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Di fronte a Gesù con il centurione
Luis Antonio Gokim Tagle
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Anticipiamo in queste colonne un passo del capitolo L’adorazione autentica dal volume del cardinale Luis Antonio Gokim Tagle “Raccontare Gesù. Parola, comunione, missione”, in uscita per Emi (pagine 60, euro 6,90). Nel libro l’arcivescovo di Manila racconta il “suo” Gesù, uomo tra gli uomini, tra narrazione biblica e aneddoti di pastore “alla fine del mondo”: un’appassionata vicenda d’amore che apre alla speranza.

Adorare significa essere presenti, nella quiete e nella contemplazione. Nell’adorazione, siamo presenti a Gesù il cui sacrificio è sempre presente a noi. Dimorando in lui, siamo assimilati sempre più profondamente alla sua autodonazione. Guardando fisso a Gesù, accogliamo il mistero che adoriamo e ne siamo trasformati. Fare l’adorazione eucaristica è come stare ai piedi della Croce di Gesù, testimoniando il suo sacrificio della vita ed essendone rinnovati.

A parte la Madre e il discepolo amato che vegliarono con Gesù morente, anche il centurione romano che controllava lo svolgimento della crocifissione può essere un modello di adorazione. Probabilmente quell’ufficiale ha tenuto d’occhio Gesù dall’arresto fino alla morte. Vedendo Gesù tradito, arrestato, accusato, umiliato, spogliato e brutalmente inchiodato alla croce, ha sorprendentemente concluso: «Veramente quest’uomo era giusto» (Lc 23,47), e: «Davvero costui era Figlio di Dio» (Mt 27,54; Mc 15,39). Già indurito da tante crocifissioni di cui era stato il supervisore, deve aver visto qualcosa di nuovo in Gesù. Al termine di una esecuzione di routine, è fiorita una professione di fede in Gesù. Non è stata solo un’altra crocifissione, dopo tutto, ma la manifestazione dell’innocenza e del Figlio di Dio. Apprendiamo dall’“adorazione” del centurione che il sacrificio della vita di Gesù non può essere apprezzato per quello che è veramente, se non si affronta l’orrore della croce.

Il Vangelo secondo Marco dice che il centurione stava davanti a Gesù. Come ogni capo di guardie, sorvegliava attentamente il criminale giustiziato. Non faceva altro che guardare Gesù. E la vicinanza fisica non bastava: doveva essere vigile e attento, in modo da poter rendere conto di ogni dettaglio. Impariamo dal centurione a stare di fronte a Gesù, a tenerlo sempre d’occhio, a guardarlo fisso, a contemplarlo. All’inizio il centurione ha passato ore a guardare Gesù per dovere, ma poi ha finito per contemplarlo nella verità.

Che cosa ha visto, il centurione? Possiamo supporre che abbia visto l’orrore della sofferenza che ha preceduto la morte di Gesù. Egli è stato testimone oculare del dolore, dell’umiliazione e della solitudine inflitti a Gesù quando gli amici lo tradirono e lo abbandonarono. Deve essere rimasto sorpreso nel vedere Giuda scoccare un bacio apparentemente affettuoso che era in realtà un atto di tradimento. Probabilmente si è meravigliato della rapidità con cui un gruppo di discepoli potevano abbandonare il loro maestro per salvare la pelle. Ha ascoltato le bugie fabbricate nel Sinedrio e la resa di Pilato alla folla, nonostante la mancanza di un chiaro capo d’accusa contro Gesù. Ha visto la gente schernire Gesù, sputargli addosso, spogliarlo e crocifiggerlo. Ha sentito il grido di dolore: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34). Il centurione ha constatato una crudeltà incredibile da parte degli amici, delle autorità e persino della divinità lontana. Il tradimento, la disumanità e la brutalità continuano fino ad oggi nelle molte crocifissioni dei poveri e della creazione. Non possiamo fare a meno di chiederci perché gli amici, le autorità e Dio non intervengono.

Ma credo anche che in Gesù il centurione abbia visto un amore incredibile: amore per il Dio che non gli aveva tolto quel calice di sofferenza, e amore per ogni suo prossimo. Per i suoi nemici chiese il perdono del Padre (Lc 23,34). A un bandito promise il paradiso (Lc 23,43). Alla madre assicurò una nuova famiglia (Gv 19,26-27). E al Dio che lo aveva abbandonato, Gesù si abbandonò: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Il centurione ha visto l’amore fiorire nel deserto della disumanità. In mezzo al chiasso degli insulti e delle menzogne, quell’uomo, Gesù, pronunciava parole di fedeltà e di verità. Dappertutto la gente gridava “no” a Gesù, ma il centurione ha udito da Gesù solo “sì” al Padre, “sì” al prossimo, “sì” alla missione. In quella orribile croce di odio e di violenza il centurione ha riconosciuto l’amore, un amore incrollabile che si rifiuta di morire, che è forte come l’acciaio contro il male, ma tenero di fronte all’amato. Gesù è rimasto fedele alla sua missione. Così la sua morte è stata trasformata in vita.

Quando adoriamo il Dio-Trinità in lode del sacrificio di Gesù, siamo chiamati a piangere per le vittime dell’indifferenza dell’umanità peccatrice e dell’impotenza di Dio. Ma piangiamo anche di gratitudine per la speranza dell’amore puro che va dispiegandosi in un mondo lacerato. La croce, emblema della colpa dei criminali, ha confermato l’innocenza di Gesù, il vero adoratore di Dio. Il culto sacrificale che egli ha celebrato era il suo amore senza macchia per il Padre e la profonda compassione per i peccatori. Gesù, che è sopravvissuto a tale orrore con la speranza e ha vinto un così grande male con la tenerezza e l’amore, non era solo innocente. Ha anche mostrato che veniva dall’alto. Il centurione ha creduto che Gesù poteva venire solo da Dio, suo Padre.
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