martedì 24 luglio 2012
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Quanto c’è del vero personaggio della fiaba in un film come Biancaneve e il cacciatore che – con atmosfere tra Twilight e Signore degli Anelli, scontri armati non solo assenti da ogni tradizione ma anche inutili per la narrazione – sembra tranquillamente ignorare qualsiasi scrupolo filologico? Molto, secondo Paolo Mereghetti, critico cinematografico del «Corriere della Sera» per il quale l’unico modo per arrivare alla vera natura della fiaba è quello di evidenziarne i lati più oscuri e tornare a provare una sana paura, lasciando intendere che questo sia anche l’unico modo in cui storie come quelle dei Grimm possono “passare” oggi. Un’idea peraltro condivisa anche in altri settori della cultura contemporanea. Nell’ambito delle manifestazioni organizzate dal Goethe Institut Italia per il bicentenario delle fiabe grimmiane di questo 2012, molti scrittori hanno fatto a gara nel riscrivere alcune fiabe accentuandone quasi parossisticamente il lato dark fino ad arrivare al Tremotino di Sandro Veronesi che diventa una truculenta storia di ’ndrangheta, con la fanciulla che invece di cavar oro dalla paglia è costretta a tagliar droga ogni notte. Dietro la bandiera del “dimenticare i Grimm” si erano del resto già mossi gli studiosi di folklore: nel 2006 l’americano Jack Zipes, già enfant terrible della critica di sinistra tornava a evidenziare come Wilhelm avesse tolto al cacciatore ogni caratterizzazione in senso virile e che le mansioni di Biancaneve fossero quelle della brava ragazza. Maria Tatar, critica femminista, in un libro di poco antecedente bacchettava i fratelli per aver omesso traccia del conflitto materno introducendo la figura della matrigna in nome della «preservazione borghese della santità della famiglia». Interpretazioni di aspetti marginali rispetto al cuore della storia probabilmente dovute anche al mito moralistico costruito attorno alle fiabe dal mondo editoriale e dalle versioni disneyane.
Ma che cosa volevano davvero i fratelli Grimm? Ci aiutano a capirlo due studiosi come il filologo Tom Shippey, erede di Tolkien, e il gesuita G.R. Murphy: l’intento dei fratelli è quello di preservare un patrimonio che si stava perdendo nella convinzione che le storie contenessero un ethos comune alle popolazioni germaniche, uno sguardo genuino sulle cose e sul mondo, e che questo nocciolo riflettesse il passaggio dalla spiritualità pagana a quella cristiana: una spiritualità che ripensava il tema dell’immortalità nella speranza che al mondo ci fossero al lavoro forze insondabili che lo sguardo dell’immaginazione poteva decifrare proprio grazie al «meraviglioso delle storie». Wilhelm Grimm continuerà a lavorare su Biancaneve fino all’ultima edizione delle Fiabe del 1857 compulsando le sue fonti: la saga nordica del principe Harald, che rimane tre inverni a vegliare una meravigliosa ragazza la cui pelle all’interno di una bara di vetro non perde vivezza né colori; la «Serva in cucina» di Basile, in cui c’è il tema della gelosia della regina; addirittura il Parzival, da cui mutua le tre gocce di sangue nella neve.Ma anche gli elementi narrativi primordiali vengono trasfigurati in una nuova luce così come facevano i monaci e i narratori medievali tramandando in un contesto cristiano le antiche gesta pagane: i nani, ad esempio, che nelle leggende di tutta l’area germanica possono essere munifici o imbroglioni, conoscitori degli indovinelli come dei segreti del sottosuolo, in Biancaneve  diventano pietosi protettori della vita della fanciulla che antepongono a qualsiasi dono materiale lavandone il corpo con ’acqua e vino’; il principe che nella saga nordica alla fine si arrende all’evidenza del disfacimento del corpo della fanciulla, in Biancaneve diventa figura cristologica fino ad esprimersi in termini quasi evangelici: «Ora sei con me. Vieni con me nella casa di mio padre», le sussurra dopo il risveglio dalla morte apparente.
E poi i tre animali che vegliano il corpo di Biancaneve sono tre richiami simbolici altrettanto chiari: la civetta è la mitologia classica, simbolo di Atena, il corvo è l’animale che posa sulla spalla di Odino, ma la colomba è lo Spirito Santo, per il quale Grimm aveva una speciale devozione: nella sua Bibbia custodita oggi a Berlino tutti i passi relativi allo Spirito Santo sono puntualmente evidenziati da chiarissime sottolineature. All’origine di questa raccolta ci sono dunque una coscienza filologica e una spiritualità forte che non possono essere così disinvoltamente ignorate.
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