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LE PREDICHE DI SPOLETO/2
Ignoranti, paradosso del Vangelo
Catherine Aubin
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“Insegnare agli ignoranti….” Dal titolo, forse voi vi aspetterete che quello che ora vi dirò è appunto che bisogna insegnare agli ignoranti. Del resto io sono una “insegnante”. Ed è questo che ci si aspetterebbe da una insegnante che parla di “insegnare agli ignoranti”. Dire che bisogna “insegnare agli ignoranti”. Ma non sarà questo il caso; non ho intenzione di dirvi quello che bisogna insegnare, o si deve insegnare, agli ignoranti nella Chiesa. Quello che invece vorrei fare è cercare di capire chi sono veramente gli ignoranti e qual è il rapporto che si instaura tra docente e discente, tra l’insegnante e colui al quale si insegna.

Gli interrogativi che mi sono posta quando ho sentito il titolo di questa conferenza sono questi: oggi gli ignoranti sono quelli che non sanno? Sono veramente loro quelli che hanno bisogno di essere istruiti? E poi gli ignoranti sono proprio quelli che noi crediamo o immaginiamo tali? Non sono forse proprio loro, gli ignoranti o i cosiddetti ignoranti, che oggi ci insegnano?

Per quanto mi riguarda, vista la mia esperienza di docente, ho potuto constatare che spesso ho proprio imparato da coloro ai quali credevo di insegnare. Tra le tante esperienze che mi sono capitate in questo campo, eccone una: davo un corso di teologia spirituale a delle studentesse, una di loro arriva in ritardo, un’altra si offre allora a ripetere alla ritardataria, usando i suoi appunti, quello che era stato appena detto. Ed ecco … che meraviglia! Incredibile! Sento ripetere cose che io non avevo mai detto! Sento altre cose, cose profonde, cose che magari vanno ben oltre quello che volevo trasmettere. Quello che mi è stato restituito da quella studentessa oltrepassava di gran lunga le parole del mio cosiddetto insegnamento. La mia seconda sorpresa è stata quella di constatare che ognuna di quelle studentesse ammise di aver sentito cose ancora diverse. Da questo episodio mi è rimasta la consapevolezza che insegnare non consiste in una semplice trasmissione di conoscenze; insegnare è piuttosto il condividere una condizione di vita, il comprendere una verità interiore. Nel momento in cui si insegna, allo stesso tempo ci insegnano proprio coloro ai quali insegniamo, e così, nella condivisione, questi diventano i nostri insegnanti.

Ci troviamo quindi di fronte a un vero e proprio paradosso: gli insegnanti sono istruiti da coloro ai quali insegnano e gli ignoranti, potremmo dire, cambiano campo. In cosa consiste allora questa ignoranza? Poniamoci questa domanda: esiste o no una “ignoranza lodevole”, persino “una santa ignoranza”, o come direbbe Nicola Cusano, una “dotta, una sapiente ignoranza”?

Nicola Cusano è un autore di primo piano che ha assicurato il passaggio dal Medioevo al Rinascimento. In un certo modo, è il primo degli umanisti, un teologo da cui non si può prescindere, uno spirito universale interessato, con la stessa passione e curiosità, al diritto, alla matematica, all’astronomia, alla filosofia, o all’azione sociale. Per questo autore il concetto di “dotta ignoranza” procede dalla coscienza dei limiti dello spirito umano. L’uomo è incapace di conoscere la verità assoluta. È saggio riconoscere questa incapacità, invece di vantarsi in modo sconsiderato. Per Cusano, nel desiderio di conoscenza la soddisfazione non è ottenuta dalla comprensione perfetta e completa delle cose, perché allora la ricerca avrebbe fine; essa non è ottenuta nemmeno dalla totale incomprensione, perché allora il desiderio rimarrebbe tutto intero, assolutamente insoddisfatto. Essa è ottenuta soltanto in ciò che si comprende di non poter comprendere. Per spiegare questo, Nicola Cusano utilizza la metafora della visione. Chi si crede capace di sapere tutto è come un gufo che cerca di vedere il sole: vuole afferrare la luce piena quando i suoi occhi sono fatti invece per vedere nell’oscurità. Il saggio, al contrario, è come il veggente che sa per esperienza di non poter cogliere la luce del sole, non perché quella luce sia invisibile, ma perché quella luce eccede la sua capacità di vedere. Il saggio sa che ne ignora la natura ed è consapevole di questa ignoranza. Beninteso, ciò di cui il Cardinale Nicola Cusano vuole parlare è in primo luogo Dio stesso; Dio che è l’infinito inaccessibile. Chi vuole intravedere Dio deve tenersi nell’ombra dell’ignoranza, il che richiede un atteggiamento di umiltà che consiste proprio nel riconoscere che non si può sapere niente di Lui, che Dio è essenzialmente un mistero impenetrabile. Dio è l’Inconoscibile. Certo, Dio si riflette nelle Sue creature, come la verità si riflette nelle sue immagini. Ma lo spirito umano che vorrebbe coglierLo attraverso la diversità dei Suoi riflessi vi si perderebbe. Se una visione di Dio è possibile, può essere soltanto “attraverso una visione intuitiva in un rapimento istantaneo”, come quando si scorge per un breve istante e con la coda dell’occhio la luce del sole, a condizione poi che Dio si faccia vedere. Per Nicola Cusano, la dotta ignoranza procede quindi dall’esperienza dei limiti dello spirito umano. È un’ignoranza che si incontra nell’esperienza di Dio.

Tra i dottori e/o ignoranti incontrati nel Vangelo, se ne possono distinguere tre categorie: da una parte ci sono quelli che non sanno di non sapere. L’esempio più eclatante è l’Apostolo Simon Pietro, un carattere vivace, un impulsivo sempre pronto a dire la sua. Capace di dire a Gesù: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16), perché toccato da una rivelazione che gli è venuta “né dalla carne né dal sangue, ma dal Padre che è nei cieli” e poi assoltamente incapace, un secondo dopo, di recepire quello che gli risponde Gesù, che annuncia la Sua Passione e morte in croce. Simon Pietro, il Principe degli Apostoli, si dimostra quindi un uomo pronto a riconoscere l’identità divina di Gesù, e che il momento dopo si sbaglia completamente. Così “quando Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme, e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso, e resuscitare il terzo giorno, Simon Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: ‘Dio te ne scampi, Signore, questo non ti accadrà mai!’ Ma Gesù, voltandosi, disse a Pietro: Lungi da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini!’” (Mt 16, 21-23).

La seconda categoria è formata da coloro che sanno di non sapere, sono alla ricerca, cercano e si interrogano. Tra i contemporanei di Gesù, troviamo Nicodemo. Nicodemo era un saggio ebreo, un dottore della legge, un maestro in Israele che conosceva perfettamente le Scritture e le insegnava. Il suo sapere non aveva estinto il suo desiderio di andare avanti nella conoscenza. “Andò da Gesù di notte, e gli disse: ‘Rabbi, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio’; rispose Gesù: ‘In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il Regno di Dio.’ Gli disse Nicodemo: ‘Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?’ Gli rispose Gesù: ‘In verità in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel Regno di Dio.’ Replicò Nicodemo: ‘Come può accadere questo?’ Gli rispose Gesù: ‘Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose?’” (Gv 3, 2-12)

C’è in questo dialogo una specie di rimprovero che sottolinea il contrasto tra la posizione di dottore di Nicodemo e la sua ignoranza. Gesù capovolge la logica di Nicodemo e gli mostra che il Regno non è l’oggetto di una discussione erudita tra sapientoni. Nicodemo non capisce le modalità di azione della Spirito; questo sapiente quindi è un ignorante. Ed è per questo che Gesù insegna a Nicodemo che oltre il suo sapere, al di là della sua scienza religiosa, c’è il mistero di una nuova nascita, un ri-nascere che diventa un ri-conoscere, una nuova conoscenza del Padre, che è partecipazione, attraverso la grazia dello Spirito Santo, alla vita nuova e divina. Con quale forma? Attraverso la testimonianza. Gesù rende testimonianza di quello che ha visto e sentito presso Suo Padre. O per noi, accogliere questa testimonianza significa ridurre l’ignoranza vissuta dal maestro Nicodemo, sostituendola con la certezza rivelatrice di Dio in Persona, che ci fa scoprire la Verità sulla nostra vocazione umana e sulla conoscenza di Dio nella quale lo Spirito ci dona di entrare.

E la terza categoria, alla quale ciascuno di noi appartiene, secondo le circostanze, è quella delle persone che sanno di sapere. Oppure, per usare altre parole, la categoria delle persone di cultura, di chi fa politica, di chi studia la scienza, dei semi-sapienti, che credono di sapere, quando invece non sanno, e quindi ignorano di ignorare. Questi sono i più ignoranti, e soprattutto i discenti più difficili a cui insegnare. Nel Vangelo questi sono i Farisei, gli scribi, gli anziani, eccetera. La sfida più grande sarà di insegnare alle tre categorie: quelli che non sanno di non sapere, quelli che sanno di non sapere, infine quelli che pensano di sapere.

Un giorno Gesù si trova circondato da queste tre categorie di persone. È nel Tempio, i suoi genitori lo cercano, ha dodici anni e conoscete il seguito: “Gesù era seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava; e tutti quelli che lo udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e per le sue risposte.” Gesù è seduto nel Tempio, come qualcuno che insegna, come qualcuno che ha autorità, Lui risponde e Lo si ascolta come un maestro. Sicuramente, come scrive Origene: “Quando Gesù interrogava i dottori, non era per imparare qualche cosa da loro, ma era perché nell’interrogarli li formava” (Omelia 19 su Luca). Quindi Gesù è seduto in mezzo a dottori e maestri, saggi e sapienti, gente che conosce la Scrittura a menadito. Allora perché sono tanto stupefatti da questo ragazzino di dodici anni? Sembra che Gesù offra loro una sorta di riflesso, come uno specchio che va ben oltre la loro saggezza e la loro conoscenza. Gesù apre loro una nuova dimensione, semina una parola che li libera dalla loro illusione riguardo al loro sapere. E di fronte a questa novità, loro sono turbati, scossi, stupefatti, colpiti, sconvolti. E per aggiungere ancora a questa incredibile novità, un Gesù quasi adolescente respinge i rimproveri dei suoi genitori, che, preoccupati, l’avevano cercato per tre giorni, rovesciando la situazione e rimproverandoli lui: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” e a loro volta anche loro, Maria e Giuseppe, “non compresero le sue parole”. (Lc 2, 41-52)

Più avanti nel Vangelo di Luca Gesù continua ad insegnare, e ci fa capire chi veramente sono i saggi e i sapienti, e chi i “piccoli” e gli ignoranti. Ecco che leggiamo: “Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: ‘Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. […] Nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare’” (Lc 10, 21-22). “Sentendolo parlare, la gente diceva: ‘Come mai costui conosce le Scritture, senza avere studiato?’ e Gesù rispose: ‘La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato’”. (Gv 7,15) La conoscenza di cui parla Gesù implica l’amore e la comunione. Questa conoscenza del Padre è per così dire una conoscenza ontologica; non è astratta, né intellettuale. La scienza umana fornisce degli strumenti per formulare l’esperienza, ma senza la cooperazione della grazia, non può, da sola, comunicare la conoscenza che salva. Migliaia e migliaia di teologi professionisti ricevono ogni anno i diplomi più prestigiosi, ma magari restano profondamente ignoranti per quanto riguarda la vita reale dello Spirito. Ma allora a chi è offerta questa Rivelazione? Ai piccoli, cioè ai reietti e ai disprezzati. Ecco che ancora opera un capovolgimento, sono loro quelli che sono destinati a ricevere e a conoscere la Rivelazione. Perché? A causa della loro capacità di ricevere, di accogliere e di rispondere con semplicità. In effetti, la profondità di un uomo risiede nella sua capacità di accoglienza. Dove sono oggi questi “piccoli” che ci insegnano, e chi sono?

Un esempio paradossale ci può illuminare: quello di Jean Vanier, il fondatore dell’Arca. Jean Vanier ha interrotto la sua carriera universitaria in Canada per vivere nel dipartimento dell’Oise in Francia con dei disabili mentali. È così che nel 1964 fonda la comunità dell’Arca, dove i disabili mentali vivono con delle persone “normali”. Nel mese di agosto del 1964 compie un gesto irreversibile, un’azione senza ritorno, quando invita a vivere con lui, in una piccola casa situata nella cittadina di Trosly nel dipartimento dell’Oise, Philippe Seux e Raphaël Simi, due persone affette da una deficienza mentale. Per Jean Vanier, già ufficiale di marina e professore di filosofia, niente sembrava poterlo veramente indirizzare a relazionarsi con persone affette da una deficienza intellettuale. Questa condivisione di vita avrebbe però profondamente trasformato i tre uomini così come tutti quelli che poi si unirono a loro. Proprio come spiega lo stesso Jean Vanier, frequentando il povero, il piccolo o l’ignorante, raggiungendolo, stabilendo con lui un rapporto di fiducia e di amore, ecco che si rivela il mistero. Nel cuore dell’insicurezza del povero c’è una presenza di Gesù. Il povero sembra in grado di infrangere le barriere dell’orgoglio e della presunzione del sapere. Il povero rivela e insegna Gesù Cristo. Il povero fa scoprire a chi è venuto per “aiutarlo” la propria stessa povertà, la propria stessa vulnerabilità; ma gli fa scoprire anche la sua voglia di amare, la sua capacità di amare, quella intensa, potente, e redentrice voglia di amare che è nascosta nel suo cuore. Il povero, o l’ignorante, ha un misterioso potere: nella sua debolezza, diventa capace di toccare i cuori induriti, di svelare, sbloccare, e far scaturire le sorgenti d’acqua viva nascoste nei cuori. Continua Jean Vanier: “I poveri ci evangelizzano”, o per dirla in altre parole: “Gli ignoranti ci insegnano”. Perché “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti” ( 1 Co 1, 27).

Jean Vanier è convinto che mettendo in luce il carattere universale e centrale della fragilità o della debolezza che tutti noi, senza eccezione, condividiamo, possiamo andare oltre le nostre differenze per ritrovarci in una stessa umanità: “I deboli insegnano ai forti ad accettare e integrare la debolezza e lo sfascio nella propria vita”. Jean Vanier definisce così la debolezza come un dono e un’opportunità, e spiega che se entriamo in relazione con chi è stato rifiutato ed emarginato, questo incontro ci cambia nel profondo. Le persone handicappate provano il bisogno di essere, non di apparire. Con loro non c’è competizione, non c’è nessun bisogno di mostrarsi intelligenti, colti. Il potere fa paura, l’umiltà attrae. La testimonianza della fede non viene dal potere di fare, né si tratta di una prova di forza. La testimonianza della fede è una povertà da condividere, un silenzio da ascoltare insieme.

Per lasciarsi istruire, per ricevere un insegnamento, come poi ha fatto il fondatore dell’Arca, occorre calarsi nelle profondità dell’essere e tendere l’orecchio per ascoltare i sussurri del proprio cuore. Ora, nella Tradizione della Chiesa, chi è quello che ha appoggiato il suo orecchio sul cuore di Cristo? San Giovanni, il Teologo. San Giovanni è colui che consente al nostro sguardo di lanciarsi più lontano, colui che è paragonato ad un’aquila perché si dice che le aquile possono fissare il sole con il loro sguardo. Se San Giovanni è “il Teologo” per eccellenza, è perché è lui che ci conduce, più lontano di chiunque altro al mondo, nell’intima conoscenza di Dio, del mistero di Dio. San Giovanni, “il Teologo”, è l’amico di Gesù. Tutta la Tradizione lo dice. È il “discepolo che Gesù amava”. Nella persona, nella vita, nell’esperienza di Giovanni, c’è qualcosa di assolutamente unico. Giovanni è stato l’amico di Gesù, con tutto quello che questo implica di conoscenza, di intimità, di comunione profonda. Questo titolo, “il discepolo che Gesù amava” vuol dire che San Giovanni ha percepito il centro della sua vita, il significato della sua esistenza, il nodo del suo rapporto con Gesù, tutto come espresso da questa amicizia. E questa amicizia gli ha permesso di andare al cuore del mistero di Gesù, del mistero di Dio. “L’uccello mistico, quello il cui volo è rapido, quello che vede Dio, parlo di Giovanni il Teologo”, spiega Giovanni Scoto Eriugena nel nono secolo, “si eleva dunque al di sopra di tutta la creazione, visibile e invisibile, penetra ogni pensiero. Immergendo quindi il suo sguardo nel più profondo della verità, oltre ogni cielo, nel paradiso dei paradisi, cioè nella causa di tutte le cose, ha ascoltato una sola parola: il Verbo per mezzo del quale tutto è stato fatto.”​​
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