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Barcellona - Ricci Sindoni
Nella crisi, imbarcati come sul Titanic
Marina Corradi
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«Emergenza antropologica: per una nuova alleanza tra credenti e non credenti» è il titolo del volume edito da Guerini e Associati (pagine 152, euro 16,50) in cui Pietro Barcellona, Paolo Sorbi, Mario Tronti e Giuseppe Vacca hanno raccolto i contributi scaturiti dalla pubblicazione su «Avvenire» del 16 ottobre 2011 di una loro lettera aperta e controcorrente sulla necessità di dialogo fra sinistra e mondo cattolico a partire dalle più scottanti questioni bioetiche e antropologiche affrontate dal magistero di Benedetto XVI. Non a caso c’è chi ha parlato di «marxisti ratzingeriani». Per approfondire il dibattito «Avvenire» ha promosso una serie di incontri tra ciascuno dei quattro firmatari e altri importanti intellettuali. Oggi, dopo le conversazioni tra Vittorio Possenti e Mario Tronti e tra Paolo Sorbi e Mauro Magatti, ecco il faccia a faccia tra i filosofi Pietro Barcellona e Paola Ricci Sindoni. Chi volesse rileggere le puntate precedenti le trova in un apposito link sul sito internet www.avvenire.it

Nella lettera Emergenza antropologica, per una nuova alleanza fra credenti e non credenti, pubblicata su “Avvenire” un anno fa, il professor Barcellona, insieme con Paolo Sorbi, Mario Tronti e Giuseppe Vacca, affermava che la manipolazione della vita permessa dalla biotecnologia appare come «la manifestazione più grave e la radice più profonda della crisi della democrazia».

La consapevolezza della profondità di questa sfida esiste secondo voi oggi anche fra intellettuali e politici laici, o la deriva radicale è più forte e incontrastabile?

PIETRO BARCELLONA:
«Sicuramente è in campo un’offensiva volta ad affermare l’oggettività di tutto ciò che accade, riducendo così il mondo delle rappresentazioni mentali, degli affetti e dell’intenzionalità ad un’illusione. Al di là delle conseguenze drammatiche sul piano delle relazioni interpersonali e su tutto ciò che abbiamo considerato senso e motivazione individuale e collettiva, mi sembra evidente che una soppressione della dimensione soggettiva ed ermeneutica dell’essere umano cancella la nozione di libero arbitrio e di libertà d’espressione. Tutto questo dovrebbe indurre a riflettere sui nessi profondi che uniscono anche i pensieri, apparentemente più lontani, della vita pratica, alle forme politiche della convivenza e alla costruzione di regole la cui violazione implica colpa e responsabilità».

PAOLA RICCI SINDONI: «Il paradigma oggettivante della razionalità tecnoscientifica, colta come tipologia indiscutibile della ragione, ha prodotto per contrasto- a mio avviso-  una enfatizzazione della soggettività nell’ordine delle scelte individuali, creando una dittatura del desiderio. Sembra che la riflessione culturale ed antropologica non sia riuscita a tenere il passo nei confronti della più veloce evoluzione della scienza, così che la vita è divenuta un bene di consumo, avulso da ogni legame intersoggettivo di natura sociale e politica. Questa deriva è radicale, ma non insormontabile".

Ritenete possibile che si possa arrivare a una definizione di "valori non negoziabili", in ambito bioetico, condivisa da laici e credenti?  E su quali basi questa sintesi potrebbe realizzarsi?

BARCELLONA:
«Ho sempre ritenuto che i valori non siano un oggetto senza tempo della filosofia morale e, pur essendo convinto che non possa esistere una società senza valori, penso che debbano essere sempre incarnati nella pratiche di vita degli esseri umani nei loro rapporti reciproci. L’essere umano è costretto a vivere di valori, ma deve cercarne i significati autentici nel suo rapporto con il prossimo. Ogni società, ogni epoca, si struttura attorno ad un valore fondativo condiviso, anche inconsapevolmente, da gran parte del gruppo sociale; tale valore "nucleare" non è, in effetti, né negoziabile, né non negoziabile, poiché fissa lo statuto antropologico dell’epoca di cui è espressione. Negoziare questo genere di valori significherebbe mettere in discussione lo stesso statuto antropologico di una società. Ciò non impedisce tuttavia che le dinamiche storiche possano produrre l’oblio nella pratica e l’avvento di nuovi principi. È proprio quello che sta drammaticamente accadendo, con l’assunzione del valore monetario ad unico valore dell’essere umano».

RICCI SINDONI: «I valori non sono, per me, frutto di convenzioni culturali e sociali, abiti etici continuamente rinnovabili, ma l’esplicitazione, anche in sede di vita pratica, di un’ antropologia che li garantisce e li sostiene. Quando questa è ispirata da una visione religiosa trascendente, come il cristianesimo, certi valori non possono che essere "irrinunciabili", pena la perdita della stessa concezione dell’umano. Per attivare una sana pratica dialogica è necessario, però, ritrovare una intesa tra i credenti e no credenti, alla luce di una ragionevolezza argomentata e convincente».

Nella lettera si parla della necessità di passare da una cultura dei diritti a una cultura della responsabilità - passaggio che sarebbe davvero rivoluzionario. Ma per far questo non occorre recedere dall’individualismo per passare a un "noi", a uno sguardo plurale? In nome di che cosa si potrebbe rinunciare all’ individualismo quasi idolatrato che ci domina?

BARCELLONA:
«Nei miei studi mi sono sempre orientato ad una critica radicale dell’individualismo, che considero realisticamente inconsistente: sin dalla nostra nascita il rapporto con la madre istituisce una struttura relazionale della persona. Il problema, quindi, non è costituire entità superiori alle persone, ma sviluppare il riconoscimento di beni e cose che non siano disponili all’appropriazione umana. L’atto fondativo di una polis è l’istituzione di una misura che permetta di distinguere ciò che è appropriabile, da ciò che appartiene a tutti. Rispetto a questa misura espressa dalle pratiche sociali, ciascuno è responsabile, poiché in questa misura risiede la ragion d’essere della convivenza».

RICCI SINDONI: «Sono d ’accordo con Barcellona, con una precisazione: la responsabilità politica può, deve diventare una pratica condivisa, quando si riesca ad attivare una nuova stagione culturale che metta al centro l’ attrazione verso i "doveri", intesi come risposte necessarie e inderogabili nei confronti del mondo "sempre" plurale. Il dovere di aderire ai doveri diventa in tal senso la chiamata ad una convivenza virtuosa e può diventare l’antidoto alle spinte idolatriche dell’individualismo».

Oggi, un anno dopo la lettera, quale area politica, in campo laico, potrebbe maturare questo  pensiero che sappia conciliare prospettiva credente e non credente, in un "umanesimo condiviso"? (Il dubbio è che nella disgregazione cui assistiamo non ci sia posto, né una coscienza politica abbastanza elevata, per un dibattito etico di questa portata).

BARCELLONA:
«Questo dibattito può nascere soltanto dalla consapevolezza del carattere catastrofico del modello di vita e di consumo in cui siamo globalmente immersi. Chi non percepisce che siamo nella condizione dei passeggeri del Titanic, non può neanche provare interesse per un discorso che non può essere sviluppato a partire da interessi economici. Ritrovare una condivisione rispetto alla questione della condizione umana è una necessità esistenziale, altrimenti si parla una lingua che non corrisponde a nessuna koiné, a nessuna "lingua comune", e quindi di fatto non si parla. Se non si ritrova una lingua comune con cui discutere pubblicamente, ogni spazio politico è destinato a scomparire; solo condividendo uno spazio mentale e un territorio comuni, gli esseri umani possono gestire produttivamente la conflittualità che esprimono nei rapporti fra generi e generazioni».

RICCI SINDONI: «Se la politica non ritrova le ragioni di un umanesimo condiviso, che si costruisce con spirito di collaborazione (che lezione ci viene dagli estensori della Carta costituzionale!),  non potrà più intercettare la realtà e con essa la giustificazione essenziale del suo essere. Una strada è certo quella di abbandonare il linguaggio stereotipato e logoro, per ritrovare parole dense, capaci di ridire le ragioni buone della vita comune. Ma non è tutto: senza una chiara "visione"  del progetto politico, non si va da nessuna parte. Questa sfida sta davanti ad ogni area politica che la sappia bene interpretare. Non si tratta solo di convincere l’elettorato, ma di difendere e di attivare ciò che conta per tutti».

Nella lettera si accenna alla "emergenza educativa". Tra i primi "educatori" oggi, che lo si voglia o no, ci sono i media. A voi non sembra che anche la categoria dei giornalisti avrebbe un profondo bisogno di riflettere su cultura dei diritti/ della responsabilità, come anche sulla tenuta della "sostanza etica " del regime democratico evocato nella chiusura della lettera? 

BARCELLONA:
«Il problema dei media è più in generale quello della funzione intellettuale in una società. Se gli intellettuali trasmettono negatività e opportunismo - due cose che stranamente vanno spesso insieme - tutto il processo educativo collettivo risulta falsato, poiché le parole adoperate per comunicare sono prive di ogni autenticità e non aiutano certo ad apprendere l’arte di entrare in contatto con la realtà esterna. Il conformismo degli intellettuali e l’assenza di ogni senso di responsabilità verso il pubblico di stampa e televisione, sono una delle cause del degrado collettivo. Sono convinto, ad esempio, che trasmissioni come Ti lascio una canzone o Ballando con le stelle siano da considerare un tentativo di istigare le nuove generazioni  a seguire modelli privi di ogni spessore umano. Non sono favorevole a nessuna censura, ma che la televisione alimenti fantasie di vera e propria prostituzione mentale è un vero attentato ad una sana educazione dei nostri figli e nipoti».

RICCI SINDONI: «Manca ancora una articolata strategia comunicativa nei confronti dei "new media", là dove le giovani generazioni individuano un terreno di incontro e di scambio. Entrare in quel mondo con una voce autorevole e competente è il compito educativo che ci sta davanti. Dice bene Barcellona: la classe intellettuale in questi anni ha smarrito il ruolo di coscienza critica, così che il suo spazio è stato indebitamente occupato da sottoprodotti pseudo culturali - con le tristi conseguenze che ci avvolgono».
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