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Editoria, il '900 scorbutivo di Livio Garzanti
Alessandro Zaccuri
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Il più intellettuale di tutti, probabilmente. E di sicuro il più scorbutico. È il posto che Livio Garzanti – morto ieri in una clinica milanese all’età di 93 anni – si era conquistato nel piccolo pantheon degli editori italiani del dopoguerra. Un drappello che comprendeva, tra gli altri, Angelo Rizzoli, Valentino Bompiani, Giulio Einaudi, Edilio Rusconi, Giangiacomo Feltrinelli e il clan dei Mondadori. Ecco, forse Alberto, il primogenito di Arnoldo, era quello che più poteva assomigliare a Garzanti. Figlio d’arte come lui, visto che anche Livio, classe 1921, era entrato nell’azienda fondata dal padre, Aldo, il quale a sua volta nel 1939 aveva rilevato la Treves, ovvero quella che, fino a non molto tempo prima, era considerata la più importante casa editrice italiana.

Proprio ai leggendari “Fratelli Treves”, peraltro, Arnoldo Mondadori aveva strappato le opere di Gabriele d’Annunzio, gettando così le fondamenta del suo futuro impero editoriale. I Garzanti, però, non erano stati da meno. In continuità con la tradizione Treves, avevano voluto conservare una marcata impronta letteraria. Ne fu espressione una rivista come “L’Illustrazione Italiana”, nella cui redazione il giovane Livio lavorò inizialmente. Nel 1952, arrivato alla guida della casa editrice vera e propria, dimostrò di essere non meno ambizioso di Alberto Mondadori (che di lì a poco, nel 1958 si sarebbe separato dal padre per dar vita al Saggiatore), ma anche dotato di maggior spirito imprenditoriale. Erano entrambi editori-scrittori. Livio, però, riusciva anche a far quadrare i conti, senza mai rinunciare alla qualità delle proposte. Si deve a lui, per esempio, l’esordio di Pier Paolo Pasolini nel romanzo con Ragazzi di vita (1955) ed è ancora lui, nello stesso periodo, a mettere sotto contratto Carlo Emilio Gadda. Negli anni Sessanta appartengono alla scuderia Garzanti autori come Paolo Volponi ed Elena Bono, tra i collaboratori della casa editrice spicca un giovane Pietro Citati, mentre nel 1965 Goffredo Parise si ispira a Livio per il protagonista del romanzo Il padrone.
 
«Geniale, non certo gentile»: così ha perfettamente sintetizzato il carattere di Garzanti un altro scrittore che lo ha conosciuto bene, Ferdinando Camon. E il caratteraccio dell’editore aveva, in effetti, un che di leggendario. Non meno memorabili, tuttavia, erano le imprese nelle quali amava imbarcarsi: dalla divulgazione di alta gamma delle celeberrime “Garzantine” e dei meritori “Grandi Libri” fino a opere imponenti come la Letteratura italiana di Cecchi-Sapegno o la Storia del pensiero filosofico e scientifico di Geymonat, passando per la magnifica collana di poesia nella quale apparivano le raccolte di Mario Luzi e Giorgio Caproni. Il suo capolavoro editoriale avrebbe dovuto essere l’Enciclopedia europea, la cui concezione innovativa non bastò a ripagare del notevole sforzo economico richiesto per la realizzazione.

A suo agio con i best seller (si pensi ai saggi di Francesco Alberoni, ma anche ai romanzi di Michael Crichton), nel 1995 Garzanti aveva ceduto la sua casa editrice alla cordata composta da Utet e Messaggerie Italiane. All’epoca aveva già pubblicato romanzi raffinati come L’amore freddo (1980), Una città come Bisanzio (1985) e La fiera navigante (1995). L’ultimo suo libro, Amare Platone, risale al 2006 ed è una rilettura del Fedro fortemente influenzata dal rapporto con la seconda moglie, la scrittrice Gina Lagorio, morta nel 2005. La camera ardente dell’editore sarà allestita lunedì, dalle 9 alle 12, presso Palazzo Garzanti a Milano, al numero 30 di via della Spiga, tra le volte affrescate dall’amico Tullio Pericoli. Subito dopo, alle 14, si svolgerà la commemorazione civile di un uomo che, come ricorda ancora Camon, seppe essere autorevole, oltre che autoritario.
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