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INTERVISTA
L’oggetto multiuso e le derive del design
Leonardo Servadio
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Orgoglio dell’Italia contemporanea, prolungamento nel mondo industriale della sensibilità creativa, il design si trova di fronte a un bivio: o prosegue «con lo snobismo, le pazzie post-radicali, il feticismo digitale, l’assunzione di tutto e di più, senza alcun riscontro con la sua cultura materiale, oppure è necessario ripensare seriamente a quel “progetto moderno” rimasto un processo storico incompiuto»: questo afferma perentoriamente Renato De Fusco, docente emerito di storia dell’architettura a Napoli e uno tra i maggiori esperti di design. Sul futuro di questa disciplina ha appena pubblicato Design 2029. Ipotesi per il prossimo futuro (FrancoAngeli, pp. 134, euro 19,00). Dove la cifra, 2029, indica la data in cui ricorrerà il suo centesimo compleanno ed esprime l’ironico disincanto dell’autore, cui chiediamo di spiegarci meglio l’intento del recente volume.

Quale il rapporto tra design e cultura?
«Il design può essere inteso in due modi: come attività di produzione di manufatti, oppure come elaborazione intellettualistica che diventa comunicazione, messaggio, “progetto dei servizi” per esempio in campo turistico. I giovani privilegiano questa seconda tendenza. Io protendo per la prima. Il rapporto con la cultura dell’epoca è immediato e inevitabile».

Del recente passato, alcuni oggetti sono diventati simboli: la Vespa, la Lettera 22...
«Era un’altra epoca: quella del boom, gli anni ’50 e ’60. Sono oggetti che hanno rappresentato innovazioni importanti: per dire, sulla Vespa si poteva stare seduti normalmente, non a cavalcioni come sulle motociclette. E c’era l’Isetta, la microautomobile con un unico portellone anteriore dotato di comandi snodati: si infilava dovunque, parcheggiava in spazi di poco superiori a quelli di una moto... oggi farebbe furore. Ma forse ancora più espressivi di quel tempo sono gli elettrodomestici, la cui industria fiorì imponente: l’elettrodomestico stava all’Italia come l’orologio alla Svizzera. Nel design si uniscono estetica (non l’arte, beninteso, che è creazione di un singolo oggetto) e produzione in serie: per dirla ancora con uno slogan, il design sta a Milano come il Rinascimento a Firenze. E in quell’epoca l’Italia era all’avanguardia».

Oggi prevalgono altre tendenze, come quella orientale, consona col minimalismo...
«Non a caso molti designer minimalisti americani sono di origine asiatica. Del resto già nell’800 l’influsso orientale sulla produzione occidentale era notevole: e quella era anche l’epoca in cui, con William Morris, in Inghilterra nasceva il design... anche se poi questo prosperò in particolare in Germania e Stati Uniti. Perché il design è più forte dove maggiore è la forza della produzione industriale».

Ma quella era industria pesante, oggi prevalgono l’elettronica e l’informatica e si va verso la dematerializzazione...
«Questa è la tendenza attuale, legata alla miniaturizzazione e alla produzione di oggetti dalle molte funzioni, il cui esempio più ovvio è dato dai telefonini. Il problema è che con questi oggetti polifunzionali il design perde di semanticità, e così si svuota. Perché il suo senso sta nella funzione dell’oggetto: e se l’oggetto ha tante funzioni diverse il suo disegno perde la capacità di rappresentarlo. Se, nella logica del computer, tutto si riduce alle icone, come scatole cinesi che nascondono diverse altre funzioni, l’oggetto materiale diventa un semplice supporto, secondario rispetto alle funzioni che contiene. Per spiegare: se acquisto un telefono portatile, desidero un telefono, con una tastiera ben riconoscibile e facilmente usabile, con un auricolare e un microfono. Non uno schermo anodino...».

Ma da un po’ di tempo prospera anche il design tedesco, con la sua carica di efficienza...
«È per questo tipo di approccio che faccio il tifo. Negli anni ’50 anche in Italia c’era la ricerca dell’efficienza. Oggi non è più così: si insegue la novità a tutti i costi. Ma scade il livello. Anche in campo universitario si risente di questo problema: aumentano e si specializzano i corsi, ma si insegna meno. Siamo arrivati a un eccesso di sovrastrutture».

Lei avversa il noto slogan "dal cucchiaio alla città" perché?
«Perché il cucchiaio si vede, e si può progettare. La città cresce da sola, ed è troppo grande, troppo frutto di complesse interazioni, per poter essere progettata. L’opera del designer è assimilabile a quella dell’artigiano, e tale dovrà restare. E dar luogo a oggetti chiaramente identificabili per la loro funzione: minimi ma di chiara leggibilità. Oggetti che durano nel tempo, non usa-e-getta. Il vero oggetto di design è quello il cui uso si comprende in modo immediato: si tiene l’oggetto, si gettano le istruzioni per l’uso. Il segreto del design sta nel generare forme tali che di per sé esplicitino la funzione. Fuori da questo non c’è design. Né oggi, né mai».
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