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A Sanremo il festival del perdono
 
Alessandro Beltrami
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“Perdono” hanno cantato Caterina Caselli e, quasi quarant’anni dopo, Tiziano Ferro. In Rete si possono trovare molti elenchi di canzoni per chiedere scusa ma nessuno, invece, per offrire il proprio perdono. Quale occasione migliore del Festival di Sanremo per scoprire cosa ne pensano cantanti e musicisti ma anche personaggi dello spettacolo e attori, di uno perni del Giubileo della Misericordia? È quanto ha pensato Claudio Pollastri che, approfittando del ricco parterre, nella settimana tra il 9 e il 13 febbraio ha posto a tutti la stessa domanda: “Scusi, ma lei sa perdonare e dimenticare come chiede papa Francesco?”. Le risposte, oggetto di un ampio servizio che verrà pubblicato sul numero di marzo di “Studi Cattolici”, sono piuttosto eterogenee, spesso sorprendenti, talvolta rivelatrici.


C’è ad esempio chi risponde con una battuta: un modo per minimizzare, per togliersi dall’imbarazzo o per comunicare in modo diverso una riflessione sincera. «Papa Francesco perdona e io... ci provo!» ha risposto Carlo Conti. «Sono un toscano con tutte le caratteristiche caratteriali della mia terra. Mi accendo subito. Ma mi passa altrettanto in fretta. E spesso riesco a perdonare. Non so tenere il broncio». «Perdonare sinceramente è la cosa più difficile che ci sia» dice invece Virginia Raffaele, l’anima comica dell’Ariston: «Richiede un grande sforzo intimo. Per questo apprezzo dal profondo chi lo fa. Io ci provo. Ma non sempre riesco a praticarlo, tutt’al più ne faccio l’imitazione». Con ironia hanno risposto anche Aldo («Sono siciliano in tutti gli aspetti positivi e negativi del carattere.


E con molti sforzi riesco a perdonare persino Giovanni e Giacomino»), Giovanni («Cosa vuoi, quando lavori da 25 anni con due elementi come Cataldo detto Aldo che è proprio un terrone e Giacomino che si sente un piccolo lord, se non impari a perdonare e a dimenticare non ne esci vivo») e Giacomo («Non è che ogni momento uno è lì a perdonare e poi dimenticare chiunque per qualsiasi cosa gli venga fatto! Giovanni e Aldo, per esempio, fanno apposta a mettere a dura prova la mia ritrovata fede cristiana»). Nino Frassica «dopo oltre 10 anni accanto a don Matteo» ha capito «che il segreto di essere sereni con se stessi è la capacità di perdonare».



Alcuni interpretano il perdono come un segno di magnanimità. Gabriel Garko si definisce «uno positivo. Cerco di scrollarmi di dosso le cattiverie che mi circondano»; Laura Pausini vorrebbe «a volte reagire alle provocazioni, ma poi penso a quanto sono stata fortunata e non posso non perdonare»; Morgan dice di essere «portato per carattere a dire quello che pensa anche in modo polemico che può offendere. Ma poi con la stessa intensità so chiedere scusa e perdonare chi mi aggredisce. Non tutti lo sanno fare».


La risposta di Elton John ricalca il capolavoro di diplomazia del suo messaggio sul palco dell’Ariston: «Vivo un momento così felice e appagante della mia vita professionale e familiare che mi sento in pace con il mondo. Questa serenità interiore e profondamente cristiana mi porta a perdonare chi tenti di offendermi».


È la maggioranza, però, chi pensa che il perdono costringa a mettersi in gioco. «Ho un carattere che mi porta a tentare di capire le ragioni degli altri e a dare una spiegazione a chi mi offende – dice Gaetano Curreri, vincitore con gli Stadio del Festival – Perché il perdono non è un fatto solo cristiano ma fa parte della propria sensibilità e generosità d’animo». Per Neffa «è un sentimento forte, il perdono sincero, il più profondo di tutti, persino dell’amore». «Il perdono è un fatto di generosità, di umiltà – sostiene Noemi – perché ti costringe a un profondo esame interiore, ad ammettere che si possa sbagliare e che anche l’altro possa fraintendere».


Eros Ramazzotti spiega che «chi arriva da certe realtà di periferia come la mia pensa che perdonare possa sembrare un gesto di debolezza, di mancanza di carattere. Crescendo e maturando si scopre che perdonare è invece il vero atto di forza». Antonino Cannavacciuolo da par suo pesca un paragone culinario: «Il perdono è un piatto che va servito caldo, immediato, altrimenti perde il suo sapore cristiano, non ha più valore: parola di chef. E non c’è nemmeno una ricetta per riuscire a perdonare. Bisogna lasciare parlare il cuore».


Per Roberto Bolle è un fatto di coerenza: «È fondamentale dare un senso pieno alle parole che raccontano i sentimenti. La parola perdono è l’essenza del credente altrimenti non ha senso neanche entrare in una chiesa. Lo si recita anche nel Padre Nostro».


A coloro che trovano facile per carattere perdonare le offese ribatte con un sorriso Leonardo Pieraccioni: «Chi, a parole, non perdonerebbe il mondo intero? Ma poi voglio vedere questi grandi altruisti come si comportano, ad esempio, quando salgono in macchina!». Anche Elisa si dice «sempre un po’ perplessa quando sento che la gente sa perdonare con tanta facilità. Io non ci riesco. So perdonare ma vi arrivo dopo un percorso basato sul ragionamento valutando la volontà dell’altro di chiedere scusa». Ma il vero perdono – sembra suggerire Giorgio Panariello – si fa e non si dice: «A volte mi sento in colpa per la fortuna che ho avuto rispetto a chi invece non ha nulla. Ma il perdono è un fatto troppo intimo per confessarlo in pubblico. Detto da me, poi, verrebbe scambiato per una battuta».
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