lunedì 22 settembre 2014
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​Entrare alle due di pomeriggio nel centro storico di Lecce significa trovarsi in una sorta di mausoleo a cielo aperto. Le viuzze sono in mano a una manciata di turisti col naso all’insù. La pietra che ricama le facciate si fa d’oro sotto il sole a picco. L’unico rumore che si sente è il fruscìo dei piedi. Per il resto è silenzio. Un silenzio che quasi impone di non parlare a chi cammina incuriosito. E poi negozi chiusi. Persiane sigillate. Viene da dire: «Ecco una città-museo di 90mila abitanti, trasformata in “disneyland del Barocco”, che sogna di diventare la Capitale europea della cultura nel 2019». In piazza Sant’Oronzo, il “salotto buono”, gli striscioni della candidatura pendono dai lampioni. E un tassista sonnecchia sul sedile della sua vettura con il logo di “Lecce 2019”.Per capire che non è questa la “metropoli” del Salento c’è bisogno di entrare in un ex magazzino di cartapesta. «Un nostro adagio dice: “Pancia piena cerca riposo”. È l’ora della siesta. E tutto si ferma», avverte Mauro Marino, seduto dietro una scrivania del suo “presidio del libro” che ha chiamato Fondo Antonio Verri, dal nome del poeta locale. Accanto ha pile di volumi di autori salentini. Dietro spunta un palco per le esibizioni dal vivo. «C’è chi sostiene che siamo gente senza speranza perché il nostro dialetto non ha il tempo futuro. Per questo abbiamo bisogno di una spinta che può chiamarsi proprio cultura».Marino ha ragione: Lecce apre alle cinque del pomeriggio. E soprattutto alla sera quando il centro ti parla lombardo o romano o tedesco o americano, invaso da chi sceglie di trascorrere qualche ora all’ombra dei merletti barocchi. Mangiando un piatto di ciceri e tria. Sentendo la musica in strada. Discutendo sull’arredo urbano in un incontro targato “Lecce 2019”. Visitando le chiese aperte fino a notte fonda. «Venticinque anni fa, se a Milano dicevo di essere di Lecce, mi chiedevano dove fosse», racconta il sindaco Paolo Perrone ricordando i suoi trascorsi di studente alla Bocconi. Oggi la città fa tendenza. «Anche l’Europa dovrebbe volgere lo sguardo al Sud e magari ripensarsi guardando a noi, tacco dello Stivale», sostiene il primo cittadino di Forza Italia. Da lui è partita la sfida della Capitale europea della cultura. «È stato il tema forte della mia campagna elettorale nel 2012». Gli ha portato bene. «Però quando ho scelto un coordinatore artistico straniero, sono finito nel mirino di una certa intellighènzia cittadina».Dal cappello di Perrone è uscito il nome di Airan Berg, uomo di teatro nato in Israele, che si è formato a Broadway e ha lavorato fra Germania e Austria. «Che cosa ci faccio qui? Mi piacciono i progetti impossibili – scherza –. Considero la città e il territorio un palcoscenico da animare». Lo slogan che ha coniato è un gioco di parole fra Europa e utopia: “Reinventare Eutopia”. «Vorrei che la comunità si lasciasse alle spalle la paura del cambiamento e cooperasse secondo una prospettiva nuova. L’intento è di proporre un modello di sviluppo che crei un clima di fiducia e realizzi reti di collaborazione». Proprio la partecipazione diffusa è uno dei cardini di “Lecce 2019”. Per coinvolgere la città non sono stati organizzati soltanto eventi: si è puntato sui Luac, acronimo di “Laboratori urbani aperti creativi”, che hanno mobilitato cinquecento sodalizi. «Crediamo che vada facilitato il dialogo tra società civile e pubblica amministrazione favorendo la partecipazione alla vita pubblica per lavorare insieme sulle reali esigenze del territorio», dice Berg. Ed è curioso che dal Mezzogiorno venga lanciata l’idea della “Democratopia”, ossia di avere amministrazioni creative.In cinque formano lo staff della candidatura. Dal chiostro che ospita il quartier generale si scorge il campanile della Cattedrale. Piazza Duomo con la chiesa-madre della diocesi, il palazzo vescovile e il Seminario trasformato in museo è lo scrigno del Barocco leccese. «Dal mio studio sento le voci delle guide turistiche che spiegano questo cortile dove l’arte fa incontrare la Parola di Dio con l’Eucaristia», racconta l’arcivescovo Domenico Umberto D’Ambrosio. Camminando sulla terrazza dell’episcopio osserva una comitiva di olandesi. «I mecenati che fin dal Cinquecento hanno fatto di Lecce una città-gioiello sono i vescovi. Se facessimo affacciare sulla stessa strada tutte le ventinove chiese del centro storico, formeremmo il più bel viale del mondo. E questo dice la fede di un popolo». Per la Chiesa locale non è facile custodire un patrimonio così cospicuo. «Nonostante la conclamata bellezza, le istituzioni latitano – sottolinea l’arcivescovo –. Solo grazie alle Confraternite che sono proprietarie delle chiese del centro, riusciamo a garantire il decoro minimo. Per il resto non possiamo programmare restauri: non abbiamo i fondi».Certo, Lecce non è solo tesori. È anche una città povera, dicono le statistiche. La disoccupazione sfiora il 20%, otto punti in più della media italiana. Un quarto delle famiglie vive con meno di 7mila euro l’anno. Molti dei giovani continuano a fuggire nonostante il motto “Salento da amare”. «Larghe fasce della popolazione soffrono – riferisce D’Ambrosio –. Le aziende chiudono. È vero che si vive con poco, ma si fa fatica». Allora si bussa alle porte dei pastori. «Le mense Caritas sono sempre più affollate. E dal vescovo la gente si aspetta parole contro le ingiustizie, i disagi, le connivenze. La Chiesa resta un riferimento». Anche per i migranti.In piazzetta Lillo uno scantinato con cinque brandine è l’appartamento di sei nordafricani. «Nel 1991 il territorio è finito sotto i riflettori per gli sbarchi di chi giungeva dall’Albania. Siamo la “terra fra i due mari”, la Grecia salentina, un crocevia di etnie. E quindi accoglienti per indole», dice il 43enne architetto Alfredo Foresta. Lui è uno che ha scelto di restare. «Con quattro colleghi abbiamo creato un’associazione. Stiamo lavorando a uno dei progetti della candidatura: è il “villaggio culturale” che dovrà nascere nell’ex ospedale Galateo, appena fuori le mura storiche, e che accoglierà imprese innovative e residenze artistiche».Alfredo ha messo a disposizione di “Lecce 2019” la sua galleria sulla strada della movida: adesso è “Casa eutopia” accanto alla chiesa di San Marco. Ed è anche uno dei segni di quella rinascita all’insegna della cultura che nel cuore antico di Lecce si sta sperimentando. Nelle vie del Barocco è un pullulare di botteghe creative: studi d’arte, fotografi “veristi”, ceramisti, maestri della cartapesta. «Fino a vent’anni fa non potevi superare Porta Rudiae: sembrava di entrare nel Bronx», spiega Andrea Sanità. È il vicepresidente delle Officine Cantelmo, un ex stabilimento in pieno centro diventato “spazio studenti” dove puoi trovare corsi per tecnico del suono ma anche la scuola di lingue per stranieri, lo sportello per disabili ma pure il laboratorio di droni. Andrea è anche una delle menti di Km 97, l’associazione nata per gestire un ex casello ferroviario poco fuori Lecce che ospita due sale prove e la casa editrice Sum. «La Regione con la giunta Vendola ha incentivato l’associazionismo culturale – nota –. È una strada per provare a costruirci il futuro». Senza dimenticare il passato, però. «Grazie al cielo ci siamo riappropriati della città nobile», afferma Maurizio Guagnano. Nel 1993 ha aperto la sua prima libreria Liberrima a due passi dal Duomo. Oggi presiede il gruppo di imprenditori “Fucina futura” che sostiene la candidatura. «Ho visitato Marsiglia che lo scorso anno è stata Capitale della cultura. Se quanto è accaduto là succedesse da noi, sarebbe una rivoluzione».Ne è convinto anche Vincenzo Zara, rettore dell’Università del Salento. «Il territorio deve acquisire la consapevolezza di essere competitivo. Abbiamo inventiva, tenacia, capacità di risolvere i problemi. E siamo in grado di esprimere eccellenze come dimostrano i riconoscimenti per i nostri centri di nanotecnologie o di biologia marina». Con i suoi ventimila studenti l’università è la «più grande azienda della provincia», chiarisce il rettore. «Ma i nostri laureati fanno fatica a inserirsi qui. Allora come ateneo incoraggiamo gli spin-off per i giovani. Perché l’università vuole essere un ponte culturale, come desidera essere il Salento per tutto il continente: non una periferia, ma un cantiere delle idee».A due passi dalla Basilica di Santa Croce, la più ornata di Lecce, i proprietari di un bar hanno scritto all’ingresso del locale: «Affondare la propria origine in terra d’Otranto è destinarsi un reale immaginario». Firmato: il regista, scrittore e autore di teatro Carmelo Bene (d’origine leccese). Poco più avanti Vincenzo Calcagnile abbraccia la moglie nel suo negozio di souvenir in cartapesta. «Il Sud non può essere citato solo per i suoi problemi. Siamo una risorsa». Anche per l’Europa, ripetono a Lecce.

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