sabato 21 gennaio 2012
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Per me, ex detenuto polacco di Auschwitz, è stata un’esperienza inimmaginabile e profondamente toccante poter partecipare per la seconda volta all’incontro con la suprema autorità della Chiesa cattolica ad Auschwitz-Birkenau. La prima volta in cui mi è stata data una tale possibilità fu nel giugno 1979, in occasione della visita del Papa polacco Giovanni Paolo II. Inimmaginabile per il fatto che, prima, già una volta io mi sono trovato sul piazzale dell’appello di Auschwitz I, nel settembre 1940, quando avevo solo 18 anni, prigioniero numero 4427, detenuto per motivi di sicurezza, insieme con 5500 altri polacchi: studenti, boy scout, insegnanti, avvocati, medici, sacerdoti, ufficiali dell’esercito polacco, membri di diversi partiti politici e di sindacati. Non riuscivo a immaginarmi che sarei sopravvissuto ad Hitler e alla Seconda guerra mondiale; e neppure che Auschwitz (in quanto Auschwitz Birkenau e Monowitz) dovesse servire alla attuazione dell’impensabile disegno di eliminare biologicamente gli ebrei europei. Nei primi quindici mesi di esistenza di questo luogo terribile eravamo, noi detenuti polacchi, abbandonati a noi stessi. Il mondo libero non si interessava alla nostra sofferenza e alla nostra morte, nonostante ripetuti tentativi dell’organizzazione segreta della resistenza, attiva all’interno del campo, di garantire informazioni all’esterno. Nella tarda estate del 1941 arrivarono ad Auschwitz alcune decine di migliaia di prigionieri di guerra facenti parte dell’esercito sovietico, e su di essi, come pure su detenuti politici polacchi ammalati, venne sperimentato, nel settembre 1941, l’effetto del gas tossico Zyklon B. Nessuno dei detenuti poteva allora immaginarsi che si trattava «semplicemente» di un tentativo assassino per predisporre un genocidio di massa con metodi industriali. E però questa era la realtà negli anni 1942, 1943 e 1944. La costruzione di camere a gas e di forni crematori, la loro terrificante capacità operativa è soltanto il lato tecnico di un’impresa diabolica. In Polonia, nella patria di David Ben Gurion, di Shimon Peres, ma anche di Isaak Bashevis Singer, Artur Rubinstein e Menachem Begin, dopo la decisione di Berlino è sorto un centro di annientamento degli ebrei. Ad Auschwitz-Birkenau i tedeschi trattavano i polacchi e i russi come «sottouomini», mentre gli ebrei che provenivano da Francia, Belgio, Olanda, Germania e Austria, dai paesi della ex Jugoslavia, da Grecia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia non erano per loro neppure dei sottouomini, ma dei parassiti. Il movimento polacco della resistenza informava e metteva in allarme il mondo libero. In seguito alla missione di Jan Karski, come pure attraverso altri canali, i governi della Gran Bretagna e degli Stati Uniti sapevano esattamente, già negli ultimi mesi del 1942, ciò che accadeva ad Auschwitz-Birkenau. Nessun Paese al mondo reagì in un modo che fosse adeguato all’importanza del problema, all’appello rivolto agli alleati dal Ministro degli esteri del governo polacco in esilio a Londra, il l0 dicembre 1942, «di non soltanto condannare i crimini dei tedeschi e punire i responsabili, ma di cercare i mezzi che ponessero effettivamente fine all’assassinio di massa». Questi mezzi non furono trovati, e per la verità nessuno li ha cercati in modo particolarmente diligente. In quel momento circa la metà delle vittime era ancora in vita. L’unica conseguenza dell’iniziativa polacca fu una breve dichiarazione di dodici paesi alleati, resa nota il 17 dicembre 1942 contemporaneamente a Londra, Mosca e Washington. In tale dichiarazione, dove Auschwitz-Birkenau del resto non veniva neppure nominata, i governi di Belgio, Cecoslovacchia, Grecia, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Polonia, Usa, Gran Bretagna, Urss e della Jugoslavia, come pure il Comitato nazionale francese, segnalavano che essi erano a conoscenza del terribile destino degli ebrei «in Polonia, che i nazisti avevano trasformato nel loro mattatoio» e promettevano la punizione dei responsabili di questo crimine. Questo crimine non venne mai punito, poiché non c’è alcuna pena adeguata per un genocidio. Auschwitz-Birkenau, un tempo un luogo segreto per l’annientamento di esseri umani, è tuttavia diventata, per l’intero mondo civilizzato, un simbolo di speciale importanza. Questo ha espresso Benedetto XVI già nella prima parte del suo discorso: «Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio, un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? È in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa». Ad Auschwitz io ero vicino al cardinale Lustiger e al cardinale Dziwisz nel cortile del Blocco XI, quando il Santo Padre, davanti al muro della morte, stava immerso in silenziosa preghiera, e anche noi ci siamo dati la mano, in silenzio. Abbiamo ricordato che anche Karol Wojtyla, da vescovo, da cardinale e infine da Papa, aveva visitato questo blocco e la cella dove san Massimiliano Kolbe era stato tormentato a morte. E ho pensato: quanto più profondamente Joseph Ratzinger si identifica con questa tradizione, tanto più egli diventa il nostro Santo Padre.
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