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CHIESE d'Oriente in balìa del Daesh
Philip Jenkins
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LA RIVISTA
Sono molti gli approfondimenti sulle relazioni cristianesimo-islam e sul martirio delle Chiese orientali proposti dall’ultimo numero del bimestrale Vita e Pensiero. Oltre all’intervento di Philip Jenkins qui pubblicato, (professore di Scienze umanistiche alla Pennsylvania University e fra i massimi studiosi delle religioni), c’è una riflessione di Julia Kristeva; un articolo di Jean-Jacques Pérennès, direttore dell’École biblique et archéologique di Gerusalemme, sul caso dell’Egitto; un intervento del presidente della Rai Monica Maggioni sulle sfide del Mediterraneo; un confronto fra Anna Foa, Paolo Branca e Rosita Copioli sul confronto di civiltà fra Occidente e islam alla luce dei fatti di Colonia.

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Quasi ogni giorno in Medio Oriente i guerriglieri dell’Is compiono nuove atrocità, attentamente pianificate per disseminare paura e terrore nell’opinione pubblica occidentale. Le loro barbare esecuzioni e la distruzione di artefatti di inestimabile valore del patrimonio culturale universale, atti rigorosamente filmati e documentati, stanno sortendo l’effetto voluto in tutto il mondo. È tuttavia triste dover constatare come alcuni dei colpi più feroci inflitti al patrimonio culturale e religioso mondiale non abbiano ricevuto la stessa attenzione. Le sculture assire e i templi greco-romani sono monumenti insostituibili per l’umanità intera, ma lo sono anche le Chiese vive che stanno inesorabilmente scomparendo per mano dell’Is.

Le comunità cristiane sono state quasi completamente cancellate in gran parte dell’Iraq, e un simile processo è in atto in Siria. Questa crisi umanitaria ci è molto familiare, ma ciò che non viene compreso è la portata della crisi che queste Chiese stanno affrontando. Sin dalle loro origini, esse hanno rappresentato non solo un lontano baluardo della cristianità, ma soprattutto il suo cuore e la sua essenza. Paradossalmente, hanno contribuito a definire sia la storia dell’islam sia quella del cristianesimo.

I fanatici dell’Isis marchiano le case dei cristiani con la lettera araba nun di al-nasrani, “nazareni”. È un’usanza che ci riporta ai tempi in cui i seguaci di Gesù portavano questo nome accanto a quello più nuovo di “cristiani”. Per secoli, i cristiani di quelle regioni hanno utilizzato la lingua semitica siriaca, molto simile all’ebraico e all’aramaico. Per circa un millennio, il siriaco è stato una delle grandi lingue della letteratura, dell’erudizione e della devozione cristiana, alla pari del greco e del latino. Oggi non sono rimaste che le ultime vestigia di questa terza e critica componente della cristianità antica e medievale.
naraba375.jpgLe prime Chiese cristiane orientali diedero i natali ad alcuni dei più importanti intellettuali della tradizione cristiana, i “Padri siriaci”, la cui fama all’epoca era degna dei loro colleghi occidentali come Agostino. Il più grande intellettuale siriaco fu sant’Efrem, filosofo e teologo del IV secolo che aveva una certa dimestichezza con la tradizione rabbinica. Efrem viene ricordato e celebrato per i suoi prolifici inni e per la composizione di musica e di canti sacri, alcuni dei quali in uso ancora oggi. La Siria fu il luogo dove la Chiesa cristiana imparò a cantare e a recitare i salmi.

Al-Raqqa, l’antica Callinicum, oggi è il quartier generale dell’Is in Siria, ma è stata un florido centro culturale del monachesimo siriaco. Fino a solo dieci anni fa, la popolazione della città era per il 10% cristiana, ma è probabile che anche questa minoranza sia ora scomparsa. Proprio sulle linee di combattimento del fronte siriano si trova Deir el-Zor, che prende il nome dal monastero di Deir, attorno al quale fu costruita la città. Fino alla fine dell’ultima decade, alcuni dei siti religiosi più antichi e famosi del mondo si trovavano a pochi chilometri di distanza dalla città irachena di Mosul, in un’area oggi ormai completamente epurata dall’Is.
Tuttavia, per molti secoli i confini del mondo cristiano siriaco si estesero ben oltre il Medio Oriente, e quelle Chiese rappresentarono per la loro epoca il progetto missionario di più ampio successo al mondo. Se non forse ancora completamente globali, erano Chiese orgogliosamente transcontinentali. Spingendosi verso est, lungo la Via della Seta, i cristiani siriaci raggiunsero la Cina già nel V secolo e il Tibet nell’VIII, mentre le fiorenti Chiese dell’India meridionale giuravano fedeltà al patriarca di Babilonia.

Ovunque andassero, i cristiani portavano con sé i loro scritti e le loro sculture, impegnati in un prolifico scambio con le diverse fedi che incontravano sul loro cammino, incluse quella buddhista e quella manichea. Nel Medioevo, le Chiese siriache disseminate in Asia centrale e orientale usarono come simbolo una croce di loto, in una commistione tra la simbologia cristiana e quella buddhista. Furono quelle Chiese a facilitare la trasmissione e la diffusione in Occidente delle idee e dei sistemi di pensiero che provenivano dall’India e dagli altri Paesi dell’Asia, incluso il sistema numerico oggi chiamato “numerazione araba”.

Le Chiese orientali furono anche molto vicine all’islam, che nacque e si sviluppò in un territorio ricco di monasteri cristiani. Le scene bibliche familiari o le storie di singoli personaggi raccontate nel Corano sono sempre riprese da scritti cristiani e dagli apocrifi che venivano letti in siriaco. Sempre nel Corano, i lunghi aneddoti su Gesù e Maria sono abbondantemente tratti dalle scritture apocrife che rispondevano alle aspettative dei fedeli, desiderosi di conoscere ogni piccolo dettaglio della vita del Salvatore e della sua famiglia.

Oltre all’influenza sulle scritture dell’islam, anche le pratiche cristiane determinarono molte pratiche religiose dei primi musulmani. L’austera Quaresima cristiana divenne il Ramadan musulmano e l’uso monastico di prostrarsi durante la preghiera stabilì lo schema che tutti i musulmani osservano ancora oggi. Nella sua pianta, una moschea moderna è quasi un facsimile delle chiese che i primi musulmani incontrarono in Siria e in Palestina.

Ma fu soprattutto all’interno della cristianità stessa che i presuli siriaci ebbero un impatto inaspettato. Nel VII e VIII secolo, una prima ondata di rifugiati siriani si stabilì in Italia, dove le loro famiglie diedero i natali a numerosi papi. Questi capi della Chiesa portarono con sé pratiche che ai tempi potevano sembrare originali e “orientali”, ma che oggi molti occidentali riconoscono come convenzionali e profondamente cattoliche. Tra queste si annoverano forme di devozione alla Vergine Maria, pratiche liturgiche oggi comuni, e, ovviamente, quei canti e quegli inni distintamente siriani. Molto di tutto ciò che oggi reputiamo essere intrinsecamente occidentale e cattolico, in realtà trova le sue radici a est di Damasco.

Se continueremo a ignorare la storia delle Chiese orientali siriache, ci troveremo tra le mani solo un’immagine sbiadita della storia culturale universale, senza riconoscerne i suoi aspetti religiosi. La tragedia è che proprio oggi, quando la loro storia comincia a essere parte del canone di studi tradizionali, queste comunità cristiane ancora vive stanno per scomparire. Dei templi inerti meritano veramente più attenzione delle Chiese vive?
(Traduzione di Chiara Brivio)
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