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QUELLI DEL CONCILIO/7
Roberto Tucci: «Al Vaticano II
vinse lo spirito di continuità»
Filippo Rizzi
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​E’ ancora una miniera di ricordi, di aneddoti su avvenimenti, retroscena inaspettati avvenuti durante le quattro sessioni del Concilio Vaticano II, il cardinale gesuita Roberto Tucci. Nel suo studio alla Radio Vaticana con accanto il suo inseparabile bastone «compagno della mia vecchiaia» ci dice sorridendo, fa affiorare dalla sua mente con attenti flash, istantanee gli scorci di un tempo passato ma ancora vivo: la sua direzione de «La Civiltà Cattolica» durante i turbolenti anni del Concilio, le amicizie, gli incontri intrattenuti proprio nella sede di Villa Malta, nel cuore di Roma, con Henri de Lubac, il suo fidato gesuita Giovanni Caprile, lo scrittore di «Études» Robert Rouquette o addirittura con Giuseppe Dossetti. Anni, quelli del Concilio, che rappresentarono una ventata di aria fresca – a suo giudizio – anche tra le austere mura della rivista fondata da Carlo Maria Curci e voluta da Pio IX: toccò infatti al padre Tucci nel 1959 prendere il difficile testimone della rivista dopo Calogero Gliozzo.

«Giovanni XXIII volle un aggiornamento della rivista e dovetti occuparmene io. Assieme al compianto padre Giuseppe De Rosa – rievoca il porporato con la voce un po’ incrinata dall’emozione – portammo tra le mura della Civiltà Cattolica e del collegio degli scrittori le novità promosse dalla Nouvelle théologie di Congar, Daniélou e De Lubac. Novità che non erano spesso ben digerite da molti miei confratelli… Non posso negare che mi aiutò molto aver studiato a Lovanio e aver respirato quella impostazione teologica così lontana, in quegli anni, da quella insegnata negli atenei pontifici romani come la Gregoriana, la Lateranense o l’Angelicum. Questa mia formazione francofona mi aiutò molto, nella mia veste di perito nominato da Giovanni XXIII, ad essere accettato dai vescovi belgi e francesi che mi sentivano uno di loro…Per scherzo venivamo chiamati quelli del Lovaniense secundum…con un chiaro riferimento al Vaticano II».

Furono anni turbolenti ma anche avvincenti al timone della Civiltà Cattolica, quelli durante e prima del Concilio…
«Certamente sì. Mi trovai alla direzione di un così autorevole periodico con un nuovo Papa, Giovanni XXIII. Ricordo, ad esempio, che chiesi la collaborazione del padre Agostino Bea, biblista ed ex rettore del Biblico di Roma. Solo poco tempo dopo venne creato cardinale e mi confermò la sua volontà di scrivere per la Civiltà Cattolica con queste parole: “Io mantengo l’impegno”. L’articolo toccava le questioni nodali del giudeo-cristianesimo e affermava la non diretta responsabilità degli ebrei sull’uccisione di Gesù: il cosiddetto Deicidio. La segreteria di Stato e il cardinale Amleto Cicognani bloccarono la pubblicazione di questo articolo. E a me toccò andare dal cardinale Bea al Collegio brasiliano e informarlo della questione. Ricordo come fosse ieri la calma olimpica e il suo atteggiamento impassibile simili alle sue parole: “Non si preoccupi. Pazienza troverò altre strade”. Un uomo eccezionale che non si turbava mai. L’intervento di Bea sarà poi pubblicato in una rivista svizzera di un suo confratello gesuita. Quello che mi colpì allora che quell’articolo aveva già in nuce quello che poi si sarebbe sviluppato e realizzato, in parte grazie anche a Bea, nella dichiarazione Nostra aetate e nel decreto De Oecumenismo…al Concilio Vaticano II».


Il discorso inaugurale di Papa Roncalli «Gaudet mater ecclesia» dell’ottobre del 1962 è rimasto per Lei una delle pietre miliari del Concilio. Perché?
«Rammento che a quelle parole rimasi commosso, piansi. Ed ebbi una grande paura per la novità di un Concilio ecumenico nel bel mezzo del Novecento. Nell’allocuzione il Papa affermava a chiare lettere che non si aspettava un Concilio di condanna e preferiva il discorso della misericordia. Quello che mi impressionò fu il fatto che la prima sessione conciliare aiutò i vescovi a capire meglio il senso di quell’assemblea e a conoscersi di più. Non credo che tutti erano consapevoli del momento storico che stavano vivendo. Se uno esamina come feci io con l’aiuto di padre Caprile i vota, cioè i desideri manifestati dai vescovi che erano stati interrogati per ordine di Papa Giovanni perché dicessero quali erano le loro aspettative per quanto riguardava il Concilio, non si aveva un quadro di rinnovamento così spinto come poi è risultato il Concilio. C’è voluto un po’ di tempo, tutta la prima sessione per formarsi pian piano una maggioranza favorevole ad un forte rinnovamento nella fedeltà, ma nella continuità. E a questo proposito mi viene in mente la mia ultima udienza con Papa Giovanni quando mi disse che solo nell’ultima settimana della prima sessione i padri del Concilio avevano capito nel profondo il suo discorso inaugurale. Mi fece cenno in particolare agli interventi di Montini, Lercaro e Suenens. E mi disse con la sua consueta amabilità: “Finalmente avevano capito. Ma io volevo che ci arrivassero da soli…».


Un testo che Le è rimasto nel cuore è sicuramente la costituzione pastorale «Gaudium et spes». Ci può spiegare il perché?
«Ebbi la fortuna di far parte del comitato ristretto di teologi che si riunì ad Ariccia nel 1965 per elaborare un testo che, poi, dopo ulteriori emendamenti è stato la base della costituzione Gaudium et Spes. Di grande spessore furono gli interventi di Jean Daniélou, di monsignor Emilio Guano e del redentorista Bernard Häring. A giocare un ruolo fondamentale per la stesura dello schema XIII furono i domenicani Yves Marie Congar e Marie Dominique Chenu. A questo focoso e roccioso frate francese si deve la frase dedicata ai “segni dei tempi”. Congar si spese con tutte le forse fisiche e intellettuali per la stesura di questo documento: era capace di grandissimi interventi, pur avendo già allora problemi di deambulazione; forse anche negli anni del Post-Concilio per la sua profondità teologica ed ecclesiologica meritava di essere ascoltato di più».

Ma tra i relatori di quella commissione ristretta ad Ariccia era presente anche il giovane vescovo ausiliare di Cracovia, Karol Wojtyla. Che cosa ricorda di lui in quel frangente ?
«Wojtyla riuscì con i suoi interventi ad Ariccia a farsi apprezzare anche dai teologi tedeschi che, come sappiamo, si rivelarono i più critici sull’impostazione di quel documento. Monsignor Wojtyla sottolineò il problema dell’ateismo marxista, al quale la Chiesa doveva far fronte con una proposta positiva e alternativa a tale visione; mise poi in evidenza la situazione dei Paesi nei quali non viene rispettata la libertà di coscienza né la libertà di professare la propria fede; attirò l’attenzione sulla centralità della persona in una visione cristocentrica. Non è un mistero che si deve in parte ad alcuni suoi interventi la famosa frase nel testo definitivo della Gaudium et spes, il pensiero numero 22: “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”. Questo capitolo 22 della Costituzione pastorale è stato forse il testo del Concilio più citato da Giovanni Paolo II fino ad esserne il nucleo fondante della sua enciclica Redemptor hominis. Una documento pontificio che, ironia della sorte, fui incaricato di presentare nella sala stampa vaticana tanti anni fa..».


Ma la «Gaudium et spes» fu soprattutto oggetto di critiche, tra queste anche quella del giovane Joseph Ratzinger, per il suo eccesso di ottimismo verso il mondo. Può spiegare il perché?
«Quando lessi le critiche di molti teologi tedeschi per questo eccesso di ottimismo penso in particolare a Karl Rahner e a Joseph Ratzinger ho provato un grande rammarico perché sarebbe stato più giusto che il futuro papa Benedetto XVI fosse lui al mio posto nel gruppo redazionale della Gaudium et spes. Il suo contributo, io credo, avrebbe reso questo testo, già buono in se stesso ancora migliore. Credo che l’apporto del giovane teologo bavarese, perito del cardinale Frings, avrebbe riconsiderato meglio la teologia della Croce all’interno della Costituzione pastorale. Di qui credo nasca la critica dei teologi tedeschi verso un eccesso di ottimismo senza passare dal mistero della Croce».
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