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ANTICIPAZIONE
La «pretesa» cristiana di condividere la libertà
Angelo Scola
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​Nelle nostre società occidentali il proliferare delle libertà esterne, periferiche sembra accompagnarsi a un progressivo restringimento della profonda libertà interiore. In questo contesto una concezione integrale della libertà religiosa ha importanti implicazioni sociali e politiche. Infatti da un lato limita la pretesa che la dimensione socio-politica diventi l’orizzonte esclusivo della persona umana, dall’altro suggerisce la valorizzazione di un protagonismo tipico della società civile di cui nessuno Stato democratico può fare a meno. La narrazione in vista di un reciproco riconoscimento pubblico, di liberi soggetti religiosi portatori di etiche "sostantive" risulta imprescindibile. Mi sembra la strada di un futuro di pace per le nostre società plurali. È questo il terreno in cui davvero si decide a che cosa serva la libertà intesa come assenza di coercizione, verso dove essa possa condurre, per che cosa debba essere spesa. Tuttavia, se la "pretesa" cristiana è anche quella di custodire il senso autentico della libertà e più in generale di poter offrire indicazioni preziose per la vita in società, è evidente che questo discorso non può essere fatto senza confrontarsi con la situazione contemporanea di inedita pluralità in cui ci troviamo a parlare e operare. Non si tratta, assolutamente, di proporre nostalgicamente ritorni a un passato che non è stato fedele alla verità della libertà religiosa. Se la pluralità rappresenta oggi un problema è anche a causa della crisi della relazione comunicativa in cui versano le società occidentali. La fine della modernità e delle sue grandi narrazioni ha comportato, tra le altre cose, un’incapacità di elaborare un codice universale di intesa. In assenza di questo codice è naturale che la convivenza di concezioni del mondo diverse e contrastanti rischi di sembrare sempre più impraticabile.

La difficoltà a comunicare è un sintomo che non possiamo sottovalutare, se vogliamo difendere lo spazio politico di una convivenza democratica. Habermas è sempre stato particolarmente attento a questo indicatore: «La condizione in cui si trova una democrazia si può accertare solo sentendo il polso del suo spazio pubblico politico». Per impostare adeguatamente la relazione tra i vari soggetti personali e comunitari in una società plurale, compresi anche i soggetti religiosi, occorre perciò ripartire dal principio di comunicazione, da intendersi nel senso più forte, come un fondamentale "mettere in comune" ed "essere in comune" (che per i cristiani è riflesso della comunicazione più radicale, e originante, quella tra le Persone della Santissima Trinità).

Proprio per la sua natura profonda, tale comunicazione non può mai essere presa come un dato scontato, ma va considerata come il frutto di una scelta, per quanto implicita. Si può perciò certamente parlare in proposito di un bene della comunicazione che rappresenta anche il fatto politico primario. In effetti, e malgrado l’abbondanza di voci che sostengono il contrario, per una vita in società occorre comunque un’idea di bene attorno alla quale tutti possano riconoscersi. Ma, come già aveva compreso Maritain, in un contesto plurale tale idea non può essere di fatto ricavata da una concezione teoretica condivisa del mondo, ma coincide con l’innegabile e fondamentale bene dello stesso essere in comune, o se si preferisce, il bene pratico dell’essere insieme. Questa base comunicativa che potrebbe apparire esigua, richiede in realtà condizioni imprescindibili e impegnative. Per comunicare infatti occorre riconoscere l’altro come interlocutore a pieno titolo, senza discriminazione, con giustizia, affinché il politico sia davvero l’ambito in cui i "molti" possono contribuire responsabilmente al bene comune. Ecco perché non convince la presunta neutralità di concezioni e di scelte politiche che escludono ogni riferimento religioso dallo spazio pubblico: l’esito di questo orientamento, infatti, non è un pensiero pratico comune, bensì un minimo comune denominatore rispetto al quale le differenze culturali subiscono una privatizzazione estraniante. È veramente pubblico, e perciò autenticamente aconfessionale, solo quello spazio che scommette sulla libertà dei cittadini, credenti e non credenti e che rende possibile il "raccontarsi", cioè l’intraprendere l’opera di esprimere il significato della propria esperienza, secondo una logica, come insegna Ricoeur, di reciproco, seppur laborioso, riconoscimento. È chiaro che in tale narrazione reciproca i diversi soggetti potranno e anzi saranno invitati ad attingere di volta in volta alle tradizioni a cui appartengono, siano esse religiose o laiche, arricchendo il consenso pratico primario di ulteriori elementi. Per questo occorre abbandonare significati meramente oppositivi ed equivocamente "neutralisti" di laicità: se l’obiettivo del politico è un pensiero pratico comune, anche i cittadini credenti debbono poter dire la loro, a condizione naturalmente di non trasformare il politico nell’etico o nel religioso e di impegnarsi con il loro protagonismo sociale.
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