venerdì 18 gennaio 2013
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​Il dibattito sulla figura di Pio XII non smette di macinare titoli. A ormai cinquantacinque anni dalla morte, saggi o pamphlet, opere divulgative o storiografiche, talvolta ancora dettate da pregiudizi ideologici o intenti apologetici, talora ben documentate, continuano a trovare ampie fasce di lettori. E ben oltre l’ambito degli studiosi: non pochi dei quali hanno saputo offrire, finalmente, analisi utili a leggere l’“isolamento” del Pontefice e il “silenzio” sulla Shoah, dentro la realtà complessa della Chiesa e delle vicende belliche del periodo. Non solo. Anche all’interno del quadro delle scelte drammatiche operate dal Pontefice, che continuano a dividere l’opinione pubblica e gli storici sulla plausibilità di alternative, l’assenza del cardinale Segretario di Stato Eugenio Pacelli, poi – con altro vello – Pio XII, nell’ elenco degli amici del Führer, come la presenza del Vaticano tra i nemici dei gerarchi nazisti, convinti ancor prima dell’incompatibilità fra nazionalsocialismo e cristianesimo, sono ormai  fatti acclarati. Parecchi, fra i documenti usciti recentemente dagli archivi – interi dossier desecretati, missive di generali delle SS, dispacci inviati a Berlino dalle legazioni presso la Santa Sede… – non fanno che avallare questo dato. Sul tema torna ora Pier Luigi Guiducci, con Il Terzo Reich contro Pio XII (san Paolo, pagine 276, euro 18) preceduto da una lunga ed entusiasta prefazione del gesuita Peter Gumpel, relatore nel processo di beatificazione di Pio XII, che colloca queste nuove pagine «nel più ampio contesto di ciò che, in una recente pubblicazione statunitense, è stata definita the Pius war, la guerra contro Pio XII». Guiducci, qui, in sintesi, prende di mira per confutarle tesi persistenti circa una presunta vicinanza di Pio XII al Terzo Reich, in termini di simpatia se non di supporto. Valorizzando carte note agli specialisti o ricorrenti nella letteratura sul tema (a partire da Pinchas Lapide), ma anche inedite, reperite soprattutto presso archivi americani, inglesi, tedeschi (dove si custodiscono pure fondi che si trovavano nell’ex Urss e nella Germania Orientale), lo studioso, docente all’Università Salesiana e alla Lateranense, presenta così un robusto campionario delle valutazioni denigratorie espresse dagli ambienti nazisti su Pacelli. Giudizi ostili manifestati in tante forme (nei messaggi confidenziali , nei verbali di riunioni, persino attraverso vignette satiriche sulla stampa), già dagli anni precedenti l’elezione al Papato (giudicata subito negativamente, ad esempio, da un rapporto riservato del Reichssicherheitshauptamt, l’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich), e a lungo replicati negli anni successivi (anche nella convinzione che il Vaticano puntasse sul crollo del regime a partire da difficoltà di ordine economico). L’autore inoltre mostra come papa Pacelli,se da una parte non tagliò i canali di comunicazione (per evitare il blocco dell’assistenza religiosa e umanitaria portata avanti dalla Santa Sede), dall’altra sostenne interventi tali da farlo considerare dai vari Himmler, Göring, Goebbels, Bormann, eccetera e dallo stesso Hitler come un loro pericoloso oppositore.Una sottolineatura infine circa il discusso sostegno riferito in modo privilegiato agli «ebrei convertiti» e ai «cattolici non ariani». Secondo Guiducci si trattò in realtà di una copertura. E cita in proposito una missiva del cardinal Pacelli in latino datata 9 gennaio ’39: «La stessa scelta di usare il latino fa pensare a un significato nascosto tra le righe delle richieste vaticane per eludere gli inevitabili controlli. Una prova che non ci si riferiva solo agli ebrei convertiti la si individua nel passo in cui il segretario di Stato esorta le organizzazioni di soccorso cattoliche a cooperare più efficacemente per la salvezza degli ebrei e di sinagoghe, rotoli della Torah, biblioteche, centri culturali: omnia quae ad religionis cultum, instituta et mores pertinent …», scrive. E aggiunge: «Se la direttiva era circoscritta ai cattolici, l’indicazione era superflua perché scontata. Altro indizio delle reali intenzioni vaticane lo si individua nelle risposte dei vescovi e dei nunzi alla richiesta di Pacelli». Un’ipotesi questa, tutta da approfondire, per rispondere anche a legittime perplessità quanto a criteri discriminatori –certo sofferti –, ma pur sempre di fatto basati se non sul dato biologico razziale, su quello religioso.
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