giovedì 12 maggio 2016
Enzo Bianchi: leggo, voce del verbo vivere
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Sono due gli eventi che vedono impegnato Enzo Bianchi all’interno del Salone del Libro, entrambi sabato nel pomeriggio di sabato. Alle ore 15.00 il priore della Comunità di Bose nell’auditorium sarà in dialogo con Massimo Recalcati in un incontro, a cura delle Edizioni San Paolo, dal titolo “Amore e misericordia”: «Dell’intero messaggio di Cristo – spiega una nota – la misericordia è forse l’aspetto meno capito. Una parola che spiazza e scandalizza chi si crede nel giusto, dentro e fuori la comunità dei credenti. Eppure il Vangelo annuncia proprio l’amore scandaloso di Dio». Alle ore 17.30 nella Sala Blu Enzo Bianchi incontra Luigi Manconi, autore del libro “Corpo e anima. Se vi viene voglia di fare politica” (Minimum Fax). I temi toccati nel dibattito sono quelli del libro autobiografico del giornalista e politico: i centri di espulsione per migranti, la battaglia per la verità su Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, dalle questioni di fine vita ai diritti delle minoranze sessuali; dal tema della privazione della libertà a quello del disagio psichico. Con loro anche il giornalista Alessandro Leogrande.Ogni volta che rinnovo la mia presenza al Salone del Libro non posso evitare di interrogarmi – prima ancora che sui tanti (troppi?) libri – sull’atto del leggere e l’amore per la lettura. Sarà anche a motivo del mio iniziare ogni giornata con un’attività chiamata lectio divina, ma per me il consiglio di Flaubert – “Leggere per vivere” – riveste un significato particolarmente denso: non solo perché la parola di Dio contenuta nella Bibbia è per il credente “parola di vita”, ma perché l’esperienza mi conferma che chi non legge fatica a vivere in pienezza e finisce ben presto per accontentarsi di “sopravvivere”. Leggere infatti non è tanto un’attività intellettuale quanto piuttosto il faticoso ma fecondo sforzo di interrogare e interpretare se stessi e la realtà che ci circonda: si tratta di leggere non un libro ma il mondo, le situazioni, gli eventi attraverso ciò che già “sta scritto” perché altri lo hanno messo “nero su bianco”. E, più in profondità ancora, di leggere se stessi: se ci pensiamo bene, il corpo stesso della persona che legge diviene sovente icona di interiorità, una garanzia palpabile di raccoglimento, diremmo quasi che il lettore si fa tutt’uno con il libro e che in tal modo coinvolge nell’atto del leggere persino l’autore stesso di quelle pagine. La lettura, di fatto, è una conversazione, un dialogo con chi è assente e può essere lontano mille miglia nel tempo e nello spazio: è un ricevere la parola di un altro e farla propria, interpretandola nel dialogo della propria intimità. Sant’Agostino paragonava la scrittura a uno specchio che rivela il lettore a se stesso, Gregorio Magno parlava della «Scrittura che cresce assieme al lettore» e Marcel Proust, al termine della sua opera monumentale Alla ricerca del tempo perduto, le apriva nuovi orizzonti, ancor più sconfinati, asserendo che i suoi lettori sarebbero stati «lettori di se stessi» in quanto il suo libro era solo il mezzo offerto loro perché leggessero dentro se stessi. Sì, anche e soprattutto nella nostra società dell’immagine, leggere resta operazione di grande umanizzazione, sorprendente nella sua semplicità: non occorrono tecnologie né complicate strumentazioni, e nemmeno iniziazioni particolari perché, in fondo, come ricordava il poeta Fernando Pessoa, «l’unica prefazione di un’opera è il cervello di chi la legge». Non a caso i medievali facevano derivare la parola latina intellegere – letteralmente “capire” – da intus legere, “leggere dal di dentro”. Per fare questo occorre ritirarsi dal “commercio” che ci attornia, dimenticare ciò che è presente ai nostri sensi e concentrarci su ciò che vogliamo leggere, fissare gli occhi e l’attenzione su dei segni scritti – un susseguirsi di spazi bianchi e di lettere disposte ordinatamente sulla superficie di una pagina, cartacea o meno che sia – fino a uscire quasi da noi stessi (o a scendere nelle nostre profondità...) per immergerci nello scritto. Anche in mezzo alla folla, in treno, in autobus, questa operazione rimane possibile e il lettore diviene, anche per chi lo osserva, un’allusione evocatrice del viaggio della mente. Certo, al cuore della vita cristiana ci dev’essere la lettura della parola di Dio, quella lectio divina che permette di assaporare il vino delle sante Scritture, ma la sapienza di Dio è presente anche in tanti libri, a volte ispirati proprio dall’incontro tra la Parola stessa e un suo lettore appassionato. Saggiamente nella sua Regola, san Benedetto prevede che ogni monaco all’inizio del tempo di Quaresima riceva un libro dalla biblioteca e lo «legga di seguito e interamente», ogni giorno, al mattino presto (RB 48,14-15). Disposizione fissata in un’epoca in cui rari erano i libri e, per contro, numerosi i monaci analfabeti: paradossale conferma del fatto che il leggere resta una pratica importante nella vita cristiana, non tanto come operazione intellettuale, ma piuttosto come strumento per approfondire il senso dell’esistenza e la propria fede, per accogliere i doni di una tradizione ricca di conoscenza, per vincere la paura di pensare, per aprire il cuore alla novità e a ciò che è stato cercato dall’altro. Per un cristiano – consapevole che la parola di Dio è contenuta nei libri per eccellenza, la Bibbia – l’operazione del leggere diventa necessaria quasi quanto l’ascoltare: la Bibbia è sacramento della Parola. Purtroppo, oggi si legge poco e anche i cristiani leggono poco, adducendo tra le scuse il poco tempo a disposizione. Ma le scelte che operiamo nell’impiego del nostro tempo sono rivelatrici – che noi ne siamo consapevoli o meno – di ciò che per noi davvero conta nella vita. Così leggere può divenire antidoto alla monotonia dei giorni, lotta contro il logorio del tempo, manifestazione del nostro essere signori e non schiavi del tempo: in questa sua valenza, è atto anti-idolatrico, gesto di resistenza contro uno degli idoli della nostra epoca, opzione etica che accomuna credenti e non-credenti. In questo non dimentichiamo che il libro possiede una qualità che manca ad altri strumenti di comunicazione: sa aspettare. Se il tempo ci manca davvero, il libro ci aspetta, resta lì sul comodino, tra gli scaffali, nella borsa, accanto al giornale e aspetta finché noi troviamo il necessario silenzio interiore, finché accettiamo di ritirarci in disparte, di prendere le distanze da ciò che distrae: esercizio di pazienza, la lettura sa quindi attendere il momento opportuno, ma è anche in grado di suscitarlo, di anticiparlo. Bisogna desiderare leggere, come si desidera un bene prezioso, perché leggere è una scelta ma anche una ricchezza: quella dei tempi riservati, in cui si rivela una parte segreta che appartiene solo a sé ma della quale si può comunicare qualcosa. Leggere è abbeverarsi a una sorgente che non si esaurisce quando le ci si avvicina. Chi di noi, di fronte a un libro amato – e non parlo solo della Bibbia – non ha fatto l’esperienza di come questi assuma colori nuovi secondo i momenti, di come emani profumi inebrianti che danno alla testa o scendono nel cuore, secondo le stagioni, al ritmo dei desideri. Il libro è un oggetto strano: lo guardiamo, lo valutiamo, lo sfogliamo, lo posiamo, lo ritroviamo. Una frase è riletta, un passaggio familiare o oscuro è nuovamente decifrato. Leggere un libro significa compiere un’operazione tesa a leggere il mondo e la storia e accettare che questo anelito ha già abitato poeti, letterati, profeti, musicisti, uomini e donne diversi che hanno diversamente vissuto e diversamente scritto. Così annotava Italo Calvino: «Leggere vuol dire spogliarsi di intenzione e di ogni partito preso per essere pronti a cogliere una voce che si fa sentire quando meno ci si aspetta, una voce che viene non si sa da dove, da qualche parte al di là del libro, al di là dell’autore, al di là delle convenzioni della scrittura. Dal non detto, da quello che il mondo non ha ancora detto di sé e non ha ancora le parole per dire». Così la lettura, questo viaggio intrapreso con le parole dell’altro, diviene un cammino per ritornare al proprio cuore, un itinerario potenzialmente infinito. Sì, perché «se alla fine ho chiuso il libro – scriveva Virginia Woolf – era solo perché la mia mente era sazia, non perché avessi esaurito il suo tesoro».
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