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Wendy Beckett: «Io, ferita dalla bellezza»
 
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Wendy Beckett, 86 anni, è suora e critica di fama internazionale. Vive nel monastero carmelitano di Quidenham, nel Norfolk, in Inghilterra. Nasce in Sudafrica, «in una famiglia cattolica e felice».


A 16 anni entra tra le suore di Notre Dame de Namur, in Sudafrica, «senza rendermi conto che erano impegnate soprattutto nell’insegnamento anziché nella vita contemplativa», e alla vita contemplativa la giovane Wendy aspirava. Per ventiquattro anni mortifica se stessa e la sua vocazione più vera, ma a 40 anni la svolta: si ammala e ottiene una dispensa speciale da Paolo VI che le consente nel 1970 di lasciare la congregazione e tornare in Inghilterra – dove da giovane aveva studiato letteratura a Oxford – per diventare un’eremita affiliata al monastero di clausura di Quidenham. Poiché non appartiene all’ordine carmelitano, sister Wendy decide di vivere in un caravan fuori dal convento: questo le garantisce la solitudine desiderata fin da bambina. Vi resta per qualche anno, fino a quando le monache la convincono a trasferirsi in un piccolo prefabbricato più adeguato ai rigidi inverni. Entra in monastero solo per la Messa e condividere i pasti. Nel 1980, a 50 anni, comincia a occuparsi di arte e in particolare di arte sacra. I suoi 25 li hanno successo e convincono la Bbc ad affidarle una serie televisiva. Oggi sister Wendy vive all’interno del monastero carmelitano.


Sister Wendy, lei ha studiato in particolare le icone e l’arte medioevale: in entrambe l’orizzonte è la presenza del divino e l’arte è pensata, quasi esclusivamente, per la liturgia e per la preghiera. Cos’è un’icona per lei?
«Sono arrivata tardi all’amore per le icone perché era difficile inserirle dentro la storia dell’arte. Non riuscivo a decidere se erano arte o teologia. La risposta, naturalmente, è che sono entrambe. Mentre noi, nella Chiesa occidentale, tendiamo a esprimere la nostra teologia a parole, con i libri, la Chiesa orientale spesso la esprime con immagini, con le icone. Quando guardiamo un’icona entriamo in comunione con Dio. È preghiera. Ci muoviamo, attraverso l’immagine, dentro il mondo del Figlio incarnato di Dio. Lui stesso è descritto, nelle Scritture, come una “icona”, l’immagine del Padre invisibile. Ogni incontro con Gesù ci fa attraversare la Sua umanità nell’ineffabile mistero di Suo Padre. E qualcosa di così profondo avviene quando contempliamo un’icona. Come si può immaginare, questa è un’esperienza così coinvolgente che non ci sono parole in grado di descriverla o, perlomeno, parole che io sia in grado di trovare. Uno non prega “le” icone ma “attraverso” di loro. Ho icone qui nella mia cella e pregano con me. Pregano tutto il tempo attirandomi in quel mondo al quale appartengono».


Giorgio de Chirico diceva che l’arte autentica è sempre sacra. A partire dalla sua esperienza, l’arte, quella vera, ha sempre a che fare con la preghiera?
«Se l’arte è genuina allora ci rivela qualcosa di Dio. Trascende se stessa. Ci porta in un luogo che non potremmo raggiungere da soli. Dunque sì. Qualunque sia il soggetto, le ballerine di Degas o i cavalli di Stubbs o le mele di Cézanne, le grandi opere d’arte sono illuminate dalla luce di Dio. Rendersi conto che il potere spirituale dell’arte non aveva un collegamento necessario con il tema di una certa opera d’arte è stato un importante passo avanti per me. Se amiamo una Madonna medioevale, magari dipinta da un artista non proprio eccelso o modellata da un artigiano poco sapiente, è perché amiamo la nostra amatissima Vergine. È la nostra fede che illumina l’immagine. Non l’immagine che illumina la nostra fede. Si può vedere da questo come è diverso il mondo delle icone, dove non c’è nulla tranne luce e fede. Alcune volte, misteriosamente, quasi indipendentemente dai poteri naturali dell’artista».


L’arte, fino alla prima metà del Novecento, chiedeva di essere contemplata. E lei l’arte l’ha sempre contemplata, continuando così la contemplazione nata dalla sua scelta religiosa. Ma gran parte dell’arte contemporanea non invita alla contemplazione. Il cardinale Gianfranco Ravasi in un’intervista diceva: «Un grande artista americano mi confidava: “gli artisti contemporanei escludono due cose: la bellezza e il messaggio”». Cosa pensa di questa separazione che si è voluta operare tra arte e contemplazione? E cosa pensa delle arti contemporanee?
«Ho lottato molto con l’arte contemporanea. È quasi una tentazione schiacciante dire che questa non è affatto arte. Ma ho resistito alla tentazione, ricordando a me stessa che l’arte può funzionare a livelli diversi. È come la letteratura. Ci sono grandi poemi e opere teatrali e romanzi, ma ci sono anche opere di intrattenimento. Le grandi opere ci accompagnano per tutta la vita. Le altre sono occasione di semplice lettura e l’effimero viene presto dimenticato. Da entrambe, tuttavia, si ottiene del piacere, benché di generi profondamente diversi. È così anche per l’arte. Molte opere moderne, installazioni e video, sono quello che chiamerei arte “ one look”. Non reggono la contemplazione, ma non intendono neppure farlo. C’è ancora arte in grado di sostenere un lungo, profondo sguardo, anche oggi. Penso a Len Tabner e Richard Cartwright, entrambi grandi paesaggisti. Mi piace molto l’opera di William Kelley, che tra l’altro trascorre metà dell’anno a Firenze. In tutta sincerità l’unico grande nome di artista contemporaneo che mi convince davvero è Peter Doig. Ma se uno aguzza lo sguardo c’è ancora tanto da scoprire».


«Platone – diceva nel 2002 l’allora cardinal Joseph Ratzinger – considera l’incontro con la bellezza come quella scossa emotiva salutare che fa uscire l’uomo da se stesso, lo entusiasma attirandolo verso altro da sé. La bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo Destino ultimo […]. La bellezza è conoscenza […], colpisce l’uomo con tutta la grandezza della verità». Anche in lei la bellezza ha provocato qualche ferita? E cosa l’ha affascinata di più del mondo delle arti?
«È stata una vera benedizione, per la Chiesa, avere uno dei grandi teologi internazionali come Papa. La profondità del suo pensiero ci porta nel cuore stesso della verità della fede. Questa sua specifica frase sulla bellezza ha una rilevanza particolare oggi, quando così tanta arte non si preoccupa affatto della bellezza, ma ci vuole scioccare mettendo a fuoco qualche singolo aspetto dell’esistenza. Tuttavia, come papa Benedetto afferma, la bellezza, quella vera, ci ferisce. Ci libera dai nostri pregiudizi e dai nostri modi convenzionali di vedere le cose. La bellezza ferisce perché è trascendente e fugace. Nessuna bellezza umana, per quanto grande, durerà e nessuna risposta umana, per quanto profonda, può essere mantenuta all’infinito. La bellezza è troppo per noi. Guardiamo, veniamo trascinati fuori dai noi stessi, ritorniamo a noi, respiriamo profondamente, guardiamo ancora… C’è quasi del dolore nella nostra inadeguatezza. Provo moltissimo questo sentimento quando guardo Cézanne. Ha combattuto per fermare la caducità del mondo sulle sue tele e, facendo così, per rimanere fedele, insieme, alla precarietà e alla stabilità. È uno sforzo morale enorme. Penetrarlo è, nello stesso tempo, doloroso e indicibilmente meraviglioso e nessuno può farlo troppo a lungo».
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