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Ardeatine, mio padre eroe civile
Filippo Rizzi
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Salvo imprevisti domani sarà anche lui a Roma e, come quasi ogni anno, anche il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo parteciperà alla cerimonia al sacrario delle Fosse Ardeatine per onorare la memoria delle 335 vittime innocenti di quel tragico eccidio, giunto quest’anno al 70° anniversario.

Il distinto e cordiale porporato di origini piemontesi, classe 1925, è figlio della medaglia d’oro al valor militare Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, colonnello del Regio esercito, fondatore e capo del Fronte militare clandestino di Roma, che fu fucilato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, nella rappresaglia nazista a causa dell’attentato di via Rasella, perpetrato il giorno prima da alcune frange di partigiani contro un reparto di occupazione tedesca. Sulle orme paterne, prima di intraprendere la carriera di architetto (è stato, tra l’altro, allievo di Pierluigi Nervi) e poi di diplomatico della Santa Sede, il cardinale Cordero Lanza di Montezemolo ha partecipato, da soldato volontario, alla guerra di liberazione nel 1945.

Dal suo appartamento a Roma rievoca quei drammatici giorni come se fossero accaduti da poco: «Rivivo spesso momento per momento quei terribili giorni, vissuti in clandestinità. Per la nostra famiglia quell’evento rappresentò uno spartiacque alla luce della tragica morte di mio padre. Non si tratta soltanto di ferite che comunque si possono sempre rimarginare, ma di vere e proprie amputazioni. Nonostante tutto questo sopravvive in me un messaggio di speranza perché non si ripetano più crimini così efferati».

Il 25 gennaio 1944 suo padre fu arrestato e rinchiuso nella famigerata prigione di via Tasso. Che ricordi, eminenza, conserva di quel luogo?
«L’arresto è avvenuto in circostanze mai chiarite. Nel tempo mio padre aveva assunto varie identità, tra cui quella di ingegner Giacomo Cateratto, per non farsi riconoscere. Anche in carcere abbiamo cercato di seguirlo da vicino. Ricordo che per tentare di salvarlo percorremmo tutte le strade possibili attraverso padre Pancrazio Pfeiffer, il sacerdote salvatoriano che era riuscito a salvare molti ebrei. Una nostra cugina Fulvia Ripa di Meana fu ricevuta in udienza da Pio XII; e Pacelli ci rassicurò che si sarebbe adoperato in ogni modo per salvare la vita di mio padre. Rimasi impressionato, anni dopo, dalle parole di Paolo VI che rievocò quell’incontro a cui aveva partecipato nella sua veste di sostituto della Segreteria di Stato: "Purtroppo non siamo riusciti a fare nulla". Quella frase di Montini mi diede molta consolazione a tanti anni di distanza, perché non fui io a sollecitarla ma fu il Pontefice a voler ricordare quei drammatici momenti di dolore per la mia famiglia. Un grande gesto di attenzione e finezza di cui era capace Paolo VI».

A detta di molti storici, tra cui Hubert Jedin, i partigiani che colpirono in via Rasella avevano messo in conto una rappresaglia feroce come quella poi si verificò alle Fosse Ardeatine.
«I tedeschi hanno messo in atto, in 24 ore, la rappresaglia immediata dopo l’eccidio di via Rasella dove persero la vita 33 tedeschi. In poche ore hanno prelevato i prigionieri da via Tasso e da Regina Coeli e molti ebrei. Il resto è storia. Ricordo però le preoccupazioni di mio padre: tra le sue priorità vi era la protezione dei civili. Era certo che attentati contro i tedeschi a Roma avrebbero procurato morti inutili. Ed è ormai acclarato che attorno a quell’attentato ci siano diverse valutazioni su come doveva essere affrontata la resistenza all’occupante tedesco».

Toccò a lei, allora diciannovenne, nell’estate 1944 scavare tra le macerie e riconoscere il corpo di suo padre…
«Facendo un lungo giro nelle cave di pozzolana della via Ardeatina, e scavando tra le macerie provocate da una mina posta dai tedeschi dopo l’attentato, siamo riusciti ad arrivare al luogo dell’eccidio. Grazie al meticoloso lavoro del medico di origini ebraiche Attilio Ascarelli sono state identificate quasi tutte le 335 vittime; quelle non riconosciute sono solo 12 (ancora alcuni anni fa, grazie all’esame del Dna, è stato identificato un altro cadavere). In quell’estate, grazie a un formulario e alle indicazioni datemi da mia madre, le iniziali cucite sul petto della camicia e l’anello nuziale, siamo riusciti a riconoscere mio padre. Tutto questo provocò in me e in mio fratello Manfredi, presente alla scena, una commozione molto evidente».

Il 27 marzo 2011 lei accompagnò in visita ufficiale Benedetto XVI alle Fosse Ardeatine. Che ricordi conserva di quella storica giornata?
«Fu un evento di grande impatto e valore simbolico anche perché si trattava della visita di un Papa tedesco in un luogo di sterminio nazista. Mi ha chiesto di ripetergli, passo dopo passo, cosa era veramente successo in quel luogo. Ha voluto visitare tutte le tombe e ha sostato in preghiera di fronte a quella di mio padre. Mi colpì soprattutto perché Ratzinger volle rendere omaggio al prete rievocato dal film di Rossellini Roma città aperta, don Pietro Pappagallo, e ad un noto ebreo vittima anche lui di quell’eccidio, Alberto Funaro».

Nell’ottobre scorso, alla morte di Erich Priebke principale collaboratore di Herbert Kappler, lei ha espresso nei suoi confronti un sentimento di perdono cristiano e non si è detto contrario a una dignitosa sepoltura. Ci può spiegare perché?
«In una visione cristiana non c’è che il perdono. Un atteggiamento che non porta a dimenticare o giustificare; umanamente però è inutile continuare a perseguire chi si è macchiato di questi orrendi crimini. Una delle mie sorelle ha scambiato alcune lettere con Priebke. Gli fece sapere che la morte di nostro padre sarebbe rimasta sempre una ferita aperta. E come sacerdote non fui contrario a una sepoltura cristiana perché secondo la nostra fede un defunto non può essere privato di una preghiera e di un funerale che lo affidi alla misericordia di Dio. Sono le stesse cose che ribadii all’avvocato di Priebke Paolo Giachini, che mi chiese di partecipare ai funerali dell’ufficiale nazista. Io gli replicai, come già avevo fatto per Kappler, che pregavo per Priebke. Per il cristiano il perdono è un atto di amore che non chiede nulla in cambio. Abbiamo scelto il perdono e non la vendetta».

A settant’anni dalla morte di suo padre, come a suo giudizio deve esser ricordato?
«Come un uomo retto che ha compiuto il suo dovere. Si è costruita addirittura attorno a lui – come recita un recente libro – l’idea del "partigiano Montezemolo". Ma mio padre è stato soprattutto un soldato, fedele alla corona sabauda, un uomo che credeva nel valore oggi un po’ demodé della Patria; forse anche per questo gli sono stati tributati più onori e riconoscimenti dal mondo militare che da quello politico nel dopoguerra. Di lui mi rimangono ancora impressi l’equilibrio, la signorilità e la forte idealità. Credo che l’annuale ricordo pubblico delle Fosse Ardeatine rappresenti una pagina di storia comune condivisa. Da una parte c’è stato il fatto violento, dall’altra parte – devo dire – vengono accomunate persone di fedi diverse che hanno sacrificato la vita chi per un motivo, chi per un altro, chi in un modo, chi in un altro, ma sempre con fede, con una fede viva. Penso che proprio per questo la rievocazione e il ricordo siano momenti capaci di lasciare un’impronta anche alle generazioni future».
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