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RISCOPERTE
Daniélou, la verità usurpata
Jonah Lynch - Vicerettore Fraternità San Carlo Borromeo
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​Al numero 56 di rue Dulong, non c’è il citofono per suonare agli appartamenti. Allora, per entrare, aspetto che arrivi qualcuno. Davanti alla casa, c’è una chiesa luterana. Un po’ più avanti, massaggi tailandesi; a fianco una psicoterapeuta; sull’altro lato, una misteriosa società finanziaria. Una famiglia arriva, apre il portone, e mi respinge bruscamente quando chiedo di poter vedere l’ingresso. Dopo qualche tempo arriva una giovane donna, molto truccata. Ha paura di me, ma infine mi fa entrare: «Però non ti ho fatto entrare io», dice. Salgo quattro piani, 72 scalini ricoperti da un tappeto lurido, un buio e uno squallore che fanno impressione. Al quarto piano, sono davanti alla porta che fu della call-girl Mimì Santoni. Non busso. Qui, nel 1974, morì il cardinale Jean Daniélou, stroncato da un infarto. Daniélou è un protagonista dimenticato della stagione teologica del Vaticano II. Era uno dei principali motori della "nouvelle théologie", fra i fondatori di Sources Chrétiennes, redattore di riviste, autore di circa sessanta libri, e fra le voci più autorevoli al Concilio. Ma in seguito alla sua morte, raccontata in modo scandalistico sulla stampa parigina, su di lui è calato il silenzio. Oggi i suoi libri sono quasi tutti fuori commercio.

Di lui si ricorda solo la strana circostanza del decesso. «Camminava sempre in fretta; la testa arrivava prima, poi il resto!». Lo racconta suor Grazia Zangrando, che trovo a Parigi nella casa delle "Figlie del Cuore di Maria". Negli ultimi tempi il cardinale Daniélou viveva da loro. Aveva traslocato a casa delle suore in seguito a forti contrasti con i gesuiti con cui abitava da decenni. Aveva osato molto in un’intervista a Radio Vaticana il 23 ottobre 1972: «Penso che attualmente c’è una crisi molto grave della vita religiosa e che non bisogna parlare di rinnovamento, ma piuttosto di decadenza. […] La causa essenziale di questa crisi è una falsa interpretazione del Vaticano II». Suonava come un’accusa ai suoi superiori diretti: all’epoca, il segretario dell’Unione dei Superiori Generali degli istituti religiosi era il generale della Compagnia di Gesù. Suor Grazia racconta: «Appena è venuto da noi, ha dato la sua disponibilità per celebrare la nostra messa mattutina, alle 7. Ma dopo l’Eucaristia il cardinale si sedeva per venti minuti di preghiera in silenzio, prima di dare la benedizione, sconvolgendo così tutti gli orari della casa!». Veramente un sacerdote così aveva una doppia vita? Suor Grazia allarga le braccia: «Non ho mai creduto a quelle storie».

Nel 1972 era giovane novizia, ed era rimasta colpita dalla semplicità di padre Daniélou, che come unico segno esteriore del suo essere cardinale portava le calze rosse, e che nonostante i suoi molti impegni faceva di tutto per pranzare nel convento assieme a un vecchio sacerdote, padre Girard, che altrimenti sarebbe rimasto solo. Il 19 maggio 1974, Daniélou era andato in Bretagna a predicare un ritiro (fra le altre cose, aveva parlato della bellezza del celibato sacerdotale). Il giorno dopo aveva celebrato la messa, aveva lavorato a Sources Chrétiennes e, nel pomeriggio, aveva preso l’autobus 68 per Porte de Clichy, all’altro lato della città ed era giunto alla casa della prostituta Mimì Santoni. Questo il racconto di Mimì riportato da Emmanuelle de Boysson: «Veniva per portarmi dei soldi per aiutarmi a pagare l’avvocato di mio marito, che era stato imprigionato. Era bianco come un lenzuolo. Mi ha guardato e mi ha domandato di aprire la finestra. sottolineando: "Che caldo che fa qui!"». L’attacco cardiaco preannunciato negli ultimi due giorni, con mancamenti notati da molti testimoni, è arrivato. Concludeva la Santoni: «È caduto in ginocchio. La sua testa si è schiantata sul pavimento. Un ultimo respiro e poi niente. Molto tempo dopo, mi sono detta: che bella morte per un cardinale cadere in ginocchio!».

Le circostanze della morte furono al centro di una feroce campagna di stampa. Ma Daniélou meritava veramente un simile trattamento? Nel suo primo libro, Il segno del tempio, cita una bella frase di Claudel, «Soltanto un’anima purificata sentirà il profumo della rosa». Poi commenta: «Occorre che ritrovi la purezza del mio sguardo. Allora le creature ritorneranno a essere messaggi luminosi». Ma chi era il cardinale Daniélou? Ovunque nella sua autobiografia, come nel ricordo di chi lo conosceva bene, si pone come un uomo singolarmente libero, fuori dagli schemi. Si situa fuori dall’ambito mondano che suo padre, più volte ministro, voleva per lui. E si pone fuori dagli stereotipi: «Sono profondamente un uomo di Chiesa, sono molto poco clericale». Nei ritiri spirituali poneva apertamente le domande scottanti della fede: «Che cosa vi dà il diritto di credere in questa cosa improbabile che Dio sia intervenuto nella storia dell’uomo? Cioè, che cosa giustifica il mio diritto di aderire alla verità della storia santa? […] Ho il diritto di fidarmi assolutamente della testimonianza della Scrittura?». Non aveva paura di guardare in faccia le difficoltà, non si nascondeva dietro pie frasi. Allo stesso tempo, la sua grande certezza non aveva il sapore dell’intransigenza. In un dibattito pubblico con André Chouraqui, traduttore di una versione della Bibbia in francese che ha suscitato molto interesse, ebbe a dire «In quanto cristiano, le devo annunciare Gesù Cristo e spero una cosa soltanto, che lei lo riconosca, il che non mi impedisce di rispettare profondamente i valori del giudaismo». Singolare e solare schiettezza. Daniélou, l’uomo del dialogo, era anche l’uomo della fermezza e del vigore del pensiero. Non aveva paura di usare parole forti quando era in gioco un punto irrinunciabile. Ha dimostrato in numerosi testi e conferenze di essere un profondo conoscitore ed estimatore di tante religioni: non solo l’ebraismo, ma anche l’islam, l’induismo, il buddismo, l’animismo africano... Era seriamente impegnato a far emergere dall’esperienza religiosa dell’umanità quegli elementi comuni su cui far leva per meglio vivere insieme, e anche per mostrare la somma convenienza di Cristo. Diceva che «il cristianesimo non è una religione tra altre religioni. È fondamentalmente un messaggio di Dio indirizzato agli uomini di ogni religione».

L’unica posizione religiosa con cui aveva poca pazienza era l’ateismo. Lo considerava «profondamente disumano». «Dinnanzi all’ateismo, davanti a una totale insensibilità ai valori religiosi, provo un senso di imbarazzo quasi fisico e non capisco perché i cristiani non rigettino fermamente l’ateismo, per quanto siano ammirabili alcuni atei». Dedicava una parte significativa del suo tempo a parlare agli studenti. Nei primi anni di messa, aveva servito come cappellano dell’École Normale Supérieure de Sèvres, e aveva aiutato il cappellano del gruppo cattolico di Lettere presso la Sorbonne. Poi con madre Marie de l’Assomption dà vita al movimento ecclesiale il "Circolo san Giovanni Battista". Si radunavano gruppi di studentesse per la messa domenicale seguita da una conferenza sulla fede, le matinées spirituelles. Molti suoi libri sono nati da questa predicazione. All’inizio di uno di essi, Miti pagani e mistero cristiano, scrive nella prefazione: «In un tempo in cui l’esistenza di Dio è contestata da tanti, è più che mai urgente parlare, e con quel tono diretto che può prestarsi alle critiche dei saggi, ma che può giungere ai cuori. Ed è questo che mi interessa». La stessa testimonianza viene resa da padre Xavier Tilliette, nella prefazione ai Carnets del cardinal Daniélou. Scrive: «Deplorava la speculazione teologica, col pomposo titolo di ricerca, e la pastorale sacramentale utopica, senza radici, senza la vera esperienza delle persone, delle anime, dei loro bisogni e della loro fame. Respingeva con tutta la forza una teologia di laboratorio». Daniélou fu innanzitutto un prete, apostolo di Cristo, infiammato dal desiderio di insegnare agli uomini e alle donne la bellezza della vita cristiana.
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