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Israele, la pace parla in romanesco
Laura Badaracchi
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Ha vissuto tre guerre e due Intifade; tre dei suoi quattro figli sono stati richiamati più volte dall’esercito. Eppure la 60enne Angelica Edna Calò Livne, allieva romana di Elio Toaff trapiantata in Israele da quattro decenni, crede nella pace da costruire attraverso il dialogo e l’arte: dal 2001 coordina la Fondazione Beresheet LaShalom (Un inizio per la pace) e il teatro multiculturale Arcobaleno, a cui partecipano giovani musulmani, ebrei, cristiani di differenti etnie e tradizioni. Per questa attività nel 2005 è stata candidata al Nobel per la Pace. Con altre 80 famiglie vive nel Kibbutz Sasa in Alta Galilea, alla frontiera col Libano, dove ha scritto un dialogo immaginario con un angelo che parla in dialetto romanesco (alter-ego narrativo originale e autoironico), intitolato Memorie di un angelo custode. Un manuale per chi ha perso la speranza, pubblicato da Cantagalli (pp. 144, euro 14).


Ha deciso di scrivere il suo libro come un dialogo col suo angelo che parla in romanesco. D’altronde lei è nata nel quartiere di Testaccio. Quanto conta l’ironia nel costruire la speranza?
«È fondamentale! Quando hai bisogno di coraggio fischi, canti, pensi a qualcosa che ti fa ridere, di cui hai nostalgia. Il mio angelo è la voce di mio padre e mia madre che mi tranquillizzano. Sono perfezionista fin da bambina. Ogni tanto devo ascoltare quella voce interna che mi fa distendere i muscoli delle spalle sulle quali sostengo i dolori del mondo e mi consiglia di calmarmi, rallentare e riempirmi gli occhi delle belle cose che mi è stato dato di creare. E quando sento parlare in romanesco mi rilasso, ritorno bambina e mi si risvegliano le endorfine».


Si è sentita un po’ angelo (in senso etimologico) in alcune circostanze?
«Devo dire di sì. A volte mi sembra che l’energia e la pazienza, che mi inducono ad andare avanti, provengano da mondi sconosciuti. Le idee che mi affollano la mente, quando mi chiedo come posso unire e recare gioia, stupiscono anche me. Senza dubbio il mio essere regista-educatrice è il dono più grande che ho ricevuto e che mi dà la forza di andare avanti, di affrontare paure, conflitti, tensione, stanchezza. Serbo con affetto tutte le lettere ricevute dai miei ragazzi del teatro, dai miei figli, dalle donne che hanno partecipato ai miei corsi. A molti è cambiato qualcosa nella vita. Questa riconoscenza afferma la validità dei miei sforzi e mi colma l’animo di aria pura».


Lei ha visto in faccia il conflitto: come si vive con la guerra sotto casa?
«Nel corso della storia il popolo ebraico ha sviluppato una sorta di antidoto a conflitti, persecuzioni, stragi e crudeltà. Il dolore e la paura ci hanno unito e ci hanno reso più forti, ci hanno indotto a creare una fonte di energia potentissima che ci fa risorgere da ogni tragedia, sopruso e disperazione. È un’energia fatta di fede, "ricordo collettivo", anelito a una terra-madre che accoglie, ma anche da accudire e proteggere. Il filo sottile della tradizione che ci unisce, anche se sparsi nel mondo, ci dà la sicurezza che anche questi conflitti avranno fine, che la coscienza dell’uomo avrà il sopravvento e che positività, creatività, rispetto, responsabilità sono gli ingredienti indispensabili per mantenere vivo il mondo».


Pace: un sostantivo forse abusato, talvolta astratto. Come renderlo concreto nella vita quotidiana?
«Trasmettendo i valori della diversità, dell’accoglienza. Insegnando a conoscere l’altro, a capire che non si può avere tutti le stesse idee, lo stesso aspetto fisico, la stessa casa, la stessa famiglia. Coinvolgere attraverso l’arte, il gioco, la musica di terre sconosciute, inventando percorsi in cui si possa attraversare la strada dell’altro con curiosità, affetto e stupore. Dialogando con noi stessi, trattandoci con indulgenza. Perdonandoci per gli errori commessi involontariamente e volgendo questa indulgenza verso chi ci circonda. Insegnare a dare e pretendere rispetto fin dall’infanzia, coltivando l’amicizia e l’aiuto reciproco. Sforzarsi di creare una comunità forte e feconda che dà risposte a tutti. E soprattutto aborrire la violenza, la prepotenza e l’individualismo che squalifica deboli e diversi».


La paura di attacchi terroristici ha fatto aumentare i pregiudizi nei confronti di tutti i musulmani e diffondere l’equazione "islamico uguale potenziale terrorista". Come far crescere, invece, una cultura del dialogo?
«La password è: educazione. Educare e dare spazio alle donne, consolidando la loro identità. Dare loro la possibilità di progredire, di sviluppare una coscienza di madre sana che ama i propri figli, vuole la vita della sua gente, trasmette tradizioni con amore: dal cibo alla musica, dalla danza alla letteratura. Aiutarla a trasmettere i valori del rispetto per l’altro. Si deve fare un lavoro efficace per estirpare la violenza, riportare alla luce il vero splendore dell’Islam autentico e dare spazio a chi vorrebbe un’esistenza serena ma teme profondamente di essere radiato dalla propria comunità. Il male deve essere bloccato, e subito. E per farlo bisogna essere uniti e forti».


La massiccia ondata migratoria verso l’Unione Europea sollecita a rifondare una politica che consideri i migranti non un’emergenza da contenere ma una realtà da accogliere. Con quali strumenti i cittadini possono vivere questo cambiamento?
«Ancora, educazione. Serbando le usanze e i costumi, ma preoccupandosi di infondere i valori umani del mondo occidentale in molti casi sconosciuti. Abbiamo il dovere di accogliere persone in difficoltà, in pericolo di vita, senza imporre le nostre tradizioni, ma chiedendo rispetto per la nostra cultura, religione e forma di vita. C’è una grande differenza tra buonismo e altruismo: aiutare un altro non può significare annullare me stesso».


Lei crede nella formazione delle nuove generazioni. Quali frutti ha raccolto e quali semi continua a gettare per il futuro?
«La cosa migliore è sentire cosa dicono i ragazzi: Abir Hleihel, 19 anni musulmana, è felice "di poter dimostrare attraverso il nostro spettacolo, con un esempio vivo, che la convivenza è possibile". Mentre Nemi Kassis, 21enne arabo cristiano di Fassouta, racconta: "Quattro dei miei migliori amici sono morti in un attentato. Quando l’ho sentito volevo smettere di partecipare allo spettacolo. Non credevo più a nulla. Ma dobbiamo reagire. Dobbiamo continuare a credere in qualcosa. Non possiamo smettere di sognare"».
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