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Fede e ragione, dialogo con Habermas
Vittorio Possenti
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L’attenzione al mondo-di-vita, la scelta per il pensiero post-metafisico e il nesso tra politica e religione sono i temi portanti del nuovo libro di Jürgen Habermas, già da tempo caratteristici della sua produzione. Nel volume appena edito da Laterza (pagine 320, euro 28) col titolo Verbalizzare il sacro. Sul lascito religioso della filosofia, l’autore si interroga sul ritorno delle religioni nella sfera pubblica, ricorrendo alla nozione di società postsecolare: questa smentisce la tesi, tante volte ripetuta sino a pochi decenni fa, secondo cui a più modernità corrisponde meno religione, sino alla sua scomparsa.

«La sorprendente contemporaneità della religione non può che infastidire la filosofia, dal momento che questo rapporto da pari a pari modifica sostanzialmente la costellazione instauratasi a partire dal XVIII secolo», quando con l’illuminismo la filosofia si era schierata con le scienze.

Habermas ha colto tale cambiamento, intervenendo spesso sul ruolo positivo che cittadini credenti illuminati possono offrire alla democrazia ed ai processi della convivenza politica. Si tratta di posizioni importanti in cui si conferma che non è interesse della ragione dichiarare guerra alla religione, ma è interesse della ragione sfruttare in senso secolare e immanente i potenziali di senso ancora presenti, sia pure in modo declinante, nella religione.

Verbalizzare il sacro: il titolo del volume riflette un’oscillazione dell’autore tra l’intento di sostenere la comune genealogia di filosofia e religione onde procedere alla traduzione del sacro in linguaggio secolare, e quello di muovere hegelianamente verso l’assorbimento della seconda quale superata forma dello spirito nella prima: la verbalizzazione del sacro può venire intesa in questo modo. Nella traduzione secolare di contenuti religiosi che cosa rimane di questi e cosa va perduto? Anche se il pensiero secolare può apprendere da quello religioso, si afferma «una superiorità cognitiva della ragione secolare».

Il volume rilancia il pensiero postmetafisico, elaborato da Habermas 25 anni fa, ed ora messo a confronto con nuove posizioni. In termini netti il libro conferma una generale chiusura postmetafisica verso qualcosa che ecceda l’ambito della prassi umana: tale conclusione non è l’esito di un argomento, ma un assunto ritenuto così scontato che non vale la pena di discuterne. In estrema sintesi la posizione di Habermas è del tipo: «dopo Kant non è più possibile che…». A dispetto di una cultura molto ricca, egli tende a muoversi in un ambito di alta sociologia che constata e rischiara processi della modernità ritenuti irreversibili, più che nel quadro di argomenti giustificativi.

La posizione postmetafisica è considerata come un acquisto per sempre: qui però sarebbe consigliabile l’atteggiamento di chi non dice "sempre", in specie se si prende atto della ripresa di temi ontologici e metafisici nella recente filosofia analitica. Il pensiero postmetafisico è inoltre denotato dall’accettazione del fallibilismo. La genealogia del pensiero secolare da antiche fonti religiose non ha valore di verità, è qualcosa di contingente che si lega alla coscienza fallibilistica della scienza e della filosofia.

Viene ribadito il quadro risolutamente antropocentrico e metodologicamente ateo, che verte esclusivamente su questioni concernenti l’uomo: etica, politica, diritto, come è fatale che sia in un pensiero postmetafisico. Della filosofia come sapere viene tratteggiato un quadro ridotto, in cui essa, confrontandosi con gli apporti delle scienze, può trovare «l’angolo in cui le ragioni della filosofia hanno ancora il loro peso». La filosofia non amplia il sapere mondano: si interroga su quanto emerge dalle scienze, e cerca un proprio accesso al reale volgendosi al mondo-di-vita. La religione entra in questo quadro non come portatrice di un messaggio trascendente e salvifico, bensì come una componente della civiltà che può ancora profferire parole etiche traducibili in linguaggio secolare e in prospettive normative che possono venire in aiuto della freddezza e impersonalità delle scienze.

La secolarizzazione del mondo produce la secolarizzazione della filosofia e viceversa: l’opzione postmetafisica, mettendo tra parentesi il problema di Dio, sottrae alla teologia gli strumenti per giustificare la pretesa di verità del cristianesimo. Nel volume si esprime una posizione di sfondo di tipo kantiano, che cerca di salvare una responsabilità normativa per la filosofia, ridotta appunto all’etica, senza che si avverta che il pensiero postmetafisico è condannato a ritirarsi e infine a dissolversi dinanzi all’avanzata delle scienze e del naturalismo. In merito a quest’ultimo l’autore propone una urbanizzazione del naturalismo oltranzista che dissolve ogni altra forma della cultura, optando per un naturalismo moderato che cerca di mantenere un quadro normativo come ultima responsabilità della filosofia.

È lecito nutrire dubbi sull’esito dell’impresa. Allo scientismo scatenato ci si può opporre solo entro un quadro schiettamente metafisico che riconquisti la responsabilità della ragione speculativa, e non si accontenti di una razionalità procedurale debole, che appare in difficoltà nel mantenere la forza evocativa e obbligante della legge morale. 
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