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Cibo spettacolo: dalla fame alla fama
Nicoletta Martinelli
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Per soddisfare gli amici invitati a cena, oltre a saper cucinare un pasto ottimo e abbondante, si è dovuto anche imparare, quel pasto, a metterlo in posa. Fotografare ciò che c’è nel piatto – a casa e al ristorante – per poi servirlo in rete ormai è una petulante consuetudine.
Non s’illuda la cuoca che ha sgobbato sui fornelli: immortalare le portate non è un tributo alla sua abilità. Tutt’altro: lo scopo è rubarle la scena, affermare il proprio potere, dimostrare al mondo quanto si è abili nel procurarsi il cibo. Primitivo? Eh, già, da uomo della pietra. Ma dotato di smartphone.


Conferma «Google-foto», che lo scorso ottobre, per festeggiare i cento milioni di utenti – raggiunti in tempo record nei primi 5 mesi di esercizio – ha sciorinato un po’ di dati. A quella data, conservava nei suoi server 3.720 terabyte di immagini, che – tanto per farsi un’idea – potrebbero riempire di foto uno smartphone da 16GB ogni giorno, per 637 anni.
Dopo le persone, la cosa più fotografata è il cibo. Che, trasformandosi in superstar, diventa il contrario della convivialità, «il cibo che parla e fa parlare solo di sé è una forma di “imbrodamento”, di narcisismo dei beni di consumo»: lo spiega con una buona dose di vis polemica Franco La Cecla nella sua ultima fatica letteraria, Babel Food, sottotitolo più che esplicito: «Contro il cibo Kultura» (Il Mulino, pp. 132, euro 12). «Nello scrivere questo libro – chiarisce – ho avuto davanti agli occhi il mostruoso ingigantimento del cibo nei cartelloni pubblicitari, la sua immagine pornografica in cui si devono vedere tutti i pori di un pomodoro o di un’orecchietta. Una pornografia grottesca, ridicola e umiliante per il senso stesso del cibo».


Ricorda, La Cecla, di quando 15 anni fa – all’epoca dava alle stampe un libro sulla pasta e sulla pizza di cui Babel Food è la naturale prosecuzione – ci si dovesse battere per dare alla dimensione quotidiana del cibo «il valore di una costruzione culturale, al pari della lingua parlata, del patrimonio artistico e musicale del Paese».


Una faticosa conquista, oggi banalizzata dall’eccesso, dalla sovraesposizione – e dal cambiamento di senso – che il cibo subisce attraverso innumerevoli passaggi e paesaggi televisivi, star pacchiana e onnipresente. «Sembra che la marea non si arresti, eppure – è convinto La Cecla – proprio questo immenso successo mondiale racconta che siamo sull’orlo della fine che, trattandosi di cibo, rasenta i primi segni del disgusto. Non se ne può più di questa banalizzazione della cultura, di questa confusione tra manifestazioni diverse dello spirito umano».


Checché ne dicano gli chef, un piatto ben cucinato non è un’opera d’arte, saper abbinare il vino con il formaggio non ti trasforma in un fine pensatore, non c’è contorno o dolce che abbia lo stesso valore di un sonetto di Petrarca. «Il cibo in sé è solo una delle pratiche della vita quotidiana e prende valore solo quando fa parte di momenti che sono effettivamente culturali, conviviali, dialogici, occasione per spartire insieme al pane e alla pasta molto altro», si legge in Babel Food.


Perché un «cibo Babele»? Basta guardarsi intorno in una qualsiasi città europea, americana o asiatica per capire il concetto, con tutti i piatti del mondo – raffinati o dozzinali – proposti allo sguardo e al palato, con un’offerta che va «dalla carne argentina a Singapore ai sushi take away a Bologna, dal Big Mac a Mosca al kebab a Washington, per finire con l’immancabile cappuccino che chiude o apre il pasto di un americano o di un tedesco a Roma e lo illude di aver gustato uno dei sapori più veri dell’Italia».


E al catalogo di Babele come si fa a far mancare la pasta, piatto forte del libro di La Cecla? «Offerta nei modi più disparati, confusa nell’insalata francese, saltata nei wok indonesiani...».
Come il caffè, l’hamburger, il kebab e il sushi – e anche di più – la pasta è globalizzata. Eppure, anche in Italia, ancora alla fine dell’Ottocento non risultava essere tra i cibi più diffusi. Tanto meno quella secca che oggi va per la maggiore, considerata un lusso e una stranezza. Ma – dopo aver contribuito a unire l’Italia e gli italiani, una tesi che La Cecla sostiene da tempo – la pasta ha varcato gli italici confini, parlando di noi ed esportando il nostro linguaggio – non solo gastronomico – e le nostre tradizioni. Che sono state corrette e corrotte secondo svariati gusti, miscelate e accolte da cucine lontane e diverse. La pasta, insomma, è diventata una babel pasta.
 

C’è da dire che a trasformare la fame in fama non sono solo gli chef pluristellati: il cibo spettacolo sta conoscendo derive fino a qualche tempo fa impensabili e il mukbang recluta dive e divini conquistando sempre nuovi spettatori. I primi mangiano di tutto e di più davanti a una webcam, i secondi pagano per starli a guardare.
Con l’appetito, anche i soldi vengono mangiando: in Corea, dov’è nata la pratica, esporsi agli sguardi dei voyeur gastronomici garantisce cifre considerevoli, i mukbanging più seguiti arrivano a guadagnare migliaia di euro al mese. Non devono saper cucinare né dispensare consigli su ingredienti e tempi di cottura: apparecchiano e partono con l’abbuffata. Pasti pantagruelici, una dichiarata orgia gastronomica senza alcun rispetto per fegato e colesterolo.
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