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Pio XI e l’idea di Chiesa moderna
Gianfranco Ravasi
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Il 2014 vede aggregarsi una sorta di piccolo grappolo di commemorazioni attorno alla figura di Pio XI, scandendo tappe diverse della sua esistenza. Intendiamo subito riferirci al primo elemento biografico più vicino a noi, il 75° della morte, avvenuta il 10 febbraio 1939.

Egli ora riposa nelle Grotte Vaticane sotto un monumento funebre dello scultore Francesco Nagni (1897-1977) che lo rappresenta deposto nella ieratica fissità sia della salma avvolta nei paramenti pontificali sia del candore del marmo. In quel momento finale, così come oggi a distanza di tre quarti di secolo, il giudizio sul suo papato risultava molto complesso perché quei 17 anni erano stati particolarmente densi e gravi. Infatti da quel 6 febbraio 1922 quando al quattordicesimo scrutinio, dopo un conclave aperto alle ore 18 del 2 febbraio, Achille Ratti era stato eletto col nome di Pio XI, si era snodato un pontificato dai profili molteplici.

Dal punto di vista meramente metodologico, si deve riconoscere che nella ricostruzione di quell’itinerario è necessario coinvolgere non soltanto gli storici, ma anche i teologi, gli esperti di politica e i pastoralisti e persino gli scienziati, se solo si pensa alla costituzione della Pontificia Accademia delle Scienze il 28 ottobre 1936. Tanto per esemplificare, è facile risalire col pensiero (nel fluire degli anni antecedenti a quel 10 febbraio 1939) allo straordinario impegno teologico legato alle sue molteplici encicliche, attente a sondare, vagliare e a giudicare il mutamento epocale che stava consumandosi nella società e nella cultura.

Ma proprio attorno a quella morte si è raggrumato l’interesse storiografico per gli ultimi suoi atti espliciti e incompiuti. Facile è evocare la reazione di Papa Ratti nei mesi precedenti all’ondata di paganesimo nazista e di antisemitismo che stava fluendo dalla Germania hitleriana sull’Europa. Il discorso del 6 settembre 1938 ai pellegrini della radio cattolica belga, all’indomani dei primi provvedimenti razziali fascisti, fu emblematico sia per la passione sia per il messaggio espresso in quelle parole che sono diventate simboliche: «Noi siamo della discendenza spirituale di Abramo..., noi siamo spiritualmente dei semiti».

Un pronunciamento di incompatibilità netta del razzismo e dell’antisemitismo con la tradizione cristiana che è radicata nella Bibbia. Come segnala lo storico Giovanni Miccoli, fu questa «una dimensione di contrapposizione e di rifiuto dell’antisemitismo che è essenzialmente nuova nel magistero ecclesiastico».

A questo poi si dovrebbe aggiungere la complessa vicenda della progettazione di un’enciclica contro il razzismo e l’antisemitismo, che è stata oggetto di varie analisi storiografiche riguardo al suo tormentato processo di elaborazione. Tutto, comunque, ebbe inizio a fine giugno 1938 e quindi alle soglie della data finale che stiamo ora considerando. Infatti fu allora che Pio XI affidò al gesuita americano John La Farge (1880-1963) il compito di abbozzare un’enciclica su quell’argomento, esponendogli però già «il tema nelle sue grandi linee, il metodo da seguire, i principi da osservare».

Al di là dell’esito finale e delle relative discussioni, rimane indubbia la consapevolezza di Papa Ratti nei confronti di un veleno che stava diffondendosi e che egli aveva già per certi versi denunciato nella precedente e ben nota enciclica Mit brennender Sorge del 14 marzo 1937. Questa, tra le tante del suo magistero, è una delle eredità che la Chiesa deve continuamente raccogliere e rendere feconda, anche attraverso il rimando alle Sacre Scritture anticotestamentarie oltre che nella lotta contro ogni rigurgito razzistico e contro ogni forma di discriminazione e di intolleranza religiosa e sociale.

La seconda data che commemoriamo nel nostro percorso a ritroso nella biografia del Papa di Desio è l’85° anniversario dei Patti Lateranensi siglato l’11 febbraio 1929, un evento che è stato oggetto di un’imponente analisi e che ha ricevuto i più disparati giudizi, ma che continua (sia pure con la revisione del 1984) a essere uno strumento valido nella relazione tra Chiesa e Stato. Come scriveva Francesco Margiotta Broglio, «grazie al trattato con l’Italia fascista nel 1929 il Papa era riuscito, da una parte, a chiudere la questione romana - aprendo spazi sempre più grandi per una presenza della Chiesa nella società italiana -, dall’altra, a recuperare, grazie alla pur quasi simbolica sovranità territoriale, una posizione di primo piano nella comunità internazionale, che dette al papato un’udienza mai conosciuta sia a livello di governi sia di pubbliche opinioni, e gli consentì di sviluppare ampiamente il sistema delle rappresentanze diplomatiche».

Pio XI fu un vero artefice nell’azione concordataria e la lista degli accordi è per molti versi impressionante: oltre a quello con l’Italia, si registrano precedentemente nel 1922 il concordato con la Lettonia, nel 1924 quello con la Baviera, nel 1926 con la Polonia, nel 1927 quelli con la Lituania e con la Romania, nel 1928 con la Cecoslovacchia, nel 1929 con la Prussia, nel 1932 col Baden, nel 1933 i concordati austriaco e germanico, nel 1935 con la Iugoslavia. Si devono, poi, aggiungere gli accordi parziali con la Francia nel 1924 e 1926 e col Portogallo e con l’Ecuador nel 1937. È noto che questo regime perdura nella prassi "politica" della Santa Sede con una sua validità teorica e pratica e ha segnato nei pontificati successivi altre attuazioni e nuove tipologie.

È, tuttavia, altrettanto noto che non sono mancate critiche anche in ambito teologico. Certo è che questo istituto si colloca all’interno di un discorso molto più ampio e delicato, quello del rapporto tra fede e politica e tra religione e laicità. Su questo tema, anch’esso oggetto di ricerche approfondire e di taglio differente, vorremmo suggerire ora una riflessione essenziale e sintetica di indole metodologica, partendo da un testo evangelico capitale, in pratica dall’unico pronunciamento politico esplicito di Gesù. Egli viene, infatti, provocato dai suoi avversari a intervenire sulla questione fiscale, ossia sul tributo imperiale da versare da parte dei cittadini dei territori occupati da Roma, un tema sul quale interverrà anche san Paolo in un passo veramente sorprendente della Lettera ai Romani (13,1-7).

La replica di Cristo ai suoi interlocutori è lapidaria: Tá Káisaros apódote Káisari kai ta Theoú Theó, «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». Si può leggere l’episodio sia nel Vangelo di Matteo (22,15-22), sia in quello di Marco (12,13-17) o di Luca (20,20-26). Risposta tagliente e a prima vista netta nel tracciare una linea di demarcazione che dovrebbe esorcizzare ogni teocrazia (la shari’a musulmana, per la quale il codice di diritto canonico diventa il codice civile, non è evangelica) e ogni cesaropapismo.

Tuttavia, il discorso è più sofisticato e complesso se si tiene conto della parabola in azione che Gesù sviluppa attorno a quella frase. Si delinea un profilo specifico dell’area "di Dio" distinta da quella "di Cesare". Si tratta della tutela della dignità superiore e inalienabile della persona e della sua natura intrinseca: la libertà, le relazioni, l’amore, i grandi valori etici assoluti della solidarietà, della giustizia, della vita non possono essere meramente funzionalizzati all’interesse politico-finanziario e piegati esclusivamente alle esigenze delle strategie del sistema o del mercato.

La missione dei profeti biblici e dello stesso Cristo è stata appunto quella di essere una sentinella sulla frontiera tra Cesare e Dio, proprio nella difesa di questi valori. Memorabile è il «Non ti è lecito!» che Giovanni Battista grida all’arroganza del potere del re Erode Antipa. Martin Luther King nel suo scritto Forza di amare, affermava: «La Chiesa non è la padrona o la serva dello Stato, ma è la sua coscienza».
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