mercoledì 17 dicembre 2014
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​Una piazza Nazario Sauro l’abbiamo attraversata tutti nella vita: non c’è praticamente città italiana che non gliene abbia dedicata una, in buona compagnia con 40 scuole che portano il suo nome, oltre a caserme, navi, aerei, sommergibili...Ma per i più giovani Nazario Sauro rischia di restare questo, un grande nome, studiato sui libri di storia e cantato in una strofa del Piave, al quale però ben si adatta il quesito manzoniano: chi era costui? Almeno finché non spunta un altro Sauro, nipote del primo, che sui banchi di scuola semmai ha avuto il problema inverso, e cioè ammettere a chi scherzava su quella omonimia che «sì, Nazario è mio nonno, il padre di mio padre».Nome pesante da portare, specie per chi come Romano Sauro, nato in Trentino nel 1952 ma cresciuto a Roma ed entrato all’Accademia Navale di Livorno, ha a sua volta percorso una fulgida carriera sui mari del mondo col grado di ammiraglio. Invece è proprio lui a smentirci: «Pesante? Niente affatto: io da ragazzo lo consideravo un mito, ma perché non andava bene a scuola! Lo prendevo ad esempio quando mio padre mi castigava per i voti. Un giorno Nazario Sauro marinò le lezioni e scappò su una vela a due alberi per raggiungere il padre marinaio a Capodistria. In casa nostra tutto parlava di lui come eroe risorgimentale, le foto, i quadri alle pareti e sul soffitto la bandiera sabauda che aveva avvolto la sua bara nel 1919 quando era stato riesumato, ma per me era l’eroe che allo studio preferiva l’avventura».Oggi al famoso nonno ha dedicato 478 pagine avvincenti come un romanzo – Nazario Sauro, storia di un marinaio (La Musa Talìa, 28 euro) – scritto a quattro mani con il giovane figlio Francesco. Ed è lì che l’eroe dell’irredentismo, simbolo assoluto di italianità, spirito indipendente e ribelle fino al sacrificio della vita, impiccato dagli austro-ungarici a soli 36 anni, si spoglia di ogni incrostazione retorica e diventa una persona viva, con pregi e difetti, improvvisamente vicina a noi.Nato a Capodistria nel 1880, nel breve interregno in cui l’Istria era sottomessa agli austriaci, il giovane Nazario entrò già in vita nell’immaginario collettivo degli italiani, ribelli al giogo asburgico, ma anche degli stessi austriaci, che lo considerarono il ricercato numero uno: per non combattere la prima guerra mondiale con la divisa austriaca e contro i suoi compatrioti italiani, raggiunse in modo rocambolesco Venezia e da quel momento ai loro occhi fu un traditore. Temuto per la conoscenza capillare delle coste e dei fondali istriani e dalmati, Sauro divenne il loro incubo: la sua figura imprendibile, avvolta nell’ampio tabarro nero, incombette ancora di più in seguito alle azioni tanto leste quanto astute con le quali addirittura ridicolizzò le difese asburgiche.
Avvenne ad esempio il 12 giugno 1916 durante la famosa «beffa di Parenzo», quando Sauro condusse bellamente il cacciatorpediniere Zeffiro nel porto della cittadina istriana occupata dagli austriaci, sventolando non una ma due bandiere della Regia Marina Italiana. Un’azione talmente temeraria che le tre sentinelle asburgiche non credettero (letteralmente) a ciò che vedevano e lo aiutarono nelle manovre di ormeggio obbedendo ai suoi ordini gridati in dialetto istro-veneto (la lingua con cui anche gli austriaci si esprimevano, in terre che per secoli erano state Repubblica di San Marco).Le povere sentinelle furono costrette a rivelare il luogo in cui erano nascosti gli idrovolanti che ogni giorno sganciavano il loro carico di morte su Venezia e «nemmeno un minuto dopo la confessione, i cannoni italiani già stavano bombardando gli aerei – scrive il nipote –. Sauro distribuì alla gente che intanto si era radunata nel porto copie di giornali italiani che annunciavano le nostre vittorie sul mare e sugli altipiani trentini».Le sue imprese divennero subito leggendarie e il suo spirito indomabile accese gli animi di tanti irredentisti pronti a seguirlo. L’amore per l’Italia, però, lo portò anche a missioni umanitarie ante litteram insieme ad altri esuli irredenti, come nel gennaio del 1915, quando un devastante terremoto in Abruzzo uccise 30mila persone e sbriciolò i paesi: «Rispecchia il suo considerare tutti gli italiani suoi fratelli – dice il nipote –, ma anche lo spirito di solidarietà che aveva verso tutte le persone deboli». Una curiosità: insieme a Sauro partì per l’Abruzzo un gruppo di irredentisti istriani e trentini tra i quali Antonio Bergamas (che poi sarebbe caduto sulle Alpi in combattimento), figlio di Maria Bergamas, la «madre di tutte le madri», la donna che al termine della guerra sceglierà la salma del Milite ignoto.
Romano non ha mai incontrato suo nonno, morto impiccato a Pola il 10 agosto 1916, solo due anni prima del ritorno della città agli italiani, ma ricorda bene «nonna Nina, sua moglie, morta quando avevo 7 anni» e il velo di tristezza che sempre aveva sul volto. L’impronta di Nazario resta nella vita dei Sauro, non a caso tutti uomini di mare, e «la sua storia è scritta nei nomi che tutti noi portiamo – sorride Romano –. I cinque figli di Nazario e Nina si chiamavano Nino in memoria di Bixio, Anita per la moglie di Garibaldi, Libero che era mio padre, Italo, e infine la più piccola era zia Albania, in onore di una nazione che come l’Italia combatteva per l’indipendenza: ai patrioti albanesi mio nonno mandò aiuti e armi contro l’occupatore ottomano». Una tradizione, quella dei nomi patriottici, che poi Libero ha continuato con Romano e i suoi fratelli: Adria in onore del loro amato mare, Dalmazio e Giuliana per le terre giuliano-dalmate, Marco per la Repubblica Serenissima e appunto Romano, come l’arena di Pola.Quella Pola in cui a 36 anni Nazario fu però impiccato, dopo la drammatica cattura allo scoglio della Giliola il 31 luglio 1916, l’ultima delle sue beffe all’impero austroungarico, finita male. Fu un’esecuzione ad alta tensione, con gli austriaci ansiosi di porre fine a quella vita pericolosa e Sauro che pretese di salire sul patibolo indossando il berretto da ufficiale della Regia Marina italiana. I verbali del processo riportati nel libro di Romano Sauro ridanno pathos a un episodio che abbiamo studiato a scuola, quello della madre che, nel tentativo di salvargli la vita, negò invano che quell’uomo fosse suo figlio. Sono scomparsi da poco gli ultimi testimoni lo ricordavano mentre urlava più volte «Viva l’Italia» finché il cappio non si strinse.Anche la sua salma era «pericolosa», tant’è che fu seppellita di nascosto la notte stessa in luogo sconsacrato, ma una ragazza italiana di Pola vide la scena e riferì il luogo dell’inumazione, da quel giorno cosparso di fiori nonostante i divieti asburgici. Non appena Pola tornò italiana, la salma ebbe alta sepoltura nel cimitero di Marina, avvolta nel Tricolore e tra ali di folla. La stessa folla che trent’anni più tardi, il 7 marzo 1947, fuggendo l’orrore delle foibe, lascerà al nuovo occupatore jugoslavo ogni bene ma non quella salma, imbarcata con gli esuli sulla nave «Toscana».Già un anno prima della cattura, Nazario aveva scritto due lettere nel caso «il destino non mi concedesse di assistere al dissolvimento dell’Austria e alla sospirata liberazione dell’Istria mia». Alla moglie per chiederle «perdono per averti lasciato con i nostri 5 bimbi ancora col latte sulle labbra», al primogenito Nino per ricordargli che «Patria è il plurale di padre. Giura, o Nino, che sarete sempre, ovunque e prima di tutto italiani». Furono pubblicate assieme alla notizia della sua impiccagione e accesero l’ultimo atto del Risorgimento.
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