assomigliare molto a Baghdad. Sembrerebbe che per i musulmani Gerusalemme diventi importante solo quando non è nelle loro mani...».
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