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SCIENZA IN LUTTO
Renato Dulbecco tra virus e genoma
Enrico Negrotti
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​Avrebbe compiuto 98 anni domani lo scienziato Renato Dulbecco, morto l’altra notte nella sua casa di La Jolla, in California (Stati Uniti). La medicina perde così uno dei suoi protagonisti del Novecento, tra i primi a capire il ruolo dei virus nello sviluppo delle forme tumorali, scoperta per la quale ottenne il Premio Nobel nel 1975. E capace di intuire che una mappa completa del genoma umano sarebbe stata quanto mai importante per le scienze mediche, non solo in campo oncologico. Dopo la sua insolita partecipazione al Festival di Sanremo 1999 (che sfruttò per sostenere gli studi di giovani ricercatori) è diventato negli ultimi anni anche un testimonial della scienza presso il grande pubblico, sostenitore però delle tesi più “liberal” in ambito bioetico.
Nonostante le sue ricerche di maggior successo si siano sviluppate negli Stati Uniti, Dulbecco mantenne un forte legame con il nostro Paese, presiedendo il ramo italiano del Progetto Genoma presso il Cnr e poi la Commissione medico scientifica di Telethon. Nato in Calabria il 22 febbraio 1914, Dulbecco era entrato giovanissimo all’Università di Torino, dove si laureò a soli 20 anni. Ebbe modo di conoscere Salvador Luria (futuro premio Nobel, terzo italiano dopo Camillo Golgi e Daniele Bovet), che dopo la guerra lo chiamò nel suo laboratorio statunitense dove si occupava di virus, e Rita Levi Montalcini (a sua volta premio Nobel nel 1986). Sono anni di fervide scoperte in campo scientifico: dalla diffusione degli antibiotici alla scoperta della doppia elica del Dna, fino ai vaccini contro la poliomielite (Salk e Sabin). Dulbecco si trasferì poi nel laboratorio del genetista Max Delbrück, anch’egli più tardi insignito del Nobel, dove cominciò a lavorare sull’azione dei virus nelle cellule animali. La scoperta più importante venne nel 1960, quando Dulbecco osservò il ruolo dei virus nella trasformazione delle cellule in tumorali: per questi studi, poi confermati in successivi esperimenti, ottenne il premio Nobel per la medicina nel 1975.
L’altra grande impresa, che Dulbecco suggerì in una lettera su “Science” e contribuì ad avviare, è il Progetto Genoma umano, vale a dire identificare tutti i geni del nostro patrimonio genetico e capirne il ruolo per avere una maggiore comprensione della fisiologia, ma anche dell’insorgere delle patologie, in particolare i tumori. Dulbecco, che si era trasferito nel 1972 nel Regno Unito all’Imperial Cancer Research Fund, rientra in Italia proprio per coordinare nel nostro Paese la monumentale impresa. Quando però, nel 1995, il ramo italiano del progetto rimase senza fondi, lo scienziato rientrò deluso negli Stati Uniti. Il Progetto Genoma fu poi terminato con una competizione-collaborazione tra il consorzio pubblico, guidato da Francis Collins, e la Celera Genomics di Craig Venter. Nel giugno 2000 la conferenza stampa congiunta di Bill Clinton e Tony Blair annunciava al mondo la scoperta del codice della vita. Il ricordo dell’importanza di Dulbecco nel progresso della medicina contemporanea è stato ricordato da tantissime voci, dall’Accademia dei Lincei (di cui era socio) al Cnr.
Il direttore scientifico dell’Ospedale Bambino Gesù, il genetista Bruno Dallapiccola, ha detto che è «ha dato moltissimo alla scienza e al nostro Paese, pur stando all’estero». E il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Enrico Garaci, parla di «un testimone importante di un momento che per la crescita della conoscenza ha significato una rivoluzione di cui stiamo godendo ancora i frutti». Il suo collaboratore al Cnr, Paolo Vezzoni, ne ricorda l’amarezza per l’abbandono del Progetto Genoma da parte dell’Italia, ma anche il ruolo cruciale per la nostra salute: «Non è prematuro chiedersi tra quanto tempo il sequenziamento dell’intero genoma verrà inserito nel prontuario del Sistema sanitario nazionale alla pari dell’emocromo e dei dosaggi ormonali».
Dulbecco tornò in Italia nel 1999 per condurre, assieme a Fabio Fazio e Laetitia Casta, il Festival di Sanremo. La sua cordialità e gentilezza, con il tipico accento italo-americano, gli valsero molte simpatie: ed egli utilizzò il compenso di 50 milioni di lire per avviare l’Istituto Telethon Dulbecco, che finanzia gli studi dei giovani scienziati per continuare le loro ricerche in Italia. L’anno successivo il ministro della Sanità, Umberto Veronesi, lo chiamò a presiedere una commissione di studio, formata da 25 personalità, che desse un parere sull’utilizzo delle cellule staminali a scopo terapeutico, incluse quelle embrionali. Era l’anno in cui il rapporto Donaldson nel Regno Unito aveva espresso un parere favorevole all’uso delle cellule staminali prelevate dagli embrioni, anche in vista della “clonazione terapeutica”. La Commissione Dulbecco – a maggioranza – si pronunciò a favore di un utilizzo del cosiddetto trasferimento di nucleo per produrre staminali autologhe (Tnsa), che non avrebbe dovuto dar luogo a un embrione. Questa sorta di “clonazione all’italiana” rimase però indimostrata.
Più recentemente – come spesso accade nel mondo della comunicazione rivolta al grande pubblico – venne interpellato su questioni scientifico-bioetiche distanti dallo specifico dei suoi studi (lo stato vegetativo, l’eutanasia, la procreazione assistita) alle quali ha dato soluzioni “liberal”. Si pronunciò infatti a favore dell’eutanasia, dell’interruzione dell’assistenza a Eluana Englaro e contro la legge 40 italiana. Posizioni che oggi vengono ricordate dai radicali italiani, che lo definiscono «una delle persone che più si sono spese per la libertà di ricerca scientifica in Italia».
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