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LE PREDICHE DI SPOLETO / 1
Consigliare i dubbiosi
Rino Fisichella
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Spoleto, 29 giugno 2013
Riflettere sulle opere di misericordia non è un tema che appartiene ai nostri discorsi quotidiani. Eppure, rappresenta un’esperienza che nei suoi risvolti concreti si fa presente ogni giorno, se siamo ancora capaci di cogliere la realtà che viviamo. La prima considerazione immediata, che viene spontanea alla mente per il credente, è quella di sapere che queste opere, sia corporali che spirituali, sono generate dalla fede. Credere non è aderire a una teoria, ma incontrare una persona. E’ a partire dalla fede che si produce un movimento dinamico che porta ad avvicinare concretamente altre persone nel nome di Cristo. Una fede vissuta, non può non incontrarsi –per usare un’espressione sintomatica di Papa Francesco- con la “carne di Cristo” che si rende visibile in ogni forma di povertà che tocca l’uomo. D’altronde, Gesù ha detto: “Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio” (Mt 7,21). Parole che hanno ispirato in primo luogo gli apostoli i quali a più riprese hanno scritto: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità” (1Gv 3,18), come già raccomandava Giovanni ai primi cristiani. Oppure, le parole ancora più impegnative di Giacomo: “Siate di quelli che mettono in pratica la parola, non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi… Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo?... Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede” (Gc 1,22; 2,14.17-18). In primo luogo, pertanto, nella fede le opere non le parole o le intenzioni rendono evidente l’impegno assunto. 

Le opere di misericordia, come le conosciamo fino ai nostri giorni, hanno un fondamento nella Sacra Scrittura. Per quelle corporali è normativo il riferimento al capitolo 25 del vangelo di Matteo dove, per la maggioranza, sono elencate in maniera esplicita per indicare il giudizio che verrà compiuto sul credente alla fine dei tempi. Per chi ha realizzato queste azioni –come anche a quanti si sono sentiti esonerati dal doverlo fare- risuonerà la parola del Signore: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli lo avete fatto a me” (Mt 25,40). Le opere di misericordia spirituale, invece, sono sparse qua e là nella sacra Scrittura e il loro riferimento, dai profeti ai libri sapienziali e storici, è indice di un permanente atteggiamento richiesto al credente per vivere fin dall’intimo la sua relazione con Dio. 

Le opere di misericordia si trovano per la prima volta nello scrittore ecclesiastico Lattanzio (250-325). Forse, non è per puro caso che si deve far riferimento a questo apologeta. A differenza di altri suoi contemporanei tesi a difendere la fede, infatti, egli preferisce presentare in maniera concreta la vita dei cristiani e i contenuti del loro credo. La sua apologia si fa forte della testimonianza dei cristiani piuttosto che della confutazione delle teorie contrarie. Elenca, comunque, quattordici espressioni della misericordia cristiana: sette corporali e sette spirituali. Già il numero “sette”, ripetuto per ben due volte, intende sottolineare il grande valore simbolico che è raccolto nel testo sacro. Esso indica la completezza. Sta a significare che nulla può essere lasciato al caso nel servizio verso il prossimo. La Chiesa, quindi, è chiamata a prestare attenzione senza distrazione alcuna verso ogni persona che incontra sulla sua strada. Essa ha la vocazione di svolgere il suo servizio disinteressato, non limitandosi solo alle esigenze del corpo, ma guardando in profondità anche a quelle dell’animo. Limitarsi a una sola prospettiva, infatti, impoverirebbe non solo l’impegno concreto ma soprattutto lascerebbe scoperto il fondamento per cui si agisce (cfr. ccc 2447). Le opere di misericordia, pertanto, attestano che la fede guarda sempre alla complessità e globalità della persona; non può mai fermarsi a un solo aspetto parziale.

Ciò che crea fondamento a queste opere è la misericordia. Essa indica il culmina dell’amore, perché attesta la permanente fedeltà che sa giungere fino al perdono e al dono di sé. Come indica la semantica latina, il cuore (cor) prova compassione (misereor). La persona cioè si apre all’esigenza dell’altro e non le fa mancare la sua attiva partecipazione e condivisione. Nel richiamo alla misericordia, come proviene dall’uso biblico, si sottolinea maggiormente la bontà e la tenerezza di Dio. Come si sa, è a partire da questa dimensione che si scoprono i tratti materni dell'amore divino. Dio, che è come un padre per Israele, ama anche con la tenerezza e la premura di una madre. Il ricorso alla misericordia, quindi, indica il percorso qualificante che le opere incarnano: quello dell’impegno più radicale, perché giunge in qualche modo alla condivisione e unità profonda con l’altra persona. In una parola, misericordia è amore che diventa responsabilità. Come la fede non è un’astrazione, ma un’azione che coinvolge tutta la persona, così la misericordia non è solo un nome, ma esprime un volto. Il volto della misericordia è l’amore che non fa preferenze. E’ il volto di chi sa andare incontro a tutti, e non si rifiuta di accogliere chiunque si fa vicino e prossimo. Misericordia sintetizza il Vangelo ed esprime l’essenza di Dio. Non è un caso che il libro dell’Esodo, prima di ogni altra qualificazione, attribuisca a Dio il titolo della misericordia. “Tu sei un Dio misericordioso” (cfr. Es 34,6; Gn 4,2) è l’affermazione lapidaria che il testo sacro ci lascia come un’icona su cui tenere fisso lo sguardo. In questo contesto, infine, non è da sottacere il fatto che la stessa arte nel corso dei secoli ha volute farsi interprete del valore delle opere di misericordia, raffigurandone i suoi momenti salienti. Il Caravaggio ha dipinto le opere corporali, mentre il Canova ne ha prodotta certamente una sull’istruire gli ignoranti; così come Emilio Greco ha voluto istoriare il monumento a Giovanni XXIII con la visita ai carcerati, agli ammalati e alla consolazione degli afflitti. L’arte quindi ha voluto produrre diverse di queste esperienze per indicare, tra l’altro, che quelle forme di vita erano diventate cultura e comportamento quotidiano dei credenti.

Consigliare i dubbiosi è la prima indicazione che ci viene data. Prima ancora di insegnare agli ignoranti e di ammonire i peccatori; di consolare gli afflitti e perdonare l’offesa ricevuta; prima ancora di pregare Dio per i vivi e per i morti e di sopportare con pazienza le persone moleste, viene chiesto di consigliare chi è nel dubbio. Perché questo primato e cosa comporta? Il dubbio -ἀπορία come dice il greco- indica lo stato di incertezza in cui si trova una persona. E’ la condizione di chi non sa scegliere, di chi esita e rimane sospeso perché manca di una visione chiara e sicura. La problematicità della vita si fa sentire nel dubbioso in maniera sconvolgente, così da renderlo debole, insicuro e per questo esposto a ogni sorta di rischio. La vita del dubbioso, purtroppo, oscilla pericolosamente dalla paura all’angoscia, creando situazione di vera sofferenza.
 Il dubbio. E’ con questo tema che abbiamo bisogno di confrontarci noi, uomini moderni, che abbiamo elevato il dubbio a metodo. Soprattutto, da quando Cartesio nelle sue Meditations methaphisiques lo ha fatto diventare chiave di volta per possedere la conoscenza certa. Se un genio malefico può divertirsi ad ingannare gli uomini, creando l’illusione che stanno vivendo realmente un’esperienza concreta, mentre è solo un sogno, allora è necessario abbattere questo dubbio per possedere la conoscenza che dia certezza esistenziale. E’ per questo che Voltaire nel suo potrà scrivere circa un secolo più tardi: “La certezza fisica della mia esistenza, di pensare e di sentire, e la certezza matematica hanno lo stesso valore” (Dizionario filosofico, 163). Descartes, comunque, ha bisogno di far diventare certezza almeno il fatto di pensare: “Mentre rigettiamo tutto ciò di cui possiamo dubitare e immaginiamo perfino che sia falso… non sapremmo impedirci di credere che questa conclusione Penso, dunque sono, non sia vera e per conseguenza non sia la prima e più certa conclusione che si presenta a colui che conduce i suoi pensieri con ordine” (Principia philosophiae, I,7). 

Cartesio, su questa problematica aveva un buon maestro, anche se non lo ha seguito fino in fondo. Il suo nome era Agostino. Ben presente al filosofo erano le pagine del De vera Religione dove il vescovo di Ippona esortava a rientrare in se stesso, nell’intimo, per poter approdare alla verità. “Non è la verità che giunge a se stessa con il ragionamento –sosteneva Agostino- ma è la verità che cercano quanti usano la ragione”. E per esplicitare al meglio l’intuizione, scrive una di quelle pagine che rimarranno come punto di riferimento insuperabile nella storia del pensiero: “Se non ti è chiaro ciò che dico e dubiti che sia vero, guarda almeno se non dubiti di dubitarne; e, se sei certo di dubitare, cerca il motivo per cui sei certo… chiunque comprende che sta dubitando, comprende il vero e di ciò che comprende è certo; dunque è certo del vero. Ciò vuol dire che chiunque dubita dell'esistenza della verità, ha in se stesso il vero, per cui non può dubitarne. Ma il vero è tale unicamente per la verità; perciò non deve dubitare della verità chi ha potuto dubitare per qualche motivo” (De vera religione, 39,73). In una parola, il valore positivo del dubbio è sostenuto per la possibilità intrinseca al dubbio stesso di giungere alla verità come punto di non ritorno per una conquista personale, forse faticosa e sofferta, ma tappa ineliminabile nella tensione verso la verità tutta intera e la costruzione di se stessi.

Come si può osservare, la validità del dubbio ha un suo spazio, possiede valore e merita di essere argomentato. L’estensione del dubbio oltre misura, tuttavia, non consente all’uomo di ritrovare più se stesso e di dare alla sua vita il fondamento e la certezza di cui ha bisogno. Il dubbio va in qualche modo sostenuto purché giunga a cogliere la verità che ricerca. Il fine a cui tendere, dunque, è la verità non la permanenza infinita nel dubbio. In questo contesto, non si può trascurare il dubbio che entra nella mente del credente circa i contenuti della sua fede. Questo dubbio è paradossale e contraddittorio, perché chi crede non può dubitare. Il cristiano vive con la certezza della verità che accoglie liberamente nella sua vita, e sa che questa gli è data attraverso la rivelazione di Dio. Per dirla con s. Anselmo, chi crede fa esperienza di Dio e quindi ha certezza della sua verità. Ciò che muove a conoscere e dare fondamento non è altro che il desiderio stesso della fede di voler conoscere di più. 

La ricerca della verità, quindi, è un dovere di carità e la vicinanza al dubbioso è una responsabilità che chi ama non può rifiutare di offrire. Al contrario, la ricerca e la condivide perché il cammino verso la verità non è mai un percorso solitario, ma sempre un sentiero condiviso. Forse, in alcuni momenti potrà anche interrompersi, ma rimarrà inalterata e sempre presente la cima verso cui tendere. Si comprende perché la Chiesa consideri un’opera di misericordia, pertanto, stare vicino al dubbioso e con lui instaurare il dialogo perché la verità prenda corpo, la mente si illumini e la volontà diventi capace di scegliere.

Ciò che entra in gioco, alla fine, è l’esercizio della libertà. Il dubbio abilita alla scelta, ma questa va sostenuta dalla verità trovata. Quest’opera di misericordia ha un valore profondamente antropologico. L’essenza dell’uomo è messa in questione con il dubbio, la verità e la libertà raggiunte gli restituiscono dignità. Per alcuni versi, è proprio Pascal che riesce a portare in equilibrio la nostra problematica quando scrive: “Bisogna saper dubitare quando è necessario, affermare quando è necessario e sottomettersi quando è necessario. Chi non si comporta così, non capisce la forza della ragione. Ci sono persone che sbagliano contro questi tre principi o affermando tutto come apodittico, perché non si intendono di dimostrazione; o dubitando di tutto, perché non sanno a chi bisogna sottomettersi; o sottomettendosi in tutto, perché ignorano quando si deve giudicare” (268). Queste parole sono preziose perché esprimono nello stesso tempo la forza della ragione, sia quando si fa padrona con il dubbio sia quando sa accettare il suo limite di non poter andare oltre.

Se nessuno me lo chiede, posso dare un consiglio? E richiederlo non è forse segno di debolezza? Con quanto distacco ci si può sentire trattati quando, dando un consiglio, ci viene risposto che non era mai stato chiesto? Cosa ci ha spinto a darlo e come è stato recepito? Interrogativi non affatto estranei al vivere quotidiano. Se ne fece interprete anche un cantautore che sapeva andare al cuore dei nostri comportamenti, Fabrizio de André, quando in Bocca di Rosa scrisse: “Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente dà buoni consigli quando non può dare il cattivo esempio”. D’altronde, è proprio la sacra Scrittura che afferma: “Guardati da un consigliere e informati quali siano le sue necessità” (Sir 37,8). Che fare, dunque?
E’ sempre l’autore sacro che indica il percorso da seguire. Da una parte, suggerisce di compiere il discernimento perché non accada che il consigliere si trasformi in un solerte interessato al proprio guadagno e accondiscenda solo a quanto uno vuole sentirsi dire: “Egli nel consigliare penserà al suo interesse… e dice: “La tua via è buona”, poi si terrà in disparte per vedere quanto ti accadrà” (Sir 37,8-9). Dall’altra, viene dato l’identikit del vero consigliere: “Frequenta spesso un uomo pio che tu conosci come osservante dei comandamenti e la cui anima è come la tua anima; se tu inciampi, saprà compatirti” (Sir 37,12). In una parola, si delinea lo stato d’animo del dubbioso, che per l’autore sacro non è affatto passivo, al contrario; mentre viene descritto il volto del vero consigliere. Egli dovrà avere credibilità per essere trasparente tra il suo dire e il suo agire. Non è un caso, comunque, che il testo sacro concluda la sua descrizione con il ricorso a rientrare in se stessi per trovare la via della verità: “Segui il consiglio del tuo cuore, perché nessuno ti sarà più fedele di lui. La coscienza di un uomo talvolta suole avvertire meglio di sette sentinelle collocate in alto per spiare. Al di sopra di tutto questo prega l'Altissimo perché guidi la tua condotta secondo verità” (Sir 37,13-15).

Il consiglio verso il dubbioso, a questo punto, giunge come espressione di amore. Si ritorna, infatti, al cuore, alla condivisione e alla misericordia come forma e anima dell’agire cristiano. Solo così le nostre parole entrano nell’intimo della mente e chi le riceve si sente amato prima ancora che giudicato. Fuori da questo orizzonte, il rischio di chiedere un consiglio per ricevere solo l’approvazione a quanto abbiamo già deciso, oppure di dare un consiglio per mostrare la nostra superiorità è sempre all’erta. E’ urgente, invece, farsi carico dell’altro, diventare solidale con lui, e per paradossale che possa sembrare, dubitare e ricercare con lui. Non con l’arroganza di chi ha già raggiunto la verità, ma con la passione e il desiderio di ricercarla insieme, pur sapendo di avere ricevuto già in dono la certezza della fede. E poiché “la fede viene dall’ascolto” (Rm 10,17) è necessario che chi è chiamato a dare consiglio sappia far tesoro del silenzio. Prima di indicare la strada che un altro deve percorre è necessario che io per primo abbia fatto quel percorso perché la mia parola sia credibile e il consiglio offerto efficace.

Se guardiamo al presente, alla fine, potremmo dire che oggi più che mai il compito di quest’opera di misericordia non sia più solo quello di dare una certezza per andare oltre il dubbio. Probabilmente, è venuto il momento di diventare noi provocatori di dubbio. Con ragione, se leggiamo con attenzione questi nostri decenni, N. Bobbio scriveva: “Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze” (Politica e cultura, 1955). In ogni nostra azione, soprattutto quando in gioco vi è il senso della vita e il futuro che dobbiamo costruire, non sarebbe fuori luogo porre al termine della nostra riflessione un punto interrogativo. Ciò diventa obbligatorio quando per troppo tempo sono stati dati per ovvi e scontati alcuni contenuti del vivere sociale e pubblico. Il dubbio, ad esempio, se come stiamo vivendo sia veramente degno dell’uomo e crei un vero progresso. Il dubbio se questa cultura porterà realmente a uno sviluppo coerente dell’umanità oppure se la sottoporrà a una nuova forma di schiavitù che la priva della dignità fondamentale, quale la sua libertà personale che non può coincidere con il proprio diritto individuale. Il dubbio se stiamo andando nella giusta direzione. Il dubbio per tendere ad andare oltre i luoghi comuni e sviluppare una conoscenza più critica, forte della tradizione precedente, e più solida nella sua espressività. Il dubbio, insomma, se non sia giunto il momento di una reale e radicale svolta nei nostri comportamenti oppure se dobbiamo attendere ancora il momento favorevole. Questo dubbio diventa responsabilità che non delega ad altri il compito di farsi consiglieri credibili e strumento vivo di rinnovamento in vista del futuro delle giovani generazioni.
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