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POLEMICA
Palatucci: a difesa prove concrete
Angelo Picariello
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«Quando ebbe coscienza che nelle sue mani di funzionario addetto al controllo degli stranieri, stavano, in gran parte le sorti degli ebrei di Fiume, non esitò a prendere posizione conforme alla sua posizione di cristiano e di italiano».

Chi scrive queste cose di Giovanni Palatucci, non è un agiografo cristiano, o uno studioso della Polizia a caccia di nuovi eroi, ma un ebreo antifascista come Settimio Sorani. Scomparso nel 1982, sapeva di che cosa parlava. Fu infatti responsabile a Roma della Delasem, associazione di assistenza ebraica operante durante le leggi razziali, prima tollerata dal regime, poi ripiegata in clandestinità.

Parlare del cosiddetto "Canale fiumano" comporta anche parlare della non del tutto investigata resistenza alle leggi razziali di settori dell’esercito italiano nei territori occupati del litorale dalmata, come nella Francia meridionale, dove la Delasem aveva una sua mappatura di funzionari di polizia e autorità di confine compiacenti, sì da mettere in campo una massiccia attività di salvataggio che vide in Palatucci un terminale fondamentale.

Scriveva ancora Sorani: «A Fiume continuò l’afflusso segreto degli ebrei profughi dall’Europa invasa, che prese proporzioni ampie dopo l’invasione nazifascista della Jugoslavia. Secondo le disposizioni del prefetto Testa, che fungeva pure da commissario di Stato per i territori jugoslavi aggregati alla Provincia di Fiume, gli ebrei fuggenti dovevano essere colti come in trappola. Grazie invece alla collaborazione di soldati e ufficiali della Seconda Armata la trappola non funzionò». Palatucci «ufficialmente li faceva apparire irreperibili, mentre poi li muniva di documenti alterati». Così «provvide ad allontanarli da Fiume alla chetichella».

Ora si vorrebbe riscrivere la storia con l’operazione singolare di un’indagine nata in Italia e rimasta senza seguito, recepita poi in maniera acritica dal Centro Primo Levi di New York. Operazione (rilanciata dal New York Times e ora anche da Le Monde) contro la quale già si sono pronunciati autorevoli esponenti della cultura ebraica, come la storica Anna Foa, sull’Osservatore Romano, confermando le giuste motivazioni che portarono a nominare Palatucci Giusto delle Nazioni nel 1990.

La Delasem poté operare grazie all’afflusso massiccio di fondi dai confratelli degli Stati Uniti, e chissà come reagirebbe oggi Sorani a vedere che proprio dagli Usa arriva questa ondata di fango su questo eroe che gli ebrei stessi avevano tolto dall’oblio.

Massimo Occello, ex funzionario del Viminale, per 15 anni direttore della rivista Polizia moderna, oggi manager privato e collaboratore di alcuni quotidiani in Trentino, fu vice-responsabile del gruppo di Studio che la Polizia mise in campo a fine anni ’90, dopo, molto dopo, che si erano mossi gli ebrei, e prima dell’apertura del processo di canonizzazione. «Vennero da me, inviati dal capo della Polizia Masone, Adolfo Perugia, studioso ebreo dell’Associazione Miriam Novitch, il pittore e storico ebreo Geoges de Canino, e il giornalista Goffredo Raimo. Erano arrabbiati per come veniva sottovalutata questa figura». Raimo era un docente-pubblicista di Avellino che, complice il destino (per aver visto intitolata a Palatucci la strada in cui lui abitava, sede della questura nel capoluogo irpino) si imbatté in questo personaggio e iniziò un lavoro incessante, che portò al conferimento nel 1995 della medaglia d’oro al merito civile per Palatucci.

«Ma Masone si rese conto, forse, in modo preveggente, che un’indagine del genere poggiata per forza di cose su fonti per lo più orali, avrebbe potuto vacillare sull’onda di una campagna di detrattori. E c’era da far presto, tanti testimoni stavano scomparendo». Per questo fu messo in piedi quel gruppo di studio, che, diretto da un questore, poi nominato prefetto, Antonio Pagnozzi, organizzò il lavoro con metodo "poliziesco", con filmati, registrazioni e verbali. «Sentimmo funzionari collaboratori, salvati, parenti di salvati. In Italia, in gran parte, ma ci recammo anche all’estero, in Canada, in Israele. È un patrimonio che andrebbe ora messo a disposizione di chi vuole approfondire il caso».

Una nuova commissione di studio è in fase di definizione a opera della Polizia, d’intesa con la comunità ebraica e i cappellani della polizia. Ma qualche domanda, per obiettività e serenità d’indagine, andrebbe subito posta, a sfatare ovvietà risapute spacciate negli Usa come novità clamorose. Essendo nota la linea integerrima, e crudele, dei superiori di Palatucci (il prefetto Testa e il questore Genovese) c’era altro modo che rapportarsi con loro, per restare al suo posto di commissario dell’ufficio stranieri, per 7 anni? E una volta scappati da Fiume, dopo l’armistizio, tutti i fascisti veri, e diventato questore reggente, Palatucci poteva restare lì (resistendo fra l’altro alle delazioni della Milizia fascista) senza rapportarsi con i tedeschi, che avevano nel frattempo occupato quei territori dando vita al Litorale Adriatico? Insomma si pretenderebbe che Palatucci avesse salvato degli ebrei (5 o 5 mila che fossero) da "abusivo" nella questura?

Nella foga polemica Marco Coslovich, lo storico triestino autore degli studi rimbalzati a New York, è arrivato persino a irridere al titolo della prima biografia di Raimo, scomparso pochi anni dopo la pubblicazione (A Dachau per amore) alludendo al salvataggio dell’amica ebrea di Palatucci Mika Eisler, e di sua madre, utilizzando il canale svizzero che il console amico del commissario gli aveva messo a disposizione per mettersi in salvo. Coslovich allude, insomma, a un presunto movente amoroso per la deportazione, ma omette di spiegare come mai, in tal caso, non si sarebbe messo in salvo con la sua amica.

Ma allora accanto ai tanti salvataggi acclarati (Elena Aschkenasy con i suoi parenti, Rozsi Neumann, i genitori di Renata Conforty, la famiglia Berger, le sorelle Ferber, solo per citare alcuni testimoni diretti) forse sarebbe il caso di calcolare anche quelle due donne fra i salvati, evitando ironie. Ricorda Occello: «Palatucci, mi disse Raimo, che poté parlare con lei, tornò a Fiume per amore dell’umanità. Degli ebrei, degli agenti che avrebbe abbandonato altrimenti al suo destino, e di tanta gente che aveva ancora bisogno di lui, in quei giorni bui».
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