venerdì 11 luglio 2014
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Se pensate che l’apartheid ci sia stato solo in Sudafrica probabilmente non conoscete la storia di un altro “Mandela”, quello cattolico della Rhodesia. Si tratta di un vescovo roccioso, il carmelitano irlandese Donal Raymond Lamont (1911-2003). Nel 1965 infatti anche la Rhodesia del Sud – l’attuale Zimbabwe –, ottenuta l’indipendenza dalla Gran Bretagna, instaurò un regime di apartheid tra la minoranza bianca al potere e la maggioranza nera. Ma non avevano fatto i conti con l’intrepido religioso.
 
Il saggio di Fernando Millán Romeral, oltre a farne conoscere la vigorosa testimonianza, gli scuce ora di dosso l’etichetta di "vescovo rosso". Se monsignor Lamont ebbe mai un timore fu quello che «la denuncia del sistema dell’apartheid potesse essere confusa con i fondamenti del comunismo», scrive Millán Romeral. Nato nel 1911 a Ballycastle (Irlanda del Nord) da una famiglia cattolica, Lamont maturò la sua vocazione nell’Ordine del Carmelo. Ma suo pane quotidiano furono anche la musica, con l’amato gregoriano e il rugby sia da giocatore sia da allenatore. Nel 1946 i carmelitani intrapresero una nuova missione in Rhodesia: il religioso partì volontario. Non passò molto tempo prima che la Santa Sede lo nominasse prefetto apostolico e primo vescovo di Umtali, l’attuale Mutare. Era il 1957 e già cominciavano le prime discriminazioni razziali, che convinsero monsignor Lamont che non si poteva tacere: scrisse così, nel 1959, una dura lettera pastorale.
 
Ma la situazione era destinata a precipitare. Nel 1965 la dichiarazione d’indipendenza dal Regno Unito del governo di Ian Smith consegnava tutto il potere ai 250 mila bianchi (meno del 5% della popolazione) condannando i sei milioni di neri alla povertà e all’emarginazione. Ciò che poi monsignor Lamont proprio non riusciva a mandar giù, era il fatto che il regime si presentasse come esempio della civiltà cristiana e occidentale. «Una bestemmia razzista patrocinata dal governo», tuonava il vescovo preoccupato dal fatto che il cristianesimo diventasse ripugnante per gli africani e li spingesse verso i movimenti marxisti, visto anche il silenzio complice dell’Occidente. Paradossale quindi l’accusa del governo che per screditarlo gli dava del filocomunista. Tanto più che nelle sue lettere pastorali – rimarca Millán Romeral – si scagliava contro il comunismo, «un sistema dittatoriale estraneo alle libertà individuali».
 
Dopo un duro braccio di ferro con il governo, il 23 marzo del 1976 venne arrestato. Sotto processo affermò quasi ossessivamente di non essere comunista né anarchico. «È il Vangelo – spiegava – che ci insegna a vedere Cristo in qualsiasi persona». Ma non gli credettero. Nell’ottobre arrivò la condanna a dieci anni di lavori forzati, poi convertita in deportazione ed espulsione dal Paese. Caricato con forza su un aereo fu rispedito in Irlanda. Da quel momento in poi però il suo riconoscimento internazionale non fece che crescere. Paolo VI che lo aveva sempre difeso lo ricevette in Vaticano definendolo «coraggioso figlio della Chiesa». Divenne un’icona nel Continente Nero, sebbene all’oscuro dei riflettori dei media occidentali. Nel 1980 Lamont poté ritornare in Africa ma rimase solo due anni, fino a quando fu nominato il primo vescovo autoctono: per la Rhodesia, ora chiamata Zimbabwe, si apriva una nuova pagina. Lui la sua meta l’aveva raggiunta. E aveva indicato la strada: «Il mondo passa e noi con lui… Allora non ci sarà nessun privilegio, nessuna distinzione di razza o di colore e non ci sarà nessuna segregazione. Allora ciò che deciderà la nostra eternità sarà semplicemente la carità che abbiamo mostrato ai nostri simili in questa vita presente».
 
Fernando Millán Romeral
Un carmelitano contro l’apartheid
Ancora. Pagine 112. Euro 13,00
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