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Misericordia, anche nel Corano passa dalla porta
Alessandro Zaccuri
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​Le porte, le opere, il perdono: non manca nulla, solo che non è del Giubileo della Misericordia che stiamo parlando, ma del Corano. L’appellativo di al-Rahman è il primo che la scrittura islamica riserva ad Allah, lo si ritrova puntuale nell’invocazione che accompagna ogni capitolo o sura, quell’In nome di Dio misericordioso che l’arabista Bartolomeo Pirone ha scelto come titolo del suo nuovo saggio, appena pubblicato dalle Edizioni Terra Santa (pagine 232, euro 19,90). Già docente all’Orientale di Napoli, Pirone insegna attualmente alla Lateranense ed è autore di diversi contributi sulla società musulmana, tra i quali spicca Sotto il velo dell’islam, edito dalla stessa Ets nel 2014 e dedicato ai temi della famiglia, dell’educazione e della sessualità. Il libro su «ciò che della Misericordia si canta nel Corano» (così il sottotitolo) propone un itinerario complementare, nel quale ampie citazioni della Bolla di indizione dell’attuale Anno Santo servono a introdurre l’analisi del testo sacro islamico. Nel quale, come dicevamo, non solo la misericordia abbonda, ma compaiono anche le famose porte. «Nel Corano – spiega Pirone – riemergono spesso i riflessi della teologia della porta sviluppata in modo coerente nell’Antico e Nuovo Testamento, con una serie di rimandi che vanno dal Salmo 24 («alzatevi, soglie antiche, ed entri il re della gloria») al Libro di Ezechiele e oltre, fino alla designazione di Maria come ianua coeli. Sono elementi che si ritrovano nel Corano, appunto, sia pure con una differenza importante. Se infatti nella Bibbia la correlazione tra le porte della Città Santa e l’ingresso dell’Eden perduto è una conferma di come l’uomo sia stato creato a immagine e somiglianza di Dio, quest’ultima notazione cade completamente nell’islam, che respinge nel modo più drastico ogni eventualità di antropomorfismo divino».

E questo ha conseguenze sulla nozione di misericordia?
«Diciamo che viene accentuata la dimensione perpendicolare: in alto sta il trono di Dio, da cui discende la misericordia, e in basso, perfettamente allineata, c’è quella che con sant’Agostino potremmo definire “la città dell’uomo”. Il sistema di porte che caratterizza le mura di Gerusalemme nell’architettura voluta da Solimano il Magnifico nel XVI secolo rispecchia con esattezza la conformazione del Paradiso islamico, dove ciascuna porta ha una ben precisa connotazione spirituale. Un caso particolare è quello della cosiddetta Porta d’Oro di Gerusalemme, che si compone di due ingressi, entrambi murati. Uno prende il nome di Porta del Pentimento; l’altro è la Porta della Misericordia e, secondo la tradizione coranica, verrà aperto alla fine dei tempi da Gesù figlio di Maria. Nell’islam perdono e pentimento sono intimamente legati, a dimostrazione della misericordia e benevolenza di Dio. La preghiera con cui il pellegrino di ritorno dalla Mecca chiede l’apertura delle porte della misericordia divina viene fatta risalire allo stesso profeta Muhammad e per il musulmano, del resto, la porta per eccellenza resta quella della Mecca. Se dal piano terrestre ci spostiamo a quello celeste, ecco che in Paradiso la Porta di Muhammad torna a rivestire questa connotazione di misericordia».

Ma la misericordia islamica è riservata ai soli musulmani?
«Riconoscere che Dio è al-Rahman, “misericordioso”, significa prendere atto di una benevolenza che si estende a tutto il creato. Anche nell’islam esiste una dimensione universale della misericordia, che si esprime in prevalenza nella natura, che da questo punto di vista è perfettamente “musulmana”, e cioè sottomessa alle leggi divine. Nello stesso tempo, però, Dio è al-Rahim, ossia “misericorde” verso chi accoglie la vera fede. Non dimentichiamo che nel Corano il termine din, con cui si designa la religione, non appare mai al plurale. La rivelazione si inserisce in un ciclo che da Abramo e Ismaele porta al Profeta e quindi all’islam, manifestazione della misericordia divina in pienezza di dottrina e di operosità. Chi vi si conforma diventa a sua volta strumento di misericordia e ne beneficia. Ma chi non attua questo riconoscimento resta escluso dalla dinamica della misericordia. Tutti coloro che busseranno alle porte del Paradiso otterranno misericordia. Ma alle porte del Paradiso, in effetti, solo i musulmani potranno bussare».

Non c’è una contraddizione in questo? E non è su questa contraddizione che insiste il fondamentalismo?
«Il nodo sta nella consapevolezza che ciascun musulmano nutre dell’islam e di se stesso in quanto credente. Il tentativo, tutto occidentale, di distinguere tra islam radicale e islam moderato è in realtà priva di senso dal punto di vista coranico: esiste un’unica religione, un unico islam, tutto sta a conoscerlo rettamente. È un percorso particolarmente complesso, perché il Corano si presenta come parola scritta e immutabile, mentre il Vangelo, essendo espressione del Verbo incarnato, si concede al naturale scorrere della parola e al suo contestualizzarsi rispetto ai mutamenti della società. L’istanza di ritorno al fondamento e alla radice da cui derivano i fenomeni del fondamentalismo e del radicalismo può essere comprensibile, ma non deve trasformarsi in strumento di divisione rispetto alle fedi e ai credenti. È vero, nel Corano l’appello alla misericordia ricorre con una frequenza straordinaria, ma questo dato viene poi a perdersi nella predicazione di molti ulema o mullah. Da questo punto di vista, il fondamentalismo si combatte promuovendo una maggior conoscenza del Corano, in un processo di autodeterminazione che, pur non essendo ancora diffuso a livello generale, inizia a essere presente nella coscienza di diversi musulmani».

Potrebbe partire da qui il dialogo con le altre religioni?
«Sì, ma a patto di ricordare che la distinzione tra spirito e lettera, che nel cristianesimo deriva dal pensiero di Paolo, non agisce nell’islam. Il Corano stesso, che pure recepisce tanti elementi del Nuovo Testamento, non contempla l’evento della crocifissione di Gesù, che è invece centrale nella teologia paolina. Si tratta, a mio avviso, di un’omissione intenzionale, attraverso la quale la figura di Cristo viene ridimensionata e, da ultimo, subordinata a quella di Muhammad. Fino al caso-limite del cosiddetto Vangelo di Barnaba, un apocrifo nel quale Gesù stesso riconosce al Profeta dell’islam lo status di Messia».
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