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Ovadia: Io e Jannacci, cantori degli ultimi
FULVIO FULVI
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Ci manca, Enzo Jannacci. Il menestrello dei poveri se n’è andato da quasi tre anni lasciando una voragine nell’anima tormentata di Milano, dalla Bovisa a Rogoredo, dall’Ortica all’Idroscalo. Ed è la sua città in questi giorni a cantarlo, a rievocarne le gesta eroiche di narratore degli “ultimi” e di geniale inventore di quel limerick meneghino – un nonsense pieno di senso – che ha segnato la cultura musicale, e teatrale, italiana.


C’è come un lancinante bisogno di ritrovare un’identità popolare perduta, o trasformata dal melting pot, di scovarla nell’ironia e nella melanconia di un cantautore di strada. Ecco perché Jannacci. Una mostra di fumetti d’autore al Castello Sforzesco, Gente d’altri tempi, ricorda le sue canzoni attraverso i luoghi e i personaggi che le rendono ancora vive, da Vincenzina all’Armando, dal barbone di via Forlanini a Giovanni il telegrafista, mentre un inedito docufilm del suo amico regista Ranuccio Sodi proiettato allo Spazio Oberdan, Lo stradone col bagliore, ci ha proposto del “dottore con la chitarra” un ritratto insolito, personale e affettuoso, contraddittorio anche, colto quasi sempre dietro le quinte o nella spontaneità del quotidiano.


Ma il tributo che si appresta a offrirgli oggi (fino a domenica) al teatro Elfo Puccini di corso Buenos Aires Moni Ovadia, un altro grande artista “milanese” e al tempo stesso cosmopo-lita, come lui, va dritto al cuore di quelli che l’hanno amato e forse un po’ capito, il “saltimbanco”: nel recital Il nostro amico Enzo… Ricordando Jannacci, potremo riascoltare, infatti, il meglio del suo repertorio. Sarà uno spettacolo dove si legano insieme, con arrangiamenti “doc”, i brani in dialetto meno conosciuti e alcuni di quelli più apprezzati dal grande pubblico: Vengo anch’io. No tu no, El purtava i scarp del tennis, Ho visto un re, Quelli che..., La vita l’è bela, tutti rielaborati, con l’accompagnamento al pianoforte di Alessandro Nidi, da un maestro del recitar cantando, da uno yiddish metropolitano sempre rapito dal fascino del vagabondaggio di lingue ed etnie e dalle contaminazioni culturali e musicali che ne derivano.


Moni Ovadia, in cosa lei si sente vicino a Jannacci?
«Non l’ho mai incontrato di persona ma ho sempre avuto una grande passione per le sue canzoni. Era il 1950, avevo tre anni e mezzo, appena arrivato a Milano, piccolo profugo dalla Bulgaria, con la mia famiglia. Abitavo in piazza Napoli, a ridosso del Giambellino. Sono cresciuto in quella periferia della città, attratto spiritualmente, culturalmente e umanamente, come Jannacci, dagli esclusi dal privilegio e dal benessere. Da quegli spostati, stralunati, emarginati, disperati, fuori di testa, sognatori senza voce, abbandonati dall’amore e dalla vita, quelli che... sono stati cantati con tanta grazia poetica da Enzo. Li ho frequentati da adolescente, curiosissimo. Ne ho visti tanti».


E quale insegnamento ne ha colto?

«Un valore umano grande: erano avversari della norma, del senso dell’ordine, delle regole stabilite dall’alto, per scelta od origine. Come noi ebrei... o come i miei amici rom».


Che tipo era, secondo lei, Jannacci?
«Aveva dentro qualcosa.... così bizzarro, stralunato, aveva l’estro, il genio di cantare quel mondo come se gli appartenesse. Un giovanotto magro e con gli occhiali spessi. È stato il più grande e originale poeta della canzone italiana. Così profondamente nostro. Mi ha suscitato un amore a prima vista. Il suo era un umorismo alla Buster Keaton, dallo sguardo melanconico come quello dei grandi comici che non ridono mai. Un tormentato a disagio che caricava su di sé il dolore del mondo. Le sue lacerazioni interiori sono state la chiave del suo successo».


Quali protagonisti delle sue canzoni la emozionano di più?

«Il partigiano di Sei minuti all’alba... Il brano ci racconta la dignità che un condannato a morte può avere anche di fronte al plotone di esecuzione. Uno che, per educazione, non rifiuta l’ultima sigaretta nemmeno dall’ufficiale nazista, che altrimenti si offenderebbe. Struggente. Come il marito della prostituta assassinata di M’han ciamàa, una storia di ringhiera e di ligèra: lui deve riconoscere la sua donna ma dice all’ispettore che non è lei, le fa compassione e vuole conservarne la dignità dell’essere umano, difenderla dagli effetti dei necrologi e della criminologia».


Ma alcuni personaggi non le sembrano un po’ fuori tempo?
«E chi, per esempio?».


Vincenzina davanti alla fabbrica, per esempio. La condizione operaia oggi non è più quella degli anni Settanta....
«Ma bisogna vederla oltre... Vincenzina. La perdita della fabbrica per un operaio è sempre la perdita del proprio universo, anche oggi. Esiste ancora la differenza tra padrone e imprenditore, bisognerebbero dirlo a Marchionne... Il testo della canzone porta dentro di sé un senso della dignità umana come valore assoluto, inviolabile. Ma... mi permette?».


Prego....

«Oggi solo papa Francesco apre a una visione del mondo così, incentrata sulla dignità umana. È una linea che lui porta avanti con forza, coraggio e grinta, con una meravigliosa, autentica umanità».


Che effetto le fa portare Jannacci sul palcoscenico?

«Mi tocca le fibre più intime dell’anima. Comporta per me uno sforzo di concentrazione perché la voce mi si rompe spesso in un pianto che non posso trattenere...».


Nell’ultima intervista Jannacci disse: «Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza». E in punto di morte desiderò anche per sé quella carezza...
«Questa è la grande domanda della vita. Gesù Cristo in Jannacci viene fuori dal barbone di El purtava i scarp del tennis, buttato lì come una cosa. Dalla percezione degli “ultimi”, resa praticamente sublime dalla sua arte. Enzo è nato e cresciuto tra i “poveri cristi”, anche tra i brutti ceffi che non è facile amare. Cantare i suoi personaggi è un debito che pago a Enzo».
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