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E la fede «inventò» il tempo
Luigino Bruni
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Il nesso tra cristianesimo e capitalismo è uno dei luoghi classici della storiografia, a partire almeno dalla seconda metà dell’Ottocento. E sebbene sia stata al centro di innumerevoli critiche, smentite e rivisitazioni, la classica tesi di Max Weber sullo "spirito protestante" del capitalismo continua ancora ad occupare il centro della scena. Anche l’interessante e originale libro di Max Engammare, L’ordine del tempo. L’invenzione della puntualità nel secolo XVI secolo (Claudiana, 2015, pagg. 220, euro 28), ruota attorno all’antico tema weberiano, andando a rintracciare l’origine dell’idea moderna di puntualità nella Riforma, in particolare nella persona, nel pensiero e nella teologia di Giovanni Calvino, e nella vita religiosa e civile della sua Ginevra di metà Cinquecento.


Anche se Engammare, storico dell’università della città di Calvino, ne mostra una certa consapevolezza, il suo libro appartiene a quel genere storiografico (molto comune in Italia: vedi i lavori di Prosperi e Firpo sulla Controriforma) che ama concentrarsi sull’elemento religioso o confessionale, e poggiandosi solo su di questo sollevare un pezzo di mondo.


Dimenticando, o quanto meno sottovalutando, che il nesso casuale tra religione e un determinato tratto socio-culturale è tra i più complessi che l’analisi storica e antropologica conoscano.


Decisivo è il problema dell’endogeneità (come la chiamano gli statistici), cioè l’analisi del nesso causale nella correlazione tra gli eventi che osserviamo: è utile sapere nel fatto empirico "quando piove ci sono molti ombrelli aperti" se è la pioggia a determinare l’apertura dell’ombrello, o, magari, viceversa. Infatti sono cattolici i messicani e i veneziani, gli irlandesi e i filippini, i siciliani e i torinesi, eppure gli spiriti civili, economici ed etici sono sostanzialmente diversi. Ritroviamo più affinità culturale tra Milano e Amsterdam che tra Parigi e Lisbona, non ci spieghiamo perché i luterani paesi nordici abbiamo più stato sociale dei cattolici e "comunitari" italiani e spagnoli, e non riusciamo a dir nulla o poco del rapporto col tempo e la puntualità nella Germania dove cattolici e luterano sono indistricabilmente intrecciati.


Gli spiriti dei popoli sono faccende molto antiche, hanno radici millenarie: quanto ha pesato la cultura italica arcaica e quanto la Chiesa cattolica nella formazione del culto dei santi in Campania, o delle processioni nelle feste dei Paesi latini? La tesi del libro è invece troppo semplice e chiara: «Da un punto di vista sociale, l’organizzazione razionale del tempo ecclesiale non è una invenzione della Riforma. Basta evocare le regole monastiche, le ore canoniche, i Libri delle ore. L’approccio sistematico, la volontà di includere la totalità della vita nell’ordine divino, la ricerca della santificazione permanente del laico, l’attenzione continua sulla suddivisione delle ore: è questo insieme di elementi a esprimere la specificità del tempo riformato» (pag. 198).


Lo spirito della Riforma avrebbe avuto, secondo lo storico ginevrino, un ruolo decisivo per un cambiamento soggettivo e pubblico, avvenuto nei Paesi riformati, nei confronti del tempo in rapporto allo spazio, alla sua razionalizzazione da parte di predicatori, mercanti, politici, padri di famiglia, al cambiamento nella forma e nella funzione dei calendari, degli appunti di viaggio, dell’educazione dei bambini, e in molto altro, di cui il libro dà uno più o meno ampio resoconto.


Il tempo passa sotto il controllo degli uomini, pur continuando ad appartenere a Dio, e così diventa protagonista cruciale nella rivoluzione culturale ed economica della modernità, una componente decisiva dello spirito del capitalismo.


In realtà, questa tesi suggestiva del libro non è del tutto convincente. Innanzitutto non è messa sufficientemente in evidenza la radice medioevale dell’invenzione del tempo razionale. L’accenno al monachesimo nella frase appena citata, è di fatto l’unica dell’intero libro. La prima razionalizzazione del tempo avviene dentro le abbazie e i monasteri, e già a partire con i benedettini, quindi mille anni prima di Calvino. La visione liturgica della giornata e della vita, la razionalizzazione e gestione del tempo, che Engammare attribuisce a Calvino e al mondo riformato, era stata generata e sviluppata dall’umanesimo monastico, fino a farne un muro maestro di quella visione della vita e della religione.


La storicità del cristianesimo, dell’incarnazione e quindi del tempo, e ancor prima l’intera visione del mondo come storia e cammino contenuta nell’Antico Testamento, rappresentavano già una rivoluzione della visione del tempo.


Ponzio Pilato sta dentro il credo di Nicea a indicare questa rivoluzione nella visione storica del tempo. L’accidia, malattia morale assunta alla dignità di vizio capitale, discussa e presa molto sul serio dalla tradizione monastica, non è altro che il medesimo atteggiamento che secoli dopo ritroviamo nella condanna dell’ozio e dello spreco di tempo, presente in Calvino e in altri riformati, ma anche in molti padri della Chiesa e in mistici e teologi monaci e monache. Senza una disciplina e una razionalizzazione del tempo non avremmo poi avuto la civiltà commerciale tra i duecento e il trecento, Borgo San Sepolcro e Monterchi, il duomo di Firenze e l’arsenale di Venezia, i commerci, le monete e le bilance medioevali. Per non parlare dell’arte e la musica del rinascimento, che sono anche e forse soltanto ritmo e dominio razionale del tempo e dello spazio. La dominazione del tempo e dello spazio è stata poi anche all’origine della cartografia e delle mappe moderne, e quindi delle grandi scoperte e navigazioni all’inizio della prima modernità.


Ciò che in tutto questo processo di riforma fu veramente decisivo fu l’estensione della "liturgia delle ore" dai monasteri (non più voluti dai riformati) all’intera vita civile laica, ma questa bella cosa ce l’aveva già detta Max Weber cento anni fa.


I riformati e i cattolici cristiani sono molto più simili di quanto una certa storiografia voglia affermare, e dove sono diversi lo sono per mille ragioni. Questo lo sapeva molto bene (e lo sa ancora) la scuola storica di Amintore Fanfani e della scuola storica della cattolica, un insegnamento che abbiamo dimenticato, che sarebbe invece molto utile per una nuova fase ecumenica e laica di studi sull’origine degli spiriti del capitalismo.
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