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Italo Cucci e il figlio usciti dal male oscuro
Massimiliano Castellani
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​Foto Lorenzo Capellini

Il mondo spettatore spesso ignora che, dietro una maschera popolare della tv, si può celare la trama assai comune della commedia umana. Che a volte (come per tanti), può assumere i tratti della tragedia.
Quella per esempio di un padre, Italo Cucci, che fa appena in tempo a tornare da inviato al Mundial di calcio del 1978 (in cui ha raccontato un’Argentina vincente sotto dittatura di Videla) e deve fare i conti con la perdita di una figlia tredicenne, Francesca, uccisa dalla leucemia. «Papà, perché non mi hai detto che dovevo morire?», è l’ultima domanda che Francesca fece prima di volare con gli angeli come lei, il 17 giugno 1979. Una domanda rimasta sospesa, perché anche il genitore più saggio e amorevole non può umanamente darla.

Però papà Italo non si è arreso e non ha mai smesso di cercare di trovare il senso di quel dolore. Assieme alla moglie Grazia ha continuato a rispondere alle domande di Benedetta, rimasta figlia unica fino a quando l’estate prima di un altro Mundial, quello del 1982 del trionfo degli azzurri del Vecio Bearzot (difeso a spada tratta dal Cucci direttore del Guerin Sportivo), non è arrivato Ignazio. E con “Igno” è iniziata una partita esistenziale che assieme, padre e figlio, ora hanno deciso di raccontare in Elettroshock. Sono ancora vivo. E la chiamano depressione (Minerva Edizioni).

Un titolo che sintetizza lo strazio della malattia di un ragazzo e due sottotitoli che indicano la lotta di chi ce l’ha fatta a non soccombere al «male oscuro» e una speranza per tutti coloro, pazienti e famiglie, assediati dalla depressione.

Un libro che mette a confronto il figlio arrivato dopo la morte della sorellina, e al quale l’ottusa e dilagante insensibilità ha rinfacciato di essere il «sostituto», e un padre personaggio pubblico impegnato per mestiere a dare risposte all’universo mediatico prima che a quello domestico. Da qui lo scontro, che arriva puntuale in quasi tutti i rapporti genitori e figli. Mali di vivere adolescenziali, ai quali Ignazio ha reagito e che non gli hanno impedito di crescere inseguendo palloni, sogni, amori e di arricchire un bagaglio culturale che lo ha reso dottore in Scienze giuridiche, economiche e manageriali dello Sport, discutendo, nel nome del padre, una tesi di laurea su «Il Gladiatore. Così nasce lo Sport».

A fare crollare il muro di silenzio alzatosi con i genitori, ad un tratto ci ha pensato il rumore delle «Voci». La mente di Ignazio credeva che fosse più naturale avere un rapporto alla pari con gli scrittori che dimoravano negli scaffali della sua libreria, partecipare da invitato di Obama a una serata alla Casa Bianca e addirittura svegliarsi al mattino e sentirsi Alessandro Magno o Frank Sinatra, piuttosto che dialogare con suo padre, al quale giunto allo stremo ha lanciato il suo rimprovero disperato: «Papà, tu non c’eri quando è venuto il buio». Erano le tenebre in cui brancolava, triste e a volte eccessivamente euforico, ma comunque sempre perso e solitario, “Ignazio il Sognatore”.

«Quanto tempo ho passato senza ridere, facevo solo ridere gli altri con discorsi strampalati e non so se erano veri, spontanei o quella follia che a volte mi prendeva quando mi rintronavano nella testa le Voci e voi a guardarmi tristi come se poverino parlassi da solo e invece me ne dicevano tante, spesso con cattiveria...», scrive il ragazzo di colpo abbandonato dagli «amici che credevo veri, come se fossi un mostro pericoloso».

Per debellare quel “mostro” che aveva preso in ostaggio sogni, pensieri e speranze nel futuro, ci sono volute le altrettanto mostruose diagnosi, sempre troppo parziali e inadeguate per chi per dieci anni ha vissuto a un passo dall’abisso al quale conduce la depressione. Tanti medici pensano di colmare quel vuoto, che troppe volte è dovuto alla richiesta di attenzione e di un gesto d’affetto, con cocktail massicci di psicofarmaci per debellare quella che fa comodo archiviare scientificamente come «schizofrenìa».
L’ultima stazione in salita di un calvario familiare è la clinica Sant’Anna di Pisa, dove opera lo psichiatra Giovanni Battista Cassano. Su un ritaglio del suo «pane quotidiano», un articolo di giornale, papà Italo intravede uno spiraglio di luce nelle parole del professor Cassano: «Si ricorre allo stereotipo della schizofrenia, perché abbiamo perso la capacità di stare col malato, e riconoscere i veri sintomi della malattia. Ma il termine è superato, grossolano, traumatico». Per rimuovere le “Voci” che tormentano Ignazio, il luminare però prospetta la terapia elettroconvulsivante, ovvero il non meno traumatico - solo a dirsi - elettroshock. Di quelle sedute e di quei giorni in clinica, Ignazio ricorda soltanto «siringhe su siringhe e preghiere su preghiere», ma soprattutto la complicità di un amico ritrovato, suo padre.

Oggi “Igno” sta meglio e l’unica «Voce» che ascolta ancora non lo spaventa, perché è quella di un altro amico: «Stefano che ho adorato e che mi adorava, che ha chiuso presto la sua vita e azzerato i suoi problemi dopo un’overdose». Poteva finire così anche la sua storia, ma l’amore della famiglia, prima dell’elettroshock e del professor Cassano, l’ha salvato. I suoi ricordi non si sono bruciati, anzi l’acqua della memoria ha fatto maturare nuovi progetti e gli ha permesso di aprire quel diario che era rimasto segreto.

«Non sono nessuno e mi basta quel poco che ho. Passo ore al computer, scrivo, e via una email a papà, lo raggiungo dappertutto, a ogni ora, lui che viaggia incessantemente per reggermi la vita e la speranza. Mi risponde: “Questa m’è piaciuta”. E la mia giornata è migliore», annota Ignazio, che adesso le giornate le passa nella sua Isola.

Con la cagnolina Bimba va a passeggiare davanti al mare di Pantelleria, dove gli isolani praticano ancora l’arte dell’incontro e sanno come voler bene a quel loro amico sbarcato dal continente, al quale vanno a chiedere consigli di lettura e libri in prestito: Ignazio è bibliotecario del Centro Culturale Giamporcaro. Leggere e scrivere è la terapia che preferisce e che gli ha trasmesso suo padre, che a sua volta della malattia del figlio ha capito che «la prima medicina per la depressione è la verità. Poi la psichiatria. Noi ci abbiamo messo anche la fede».
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